Matteo Renzi

L’Europa dal basso

L’azione del governo in carica ha coinciso con un netto recupero della credibilità internazionale del nostro Paese. In particolare, a livello europeo, l’autorevolezza di Mario Monti ha facilitato l’assunzione di decisioni importanti, che vanno nella giusta direzione. In una fase nella quale è necessario assumere decisioni di portata storica sul futuro dell’Europa, però, è necessario che queste godano della piena legittimazione democratica che solo un governo politico, scelto dai cittadini, può garantire. La crisi dell’euro ha mostrato che la costruzione europea è ancora imperfetta e deve essere completata, sulla linea di quello che avevano immaginato i padri fondatori. Per superare la crisi ci vuole più Europa, non meno Europa. Il problema è che la crisi ha fatto risorgere i nazionalismi, nelle opinioni pubbliche, nei media, nelle classi politiche. L’idea di poter costruire l’Europa dall’alto, attraverso meccanismi di natura puramente tecnocratica si è rivelata un’illusione.
Oggi l’emergenza richiede di attivare gli strumenti per far fronte alla crisi finanziaria, ma sul medio periodo è l’intero processo di costruzione europea che dev’essere ripensato. Proponiamo pertanto due linee strategiche: la prima legata all’emergenza finanziaria; la seconda alla ripresa del processo d’integrazione su basi più solide.

[h4a]ISTITUZIONI EUROPEE AL SERVIZIO DELLA STABILITÀ E DELLE CRESCITA [/h4a]

Le decisioni della BCE hanno ridotto il rischio sistemico, per quei paesi che sono disposti a prendere le misure di risanamento finanziario e strutturali necessarie per far parte dell’Unione monetaria. Questo però non basta. L’euro ha mostrato altri elementi di fragilità. Il primo è la mancanza di un sistema finanziario e bancario integrato. A farne le spese sono stati i contribuenti, che hanno dovuto sostenere sistemi nazionali inefficienti e mal vigilati. Per far fronte a questo problema la Commissione europea ha proposto l’integrazione della vigilanza europea presso la BCE. E’ un passo importante, che va sostenuto. Ma anche questo non basta.
Ci vuole anche un sistema integrato di risoluzione delle crisi bancarie, a livello di unione monetaria, che riduca i costi per i contribuenti derivanti dalle crisi bancarie e favorisca soluzioni più efficienti e di mercato. Altrimenti saranno sempre i più deboli a pagare. Bisogna anche rafforzare il processo di integrazione dei bilanci pubblici. Il fiscal compact va bene, perché pone vincoli alla tentazione di aumentare il debito, ma non affronta il problema di come far fronte a shock sistemici come quello che stiamo attraversando, che si ripercuotono sulle finanze pubbliche dei paesi membri dell’Unione. Il fondo salva-stati (EFSF/ESM) non ha una dimensione sufficiente. Bisogna dunque lavorare su un sistema di assicurazione reciproca, che in ultima istanza può sfociare su titoli di debito comuni (Eurobond), la cui emissione sia soggetta a vincoli comunitari e venga svolta da un’agenzia del debito europea.

[h4a]UN NUOVO MODELLO DI INTEGRAZIONE: FARE GLI EUROPEI[/h4a]

Bisogna riportare una vocazione europea nella cooperazione politica tra i paesi membri, ponendo obiettivi di unificazione politici di lungo periodo e individuando un percorso istituzionale che conduca:
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  • all’elezione diretta da parte dei cittadini europei di una figura che sommi le cariche di Presidente della Commissione e di Presidente del Consiglio europeo;
  • alla piena iniziativa di legge per i componenti del Parlamento europeo e all’abolizione del potere di veto da parte del Consiglio dei Ministri;
  • ad una vera politica estera e di difesa comune. Nuovi attori globali sono emersi a livello internazionale. Non solo la Cina, ma anche l’India e il Brasile. La governance che produce risultati è oggi regionale: l’Europa, come ha mostrato l’attribuzione del Premio Nobel 2012 ha tutte le caratteristiche per aspirare ad essere un attore all’altezza di una geopolitica internazionale di pace. L’ingegneria istituzionale, però, non basta. I cittadini europei stanno vivendo una fase di grande diffidenza nei confronti delle istituzioni europee della quale bisogna tener conto. Fatta l’Europa, bisogna fare gli europei. Il progetto che ha dato i migliori risultati, contribuendo a formare un vero spirito europeo negli oltre tre milioni di studenti che ne hanno beneficiato in un quarto di secolo è il programma Erasmus. E’ su questa falsariga che bisogna proseguire, se vogliamo davvero arrivare a una vera integrazione dei popoli. Non nel corso di una legislatura, certo, ma di una generazione.
  • Investire sul capitale umano: un quarto degli studenti all’università siano di altri paesi europei. Proponiamo che l’Unione Europea finanzi un nuovo programma di mobilità internazionale, molto più ambizioso di quelli attualmente in essere, con borse di studio e prestiti d’onore, che consenta al 25% degli studenti di ciascun paese di studiare in un’università di un altro paese UE.
  • Un servizio civile europeo. 6 mesi, su base volontaria, per aiutare a costruire la nuova so- cietà europea sul modello della proposta avanzata da Daniel Cohn- Bendit e da Ulrich Beck.
  • L’Europa del lavoro e dei diritti. L’Europa deve porsi la questione di come venire incontro ai problemi di milioni di disoccupati, soprattutto giovani, e di come favorire l’inclusione sociale e combattere la povertà. Siamo favorevoli alla proposta della Commissione europea di destinare – nel nuovo budget 2014-2020 – il 25% dei Fondi di Coesione al Fondo Sociale Europeo (e di questi, di dedicarne il 20% a progetti rivolti alla lotta alla povertà e in favore dell’inclusione sociale).
  • Semplificazione dei bandi comunitari e delle procedure di accesso ai fondi comunitari – diventati ormai un fardello burocratico troppo pesante ed elaborato – per favorirne l’accesso e la fruizione da parte dei cittadini europei. I bandi e i relativi moduli debbono inoltre essere fruibili in tutte le lingue comunitarie e non solo in quelle principali, poiché ciò costituisce un ostacolo insormontabile per molti cittadini.

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