Matteo Renzi

Così Rilanceremo il Maggio Fiorentino

teatroperafirenzaCaro direttore, da qualche settimana si moltiplicano gli appelli per salvare il Maggio Musicale Fïorentino, frutto di un racconto sindacale e mediatico per il quale l’amministrazione locale, più cinica che civica, parrebbe intenzionata a chiudere l’esperienza di questa Fondazione lirico sinfonica.

Tra dieci mesi la mia città inaugurerà il nuovo Teatro dell’Opera, all’ingresso del Parco Mediceo delle Cascine. Dopo un complicato iter burocratico finalmente ci siamo: prende forra un nuovo luogo per la cultura. Non è il solo, sia chiaro. In questi quattro anni l’amministrazione ha salvato il Teatro della Pergola dopo la dismissione dell’Eti. Ha spalancato i musei civici, a partire da Palazzo Vecchio, anche fino a mezzanotte. Ha trasformato una vecchia prigione, le Murate, in uno spazio urbano contemporaneo che tiene insieme il caffè letterario con la «Bob Kennedy Foundation» e ha restituito il Forte Belvedere alla fruizione culturale. Insomma, abbiamo investito in cultura moltissimo perché con la cultura si può tornare a sperare, prima ancora che a mangiare. Eppure da qualche settimana sui media tiene banco solo la cronaca di una morte annunciata. O forse auspicata. Ma, al momento, fortunatamente non avvenuta: la morte del Maggio Musicale.

Dopo mesi di denunce e appelli, abbiamo deciso di non mettere più la testa sotto la sabbia. Per anni dirigenze conniventi con alcuni sindacati hanno assunto personale (tecnico e amministrativo in modo sproporzionato, forti di un contratto nazionale che grida vendetta tante e tali sono le voci di indennità aggiuntiva da suscitare stupore prima ancora che indignazione. Abbiamo aumentato la produzione, incrementato il sostegno degli enti locali, incentivato l’apporto dei privati, ridotto il personale del 20 per cento con i pensionamenti, migliorato la biglietteria. Eppure non è bastato anche perché il taglio del Fondo unico per lo spettacolo operato dal governo ha impedito di raggiungere il pareggio di bilancio. Che potrà avvenire soltanto con la messa in mobilità dì alcune decine, di impiegati amministrativi e tecnici, per i quali il ministro della Cultura si è impegnalo formalmente a trovare la soluzione con la Funzione pubblica.

Non tocchiamo un orchestrale, non tocchiamo un corista e proprio le masse artistiche saranno le protagoniste della grande festa di inaugurazione del nuovo teatro. Nessuna chiusura annunciata, dunque. E soprattutto non si abbassa l’eccellenza artistica del Maggio Musicale. Ma proponiamo di cambiare rotta: si smette di assumere perché tanto alla fine qualcuno paga. Si razionalizzano i conti. Si gestiscono i fondi in modo diverso. Così non si può più andare avanti. E nessuna convenienza elettorale può permettere ad amministratori autenticamente riformisti di far finta di niente. Aver detto basta e suggerito la strada della liquidazione coatta amministrativa unita alla mobilità di parte degli amministrativi e tecnici ci ha catapultato sul banco degli imputati. Si è scritto: «La città di Firenze vuole chiudere il Maggio». E proprio l’amministrazione comunale che più di ogni altra ha incrementato l’investimento in cultura negli ultimi anni affronta il paradosso di trovarsi imputata. Rivendico il diritto, e il dovere, di dire che la lotta alla rendita – vero caposaldo culturale dell’Italia dei prossimi dieci anni, dal lavoro alle riforme istituzionali – passa anche attraverso un diverso modello di spesa del denaro pubblico sulla cultura. Vanno aumentate le risorse in questo settore, fino all’1 per cento del PII come da modello mitterrandiano in Francia. Ma servirà a poco se non si avrà il coraggio di dire che dobbiamo radicalmente cambiare i modelli con cui quei soldi si spendono. Se lo Stato ritiene strategica la musica, come io spero, deve avere il coraggio di scegliere, quali fondazioni finanziare e quali no, e non rifiutare criteri di merito e di coerenza. Se lo Stato vuole dare una mano, deve contare su un ministro della Cultura che finalmente rinnovi il contratto dei lavoratori del settore cancellando anacronistici privilegi. Fino a oggi il Ministro Bray sì è purtroppo mosso in linea di perfetta continuità con il dolce far nulla dei suoi predecessori.

Cambiare il modello di spesa pubblica anche nella cultura è possibile. L’importante è farlo subito. Senza che anche in questo settore la logica del rinvio abbia la meglio. A Firenze cï stiamo provando. E a chi cï chiede di ferrarci perché «il Maggio va salvato», rispondiamo dicendo che solo cambiando profondamente, queste istituzioni potranno avere un futuro.

Matteo Renzi