Idee

La copertina della mozione congressuale 2013 di Matteo Renzi

Essendo il tempo il bene più prezioso che ci sia dato, perché il meno recuperabile, l’idea del tempo eventualmente perduto provoca in noi una costante inquietudine. Perduto sarebbe il tempo in cui non avessimo vissuto da uomini, non avessimo fatto delle esperienze, non avessimo imparato, operato, goduto, sofferto. Tempo perduto è il tempo non pieno, il tempo vuoto. (Dietrich Bonhoeffer)

Clicca sull’immagine per scaricare il PDF della mozione congressuale di Matteo Renzi per le primarie PD dell’8 dicembre 2013.

 

 

PREMESSA
La fotografia di queste ore ci consegna l’immagine di un’Italia stanca, impaurita, rassegnata. Sembra che il nostro tempo migliore sia alle spalle e che cambiare sia uno sforzo più impossibile che difficile. Non è così. Chi crede nella politica, nel valore e nella dignità della politica, sa che non è così, non può essere così. Ci meritiamo di più. E tocca a noi cambiare verso. Dobbiamo affrontare la paura con il coraggio, la stanchezza con l’entusiasmo, la rassegnazione con la tenacia. E dobbiamo sapere che la crisi che stiamo vivendo, crisi economica, finanziaria, occupazionale, certo, ma anche crisi di un modello di valori che va finalmente cambiato, è la più grande opportunità che noi abbiamo per restituire il futuro all’Italia. Questa crisi non va sprecata, noi non vogliamo sprecarla. È una crisi destinata a cambiare il senso di parole come benessere, lavoro, appartenenza. La sinistra vince solo quando costruisce il futuro, non quando si chiude sul presente.
Nel 2013 il centrosinistra ha perso l’occasione più straordinaria per iniziare a cambiare l’Italia, perdendo elezioni politiche che sembravano già vinte. Inutile recriminare ormai. Abbiamo bisogno di una lettura sincera, però, delle cause di quella sconfitta. O di quella non vittoria, come la chiama qualcuno. Abbiamo bisogno cioè di capire dove abbiamo sbagliato, non per attribuire giudizi o dare pagelle: più banalmente perché non succeda di nuovo.
Vogliamo cambiare verso a questo anno cambiando radicalmente non solo il gruppo dirigente che ha prodotto questa sconfitta, ma anche – e soprattutto – le idee che non hanno funzionato, le scelte che hanno fallito, i metodi che ci hanno impedito di parlare a tutti.
E vogliamo costruire un PD che sia in grado di concretizzare la speranza. Il PDL è in tutt’altre faccende affaccendato, i CinqueStelle hanno scelto di rifiutare qualsiasi collaborazione: purtroppo o per fortuna, solo il PD può in questo momento cambiare l’Italia. Il congresso e le primarie che ci aspettano sono dunque l’occasione più bella per restituire fiducia all’Italia. Avvertiamo il peso e l’onore di tutto questo.
Vogliamo vivere questo tempo ispirati dalla curiosità, non dalla nostalgia. E abbiamo bisogno di discutere, di confrontarci, anche di litigare. Ma sulle idee, non sulle simpatie personali. Sulle proposte, non sui pregiudizi. Per questo invitiamo a leggere questo documento. A dialogare, a criticare, a proporre. E, alla fine, a coinvolgere quante più persone possibile nelle primarie dell’8 dicembre. Perché tutti quelli che dicono che questo congresso ha un risultato già scontato vogliono allontanare la nostra arma più preziosa: la partecipazione.
1 – NOI POSSIAMO CAMBIARE VERSO AL PD

1. Il PD ha perso iscritti e voti
Gli iscritti al PD sono 250 mila, ma erano oltre ottocentomila nel 2009. Avevamo detto di dimezzare i parlamentari, non di dimezzare gli iscritti. I dirigenti centrali che spiegavano come fosse meglio un partito pesante rispetto a quello leggero hanno finito con il lasciarci un partito gassoso… che ha visto l’evaporazione degli iscritti. Li abbiamo lasciati andare, li abbiamo lasciati soli. E intanto abbiamo perso oltre due milioni di voti. I 12 milioni di voti del 2008 sembrano il miraggio di una stagione lontana. Dobbiamo tornare a credere che la dimensione del PD sia quella di un partito grande, ampio, vincente. Può vincere solo un partito che sa convincere e coinvolgere. Noi non l’abbiamo fatto. Gli italiani ci hanno visto come una parte del problema, non come la soluzione.

2. Gli italiani vogliono cambiare. Più di votare Beppe Grillo che devono fare?
Gli italiani vogliono cambiare, ma cambiare davvero. Hanno votato persino Beppe Grillo per farcelo capire. E oggi che l’esperienza dei Cinque Stelle mostra tutti i limiti tipici della demagogia e del populismo, a noi il compito di recuperarne i consensi: chiedere più trasparenza alla politica non è antipolitica, ma buona politica. Prima lo diremo con forza e coerenza noi, prima sgonfieremo la forza del Movimento 5 Stelle che con i suoi 8 milioni di consensi costituisce la forza più rilevante fuori dal bipolarismo tradizionale. Per cambiare, però, dobbiamo iniziare a casa nostra, nel metodo e nel merito.

3. Si vince recuperando consensi in tutte le direzioni: centrodestra, Grillo, astensioni
Vuoi anche i voti del centrodestra? Sì. E vuoi i voti di Grillo? Assolutamente sì. Non è uno scandalo, è logica: se non si ottengono i voti di coloro che non hanno votato il Partito democratico alle precedenti elezioni, si perde. Tra di noi abbiamo spesso dato l’idea di essere interessati a parlare soprattutto a chi c’era già: non basta più, se mai è bastato. Non parliamo solo ai gloriosi reduci di lunghe stagioni del passato. Vogliamo parlare a chi c’era, e coinvolgerlo. Ma anche a chi non c’era, a chi ci sarà, a chi ci potrebbe essere se solo fossimo capaci di generare apertura e di lasciarci ispirati dalla curiosità. Il PD deve accogliere le speranze tradite di chi ha creduto in un progetto – diverso dal nostro, certo – e che poi ha fallito: le speranze delle persone non hanno bollini, non hanno etichette. Hanno bisogno di risposte. Il PD deve essere spalancato alla curiosità, non rinchiuso nelle proprie certezze. Siamo stati bravi a farci del male. Abbiamo respinto ai seggi persone, uomini e donne che, armati della propria passione, erano usciti di casa per esprimere un voto, una scelta per noi. Abbiamo escluso chi voleva partecipare. Cosa c’è di più sbagliato, se non arroccare un partito? Nel voto, nelle idee. Dobbiamo fare l’esatto contrario, andare casa per casa a convincere, far uscire la nostra gente di casa e riportarla a partecipare, a scegliere insieme, a stabilire relazioni, a parlare di politica, a costruire l’idea che il partito ha del mondo. I tanti, non i pochi.

4. Il PD deve essere un luogo bello per la formazione politica
Cambiare verso significa riconoscerci bisognosi di imparare sempre. Specie noi addetti ai lavori: un partito che non faccia formazione politica è un partito di plastica, finto, inutile. Formare alla politica è una cosa bella, perché la politica è dignità con buona pace di chi ci insulta per questo. Costruire chi siamo, cosa vogliamo per il nostro Paese e qual è il nostro sguardo sul mondo. Perché mentre il partito era impegnato a guardarsi l’ombelico si è dimenticato di formare il suo stesso futuro. Chi si affaccia alla politica non può essere lasciato solo o considerato terra di conquista. Il PD deve parlargli di persona. Deve dargli del tu e offrire un percorso di cambiamento alla nuova classe dirigente. Allo stesso modo chi sta in Parlamento come nel consiglio comunale del municipio più piccolo ha bisogno di essere aiutato a studiare: come si scrive un’interrogazione e una delibera, certo. Ma anche come si va in tv e per dire cosa, come si sta sui social network, come si interviene in pubblico. E come si studiano – sui libri e non solo – i fenomeni che stanno modificando ontologicamente la nostra società. Viviamo un tempo di trasformazioni impressionanti: tutti e ciascuno abbiamo bisogno di studiare di più, per capire di più. Tutti abbiamo bisogno di rimetterci in gioco. Tutti dobbiamo farlo

5. Il PD e le categorie su cui siamo forti. Il pubblico impiego, le pensioni, la scuola
Siamo il primo partito nel pubblico impiego e nei pensionati. Il secondo partito tra gli studenti. Addirittura il terzo tra operai, disoccupati, professionisti, imprenditori. Vogliamo essere il primo partito in tutte queste categorie. Ma per farlo dobbiamo cancellare il conservatorismo di chi vorrebbe fare sempre le stesse cose. Vivacchiare non serve a nulla e a nessuno. Neanche a mantenere il target su cui il Partito democratico è forte: pensionati e dipendenti pubblici. Non serve perché è sbagliato. Perché il mondo è cambiato e sono cambiati i bisogni anche di chi fino ad oggi ha scelto di votare per noi credendo in un progetto che, se non si rinnova, non è più un progetto.
Quando eravamo piccoli un insegnante o una maestra di asilo, una professoressa o un docente sentivano su di loro il calore e l’affetto di una comunità che ne riconosceva il ruolo civile. Intendiamoci, gli stipendi erano bassi anche allora. Non è solo una questione economica, ma proprio di autorevolezza sociale. Entrando in un bar, dialogando in una sezione, discutendo al campo sportivo o al circolo, in parrocchia o in piazza, l’insegnante era comunque visto come un punto di riferimento. Perché sapevi che a lui o lei ogni mattina tornavi a consegnare il bene più prezioso: l’educazione alla libertà di tuo figlio. Oggi non è più così: purtroppo.
Gli insegnanti sono stati sostanzialmente messi ai margini, anche dal nostro partito. Abbiamo permesso che si facessero riforme nella scuola, sulla scuola, con la scuola senza coinvolgere chi vive la scuola tutti i giorni. Non si tratta solo di un autogol tattico, visto che comunque il 43% degli insegnanti vota PD. Si tratta di un errore strategico: abbiamo fatto le riforme della scuola sulla testa di chi vive la scuola, generando frustrazione e respingendo la speranza di chi voleva e poteva darci una mano. Il PD che noi vogliamo costruire cambierà verso alla scuola italiana, partendo dagli insegnanti, togliendo alibi a chi si sente lasciato ai margini, offrendo ascolto alle buone idee, parlando di educazione nei luoghi in cui si prova a viverla tutti i giorni, non solo nelle polverose stanze delle burocrazie centrali.
Casa per casa, comune per comune, scuola per scuola, da gennaio 2014 i nostri insegnanti, i nostri assessori alla scuola, i nostri circoli, i nostri ragazzi saranno chiamati alla più grande campagna di ascolto mai lanciata da un partito a livello europeo, sul doppio binario di una piattaforma tecnologica dedicata e di un rapporto personale, vis a vis. Chiameremo il Governo, il Ministro, i suoi collaboratori a confrontarsi sulle proposte e sulle idee. E daremo risposte alle proposte degli insegnanti, non lasciandoli soli a subire le riforme, ma chiedendo loro di collaborare a costruire il domani della scuola.
È solo un esempio, sia chiaro, di quello che faremo. Perché non consideriamo il nostro elettorato più forte conquistato per sempre. Al tempo della società liquida un partito politico deve conquistarsi il consenso ogni giorno.

6. La proposta sul lavoro
I nostri convegni, i nostri discorsi, le nostre mozioni danno spesso grande spazio alla parola “lavoro”. Ci piace discuterne. Ci rassicura sapere che la priorità è il lavoro. Ci emoziona pensare che la Costituzione – che pure vedeva la presenza di culture ben diverse tra loro – abbia messo il lavoro al primo posto, in cima agli articoli. Ne parliamo tanto, ma dobbiamo fare di più. Perché il lavoro è considerato un’emergenza solo a parole.
Ma oggi dobbiamo avere il coraggio di dire che, a parte il pubblico impiego, noi non riusciamo a incrociare le preferenze di chi lavora e nemmeno di chi sognerebbe un lavoro come i nostri concittadini disoccupati. È imbarazzante sapere che il partito della sinistra italiana, autore di alcuni tra i convegni più interessanti sull’operaismo, è il terzo partito tra gli operai. Le fabbriche non ci votano, ne siamo consapevoli? I disoccupati non affidano a noi la speranza di stare meglio, ci è chiaro? Chi crea posti di lavoro, investendo sulle aziende e non sulla finanza, non si fida ancora di noi, lo sappiamo?
Ecco perché dobbiamo cambiare verso. Anche al modo di affrontare l’emergenza lavoro, in un Paese in cui qualcuno aveva proposto di creare un milione di posti di lavoro, ma alla fine di quella storia il milione di posti di lavoro è in meno, non in più.
Se toccherà a noi guidare il PD proponiamo di cambiare verso a questa discussione in modo molto netto. Vanno cambiati i centri per l’impiego, in un Paese dove si continua a trovare lavoro più perché si conosce qualcuno che perché si conosce qualcosa: la raccomandazione più che il merito. E qualcosa vorrà pur dire se i centri per l’impiego in Italia danno lavoro a 3 utenti su 100 contro quelli svedesi che arrivano a 41 su 100 o quelli inglesi che raggiungono la cifra di 33 su 100. Abbiamo bisogno di una rivoluzione nel sistema della formazione professionale, che troppo spesso risolve più i bisogni dei formatori che di chi cerca lavoro: e dobbiamo avere il coraggio di dire che sono state scritte pagine indecorose da alcune amministrazioni locali – persino vicine al nostro partito – nella gestione della formazione professionale. Dobbiamo semplificare le regole del gioco: sono troppe duemila norme, con dodici riviste di diritto del lavoro, con un numero di sindacati e sindacalisti che non ha eguali in nessun paese occidentale. La funzione insostituibile del sindacato va difesa dagli eccessi e garantita attraverso la legge sulla rappresentanza e una rigorosa certificazione dei bilanci di ogni organizzazione sindacale, così come la dignità della politica va difesa dagli sprechi di alcuni politici e della casta. Le associazioni degli imprenditori e dei datori di lavoro – che tante indicazioni danno in occasioni delle proprie assemblee annuali – debbono essere chiamate a una precisa rendicontazione dei vari contributi che ricevono le aziende socie: diminuire i contributi a pioggia che ricevono alcune aziende per abbassare le tasse a tutte le aziende.
Attenzione ai nuovi settori: Internet ha creato 700.000 posti di lavoro negli ultimi 15 anni, ma sembra ancora un settore riservato agli addetti ai lavori. E un piano per il lavoro da presentare al Paese prima del prossimo Primo Maggio per raccontare che idee abbiamo noi del lavoro, dalla possibilità di assunzioni a tempo indeterminato per i giovani con sgravio fiscale nelle aziende per i primi tre anni fino all’investimento necessario per chi si trova senza lavoro all’improvviso a cinquant’anni.

7. Il PD come partito di amministratori, di circoli, di parlamentari
Sono tre le basi del nostro PD. I circoli, aperti, entusiasti, appassionati. Fatti dai militanti che meritano la nostra attenzione, la nostra gratitudine, il nostro rispetto. Che ci mettono la faccia sempre, anche quando costa fatica. Che fanno iniziative e feste, approfondimenti e volantinaggi. Che conoscono ancora il gusto di attaccare i manifesti e non meritano di essere costretti a serate batticuore come nelle ultime elezioni. I circoli però non devono essere solo il luogo dove trovare braccia quando c’è da lavorare, devono essere la sede naturale del confronto con i cittadini. Gli amministratori. Che sono abituati a decidere, che non possono permettersi di tentennare in un tempo in cui la parola d’ordine sembra essere sempre rinviare, che sanno assumersi le proprie responsabilità. E che spesso sono lasciati soli. E poi i parlamentari, che devono avere sempre di più la consapevolezza di essere maggioranza in Parlamento. Il PD deve dettare l’agenda, non subirla: e questo anche nel tempo delle grandi intese, a maggior ragione dopo. Negli ultimi 20 anni abbiamo subito l’agenda degli altri: cambiamo verso!
Nel PD che faremo conteranno di più i territori e di meno i dipartimenti centrali. Rottameremo innanzitutto le correnti, perché le buone idee non sono monopolio di qualcuno e non ci possiamo permettere un segretario che sia semplicemente punto di equilibrio tra gruppi diversi. Il partito è di amministratori, di circoli, di parlamentari: di tutti insomma. Poi ha bisogno, al centro come in periferia, di avere dei punti di riferimento. Qualcuno tra noi ritiene che la parola leader sia una parolaccia. Ogni squadra ha un capitano. Se gioca bene il capitano, gioca meglio la squadra; se gioca bene la squadra, è più semplice il lavoro del capitano. La foga con cui una parte del nostro mondo cerca di distruggere i propri capitani è incomprensibile e dannosa: non abbiamo perso perché avevamo leader troppo forti, ma perché gli italiani non hanno considerato sufficientemente forti i nostri leader. Che è una cosa ben diversa.

8. Custodi del bipolarismo
Chiediamo soprattutto a questo congresso di pronunciarci sul modello di partito che vogliamo offrire agli italiani. Noi crediamo nel bipolarismo e nell’alternanza. Pensiamo che le larghe intese siano una faticosa eccezione, non la regola. Vogliamo un bipolarismo gentile ma netto. Gentile nel senso che non sopportiamo più la violenza verbale riservata agli avversari nei talk-show e sui giornali (talvolta non solo agli avversari: garantiamo che noi rispetteremo sempre i nostri compagni di strada e competitor interni, non ci sono ‘fascistoidi’ nel nostro partito!). Gli stessi che si scontrano all’arma bianca nei talk poi votano lo stesso governo alla Camera dei Deputati. Maggiore gentilezza dunque, ma nettezza inequivocabile sul sistema di governo. La legge elettorale che proponiamo ai cittadini nelle primarie dell’8 dicembre è una legge che sia chiara, che faccia sapere subito chi ha vinto e chi ha perso, che garantisca a chi ha vinto di poter fare, a chi ha perso di controllare e soprattutto ai cittadini di giudicare. Una legge elettorale che tolga gli alibi a chi governa “non mi hanno fatto lavorare” e che restituisca ai cittadini il sacrosanto diritto di scegliere a chi affidare i propri sogni, le proprie speranze, i propri progetti. Pensiamo che il PD abbia il dovere di fare la prima mossa sulla legge elettorale partendo dalla Camera di Deputati dove già adesso ci sono i numeri per modificare il sistema autorevolmente ribattezzato “Porcellum” dagli stessi ideatori della norma.

9. Comunicazione e trasparenza
Un partito che sappia comunicare bene. Perché la parola comunicazione non deve fare paura. Chi non comunica è perduto. Saper usare la comunicazione è una priorità per la madre che insegna a parlare al bambino, per l’innamorato che vuole esprimere il proprio sentimento alla persona che ama, per il lavoratore che deve confrontarsi con i colleghi, per i nonni che vogliono entrare in rapporto con i nipoti. Senza comunicazione non c’è vita. In questi anni abbiamo finto di pensare che la comunicazione fosse patrimonio della destra e che chi tra noi parlava di comunicazione in realtà fosse un potenziale traditore, un infiltrato del nemico. Recuperare una dimensione pulita e semplice di comunicazione partendo da un più accorto uso degli strumenti di proprietà del PD e dialogando con le realtà editoriali ad esso collegati sarà una nostra priorità.
Inizieremo con l’obiettivo di spendere meno in comunicazione rispetto agli ultimi anni. Spendere meno, ma spendere meglio. E rendicontare tutto, ogni centesimo, attraverso la totale trasparenza delle spese. Se inizieremo noi, poi saranno costretti a farlo tutti. Inizieremo dai soldi raccolti con le primarie che a differenza del passato dovranno avere una destinazione e un utilizzo chiaro. Tutta la rendicontazione la metteremo su Internet, accessibile a tutti.
Il PD non è l’obiettivo, è lo strumento. Noi non vogliamo chiudere le sedi del PD, anzi vogliamo spalancarle. Vogliamo cambiare l’Italia e il PD è lo strumento per questo.

 

2 – IL PD DEVE CAMBIARE VERSO ALL’ITALIA

1. Tutti devono cambiare
Abbiamo il coraggio di dirci la verità. I numeri sono impietosi, drammatici. L’Italia è ferma da vent’anni, non cresce, perde posizioni. Il prodotto interno lordo non può essere l’unico indicatore dello stato di salute di una comunità, lo sappiamo. Ma dai disoccupati ai consumi interni il segno meno è davanti a tutte le graduatorie, export escluso. Occorre cambiare verso, dunque. Perché il paradosso è che l’Italia ha risorse per farcela. Fossimo un altro Paese, probabilmente, dovremmo gestire la crisi e abbassare il livello delle nostre ambizioni. Ma il felice paradosso è che noi abbiamo le possibilità e le potenzialità per uscirne rafforzati. Ci manca la volontà politica di operare un netto cambiamento. All’Italia non bastano piccoli aggiustamenti, ma serve una rivoluzione radicale. Il PD deve essere il partito della svolta, non quello che perpetua lo status quo, dove continuano a fare e disfare i soliti noti. Usciremo dalla crisi solo se metteremo finalmente mano alle riforme strutturali di cui tutti parlano da decenni e che invece stiamo ancora aspettando. L’Italia non può più aspettare perché ha già perso vent’anni e sta pagando il fallimento di un’intera classe dirigente. Cambiare tutto non sarà facile, cambiare tutti qualcosa però sarà un dovere. Il nostro dovere. Chi dice: vanno bene le cose così come sono, va bene il partito così com’è, può non votare per noi.

2. Semplicità
Davanti alla complessità della crisi fa bella figura chi dimostra di saper elaborare complicati concetti, profonde discussioni, dettagliate analisi. Sono temi che ci stanno a cuore e che è bello sviscerare. Compito di un partito politico, però, è saper offrire risposte semplici. Non semplicistiche, non semplificate: semplicemente semplici. L’Italia deve riscoprire la semplicità. Ovunque. In un sistema fiscale incomprensibile persino per gli addetti ai lavori. In un sistema amministrativo dove orientarsi è impossibile persino per i più scafati capi di gabinetto. In un sistema normativo dove abbiamo una produzione legislativa che affolla le aule di tribunale per i ricorsi. Semplicità, chiarezza, trasparenza. Sono concetti abusati nel dibattito, poco usati nella pratica. La rivoluzione digitale e l’accessibilità alla rete possono essere una parte della soluzione, solo a condizione di modificare la mentalità dei dirigenti pubblici. Mettere online tutte le spese dello Stato e di tutte le amministrazioni locali consente un controllo costante dell’opinione pubblica. Per essere credibili, però, dobbiamo iniziare da noi stessi. Dai nostri comuni, dalle nostre amministrazioni.
Inseguire la semplicità significa che il PD proporrà progetti di riforma sul fisco, sulla giustizia e sulla pubblica amministrazione, discussi in tempi certi con i circoli, con gli amministratori, con i parlamentari e aperti alla discussione tramite vecchi canali e nuove tecnologie. Partendo dal presupposto di uno Stato che cerca di lasciare liberi i cittadini. Di rispettare i tempi delle persone, per esempio non chiedendo più di produrre un documento di cui sia in possesso un’altra amministrazione pubblica. E consentendo alle aziende straniere di poter investire in Italia, perché oggi la confusione normativa, burocratica, fiscale e i ritardi biblici della giustizia costituiscono il primo ostacolo a investimenti stranieri e quindi alla creazione di nuovi posti di lavoro. In un mondo globale, il problema non è se l’imprenditore è italiano o straniero, ma se crea valore alle aziende oppure no, se crea posti di lavoro oppure no. L’italianità da difendere non è il passaporto dell’azionista, ma la qualità dei prodotti, l’investimento e l’occupazione.
Non vogliamo essere il partito delle tasse. Non dobbiamo più consentire a nessuno di definirci il partito delle tasse. Perché non lo siamo. E perché chi lo dice in questi anni non ha ridotto la pressione fiscale. Strumenti veri per combattere l’evasione fiscale, aiutare le aziende rendendo l’Agenzia delle Entrate non il nemico ma il partner, che prova ad aiutarti prima che a sanzionare, investire sulle fatturazioni digitali ma anche sul pagamento oltre il contante che ancora rappresenta una nicchia di mercato troppo piccola, anche per l’eccessivo costo imposto dal sistema bancario.

3. Contro i nostri tabù
Vogliamo utilizzare il Congresso per discutere sul serio, sfatando alcuni tabù anche nel nostro campo. Tutto ciò che otterremo dal recupero dell’evasione fiscale dovrà essere utilizzato soltanto per riduzione delle tasse, non producendo ulteriore spesa. Tutto ciò che otterremo dalla dismissione di patrimonio dovrà essere utilizzato soltanto per ridurre il debito, non producendo ulteriore spesa. Il PD non sarà mai subalterno al mercato, che deve regolare. Ma proprio per questo la politica non può interferire con operazioni economiche e finanziarie che devono essere garantite da leggi chiare e non modificabili in corso d’opera. Proprio perché non siamo subalterni non ci interessano le avventure dei capitani coraggiosi o dei patrioti che nel corso dell’ultimo ventennio hanno alimentato un modello di capitalismo all’italiana più basato sulle relazioni che sui capitali. E vogliamo dire parole chiare sulle banche, che devono fare le banche e prestare a chi ha idee e bisogno, non a chi specula in nome di “operazioni di sistema”. In Italia le banche sono ovunque, nelle proprietà dei giornali come nella gestione delle aziende, tranne dove devono stare davvero: a dare una mano alle famiglie, alle piccole imprese, agli artigiani, al cuore pulsante dell’economia italiana. Ogni grande operazione – voluta dalla politica o difesa dalla politica – che fallisce o va in sofferenza, riduce in modo esponenziale la possibilità di dare credito a chi ne avrebbe bisogno, a chi potrebbe investire, a chi potrebbe crescere con le proprie gambe e non con il sostegno di amici degli amici.
Poche regole chiare per consentire ai players dell’economia di giocare a carte scoperte, tutti con le stesse opportunità. Garantire l’uguaglianza, insomma. Senza che nessuno sia più uguale degli altri.

4. Il partito dei diritti…
Il PD che noi vogliamo è il partito dei diritti. La nostra Italia è uno spazio accogliente per tutti, costruisce sul talento di ciascuno, consente a ognuno di perseguire il proprio progetto di vita. Costruire una società veramente rispettosa e inclusiva è un’operazione possibile e vantaggiosa per la società intera. C’è uno spazio nel quale la libertà di ogni persona di compiere le proprie scelte, anche le più intime e fondamentali decisioni della vita, può convivere in armonia con la libertà di ciascuno di vivere liberamente le proprie convinzioni. E’ in quello spazio che è possibile costruire un Paese avanzato sul tema dei diritti civili, senza alcuna paura di cancellare la nostra identità e le nostre radici culturali. L’espansione dei diritti delle persone non può essere un’operazione a somma zero, in cui qualcuno vince e qualcuno perde: deve essere al contrario un modo per far crescere l’intero Paese. L’altra faccia della medaglia dello sviluppo economico, infatti, è rappresentato da quello civile. L’Italia deve costruire una cultura dell’inclusione. La scuola, le famiglie, i media, le associazioni – ma questo è un compito che spetta individualmente anche a ciascuno di noi – devono diventare parte della costruzione di un paese più rispettoso, più inclusivo, più incline a comprendere che le differenze sono una ricchezza, una straordinaria opportunità per il nostro Paese. Negli ultimi mesi si sono fatti essenziali passi avanti: il Parlamento ha approvato un fondamentale provvedimento di legge volto a contrastare le violenza contro le donne e si è avviato alla Camera il percorso che condurrà a una legge contro l’omofobia e la transfobia. Passi importanti, ma non sufficienti. Le norme penali non possono essere l’unico strumento per limitare questi fenomeni inaccettabili: ciò che dobbiamo costruire è l’educazione di tutti a un rapporto più gentile tra le persone.

5. …e il partito dei doveri
Ma proprio perché ci candidiamo a essere il partito dei diritti vogliamo essere anche il partito dei doveri. Della legalità, che è un valore sempre, per tutti non solo contro uno. Essere il partito della legalità significa combattere una battaglia non solo verbale contro una criminalità organizzata che uccide meno di prima e in modo meno evidente ma che è sempre più presente nel tessuto economico, nelle botteghe delle città, nelle aziende del nord costrette all’usura e poi a vendere, nel commercio di cocaina. Ricordare i martiri dello Stato è dovere civile per ciascuno di noi. Ma combattere la criminalità con strumenti efficaci e moderni è il vero modo per non disperderne la testimonianza, per non ignorarne il martirio. Essere il partito della legalità significa chiedere una riforma della giustizia civile, amministrativa, penale. E affrontare la scandalosa questione delle condizioni di vita nelle carceri, passando dalla porta giusta: la riforma della Bossi-Fini e della Giovanardi, la riforma della custodia cautelare dove autentiche vergogne per il Paese vengono messe in evidenza dai media (e meno male almeno in questi casi accade) solo quando ci sono personalità importanti, l’implementazione di sistemi alternativi alla detenzione. Pensare di affrontare il problema dello svuotamento delle carceri con un provvedimento di clemenza sette anni dopo l’ultimo indulto trasformerebbe questo strumento eccezionale in una sorta di condono mascherato, risolvendo l’emergenza carceraria soltanto per qualche mese e senza garantire ai territori e ai comuni di impostare progetti di reinserimento per evitare la recidiva.
Garantire l’uguaglianza è un imperativo della nostra carta costituzionale. Ma spesso la Costituzione si cita in piazza e si dimentica nella quotidianità. Si difende la Costituzione, solo se si attacca la rendita. Pensiamo che l’uguaglianza sostanziale di cui all’articolo 3 sia attuabile solo se rimuoviamo gli ostacoli. Ma l’uguaglianza non significa ugualitarismo. Non significa uccidere il merito: significa che chiunque può giocarsela.
Chi oggi dice che non si può toccare la spesa pubblica si pone dalla parte di chi vuole conservare l’esistente, cioè un sistema ingiusto e inefficiente. Modificare la spesa pubblica, garantendo più diritti a chi non ne ha, è un’assoluta priorità per il nostro welfare tutto incentrato sulla difesa di alcune categorie e non di altre. Possibile non chiedere un contributo di solidarietà a chi riceve pensioni d’oro? Possibile non modificare il sistema degli assegni sociali, dando di più a chi più bisogno, ed eliminando le contraddizioni del meccanismo attualmente vigente?

6. Territorio
Il PD che vogliamo è un partito che sa ripartire dai territori e riesce a disseppellire i tesori sepolti dalla pessima gestione dei nostri beni comuni. Se vogliamo creare lavoro e benessere, dobbiamo riuscire a far incontrare il meglio delle nostre vocazioni – la bellezza delle città e del paesaggio, il ricco e dinamico sistema di imprese locali, lo spirito di impresa e la sfida della creatività che ha fatto grande il Made in Italy. L’Italia è il 72° paese come estensione, come numero di abitanti siamo meno dell’1%, lo 0,89% della popolazione mondiale. Nonostante questo nel mondo ‘è una grande attenzione verso l’Italia, c’è voglia di Italia. Voglia di visitare l’Italia, voglia di mangiare italiano, voglia di vestire italiano. Ci sono imprenditori bravissimi che sono riusciti a portare l’Italia nel mondo e far crescere il desiderio di Italia. Noi dobbiamo solo aiutarli a non essere penalizzati, dobbiamo aiutarli se nel mondo si affermano prodotti alimentari che di italiano hanno solo il nome. Per il turismo non ha senso che ogni regione si muova autonomamente, così si attrae meno e si spende di più. A questo proposito occorre aprire una discussione sulla riforma del titolo V° della Costituzione, che ha dato troppi poteri alle Regioni. La promozione del territorio è importante, mentre la tutela ambientale è fondamentale. 5 miliardi è in media il costo annuo dei disastri ambientali, un costo che potrebbe essere drasticamente ridotto se decidessimo di investire in prevenzione. Basta scaricare le responsabilità e ridurre i territori a discariche del disimpegno della politica. Basta con l’Italia peggiore che fa il giro del mondo mostrando un insopportabile degrado con i casi Ilva a Taranto, per i veleni sotterrati dalla camorra in Campania, per l’acqua che non arriva in casa e i fiumi inquinati perchè mancano fognature e depuratori, per i rifiuti ammassati per strada o trasferiti via mare in altri Paesi che è come ignorare il tema e rinviare le scelte che sono un dovere della politica e della pubblica amministrazione.

7. Sud come opportunità
Per il sud dobbiamo farci promotori di una strategia fondata su investimenti mirati, non a pioggia, e concentrata sui fattori di lungo termine della crescita: infrastrutture materiali e immateriali, istruzione, ricerca, efficace controllo del territorio contro l’illegalità diffusa e la criminalità organizzata, apertura dei mercati chiusi, superamento del carattere categoriale del Welfare , concentrando gli interventi sulle famiglie povere con minori.
Insomma: non soluzioni alla ricerca di un problema-come è accaduto con la Banca del sud di Berlusconi e Tremonti, ma sistematica strategia di riduzione degli ostacoli che ostruiscono la strada della crescita. Sapendo che il divario di sviluppo  accumulato dal Sud rispetto al Nord è così ampio e le potenzialità inespresse così grandi-da consentirci di affermare che il successo di questa strategia-esplicitamente rivolta a cambiare la struttura stessa degli incentivi che sono alla base dell’attività economica, nel suo rapporto con la politica-potrà favorire un ritmo di crescita, al Sud, significativamente più elevato rispetto a quello del Centro-Nord.

8. Terzo settore, anzi primo
Ci sono cinque milioni di italiani che ogni giorno fanno qualcosa per gli altri tramite l’associazionismo, il volontariato, il no profit.
Lo chiamano terzo settore, ma in realtà è il primo. Perché dà il senso dei valori in cui crediamo: è il mondo del volontariato generoso, delle cooperative sociali, dell’assistenza solida e solidale. Occupa 1 milione di lavoratori, ma soprattutto aiuta il paese a non cadere nel vittimismo. Il PD che faremo starà a fianco di questo mondo con entusiasmo e rispetto.

3 – L’ITALIA PUO’ CAMBIARE VERSO ALL’EUROPA

1. Ce lo chiede l’Europa?
Non è in crisi l’Italia. O meglio, non è in crisi solo l’Italia. È in crisi l’Europa che si scopre a fatica non più cuore economico del mondo. Il sogno e la visione dei padri costituenti dell’Europa di fare del nostro continente sempre più un luogo di pace ha visto una progressiva realizzazione. I nostri nonni affrontavano i francesi e i tedeschi sui campi di guerra, noi abbiamo la fortuna di essere divenuti la generazione Erasmus. Mai prima di oggi si era registrata una stagione di pace cosi intensa e bella. Ci sono state delle pagine vergognose che non vogliamo dimenticare mai, da Srebrenica al mercato di Sarajevo. Ma l’Europa come occasione per garantire la pace nei confini interni ha funzionato. È arrivato il momento di dire con forza che quel sogno così bello e rilevante non può bastare più. E il ritornello “Ce lo chiede l’Europa” ci ha stancato. Le cose che dobbiamo fare le vogliamo fare per noi, non per i burocrati di Bruxelles. Ci interessa adesso che la politica italiana inizi a dire cosa chiediamo noi all’Europa. E vogliamo che il PD sia protagonista – non solo alle Europee – di una campagna per raccontare che tipo di idea di Europa abbiamo in testa e di una battaglia per realizzare un’Europa dei cittadini e non solo dei tecnici.
Nella seconda metà del 2014 l’Italia guiderà il semestre europeo. Si tratta di un appuntamento molto atteso, che il PD dovrà riempire dei propri contenuti. Basta con il “ce lo chiede l’Europa”, iniziamo a dire cosa chiediamo noi all’Europa. La sfida è istituzionale, sociale, economica.

2. Verso gli Stati Uniti d’Europa
Si può procedere nella direzione degli Stati Uniti d’Europa solo a condizione di investire di più su un’idea di identità europea. Non ci piace l’Europa che ci dice tutto sulle normative per impacchettare i prodotti tipici ma ci volta le spalle sulla questione immigrazione. Immaginiamo un’Europa che gradualmente proceda verso l’unificazione federale, che punti all’esercito europeo, a una diplomazia comune partendo dalla scuola di diplomazia unitaria.
E per essere coerenti con questo lungo percorso immaginiamo che le Elezioni Europee – verso le quali ci avviciniamo in un rapporto di sempre maggiore integrazione con il Partito Socialista Europeo – non siano un test per capire lo stato di salute dei partiti in Italia o magari l’occasione per vedere se c’è spazio per qualche nuovo partitino. Sarebbe un’occasione persa, sarebbe un errore imperdonabile. Proviamo a segnare la differenza: più potere per il Parlamento europeo, risorse certe ed autonome per il bilancio UE, elezione diretta del Presidente Europeo e poteri esecutivi per la Commissione, la progressiva equiparazione della Banca Centrale Europea a vero e proprio custode della moneta unica, sul modello della Federal Reserve negli Stati Uniti. L’Europa ha bisogno di essere governata dai rappresentanti dei cittadini non da un’oscura burocrazia. Perché non basta l’unione monetaria: il futuro è l’unione politica.

3. Una sfida
Il PD deve chiedere che i giovani europei possano sperimentare un servizio civile continentale, che le normative sul lavoro vadano progressivamente integrandosi, che gli scambi studenteschi e universitari siano ulteriormente implementati. Il PD deve chiedere che ci sia una voce unitaria nella politica estera, un’attenzione non saltuaria alle emergenze umanitarie, alle guerre civili, ai conflitti dimenticati. Il PD deve chiedere all’Europa di considerare il Mediterraneo davvero il Mare Nostrum e dialogare con le sponde africane con un linguaggio nuovo di cooperazione ma anche di potenziale sviluppo, come è accaduto negli anni Novanta con l’Adriatico durante la crisi umanitaria in Albania, Paese che adesso speriamo di accogliere quanto prima nell’Unione Europea. Solo che ti serve la politica. Non puoi lasciare tutti i problemi sulle spalle dei sindaci coraggiosi o dei volontari della Caritas. Ecco perché occorre la politica.

4. No alla tecnocrazia
Se l’Italia fa l’Italia, se l’Italia fa il suo mestiere, l’Europa trae giovamento. E rottamiamo anche l’idea di Istituzioni che si pongono soltanto come guardiano dei conti altrui. Le politiche di euro-austerity hanno dimostrato il fiato corto e si sono rivelate inidonee e a rilanciare la ripresa. Il PD deve cambiare verso a questa discussione assicurando l’impegno italiano per rimettere a posto i conti. Non rimettiamo a posto i conti perché ce lo chiedono le cancellerie europee: rimettiamo a posto i conti perchè ce lo chiede la serietà verso il destino dei nostri figli e dei nostri nipoti. Ma il PD che cambia verso all’Italia ha tutti i titoli per chiedere all’Europa di modificare il proprio approccio tecnocratico, che non risolve i problemi di crescita. Per competere nel mercato globale, l’Europa ha bisogno di noi.
L’Europa non può essere semplicemente il guardiano dei conti, l’Europa non è può essere un estratto conto. L’Europa è un organismo complesso, fatto di persone, storie di vita, istituzioni locali, culture e territori.
Non basta fissare qualche percentuale per governare questo organismo complesso, serve conoscere il suo passato e definire il suo futuro. I conti non sono un fine a sè, sono un mezzo; un mezzo per definire saldamente il futuro di una comunità. Sacrosanto è lo sforzo al risanamento pubblico e alla riduzione del peso del debito.
Ma una nuova Europa non può non accorgersi che la cura può uccidere il malato, che con la recessione in casa serve un grande piano espansivo di investimenti che faccia ripartire il mercato interno e l’economia.

5. Superare il tre per cento
Superare l’austerity come religione e i conti come fine è il primo passo per costruire una Europa politica che sappia scegliere e non solo amministrare. Cambiare l’Europa è una sfida che possiamo vincere. Per farlo, però, abbiamo bisogno anzitutto di cambiare verso all’Italia. Solo cambiando, l’Italia può acquistare la forza e la credibilità necessarie per chiedere all’Europa di cambiare le sue regole e perfino i suoi paletti. A partire dal parametro del 3% nel rapporto deficit/pil; un parametro anacronistico. Siamo noi che dobbiamo chiedere all’Europa di cambiare, ma prima di farlo, iniziamo a realizzare in casa le riforme che rinviamo da troppo tempo. Il 3%, infatti, deriva matematicamente da un obiettivo (stabilizzare il debito alla media Ue dell’epoca, il 60%) e da un’ipotesi/speranza (che il Pil crescesse in media del 3% l’anno). Entrambe le cose nel 1992 erano vere e realistiche. E ora non lo sono più: la media del debito nell’area euro è il 90%, e il tasso di crescita medio è molto più basso del 3% (anche a causa delle economie emergenti). In più il 3% soffre problemi di credibilità…quando nel 2003 l’hanno violato Francia e Germania, si è preferito sospendere il Patto di Stabilità piuttosto che applicare la sanzione. Significa un “tana libera tutti”? No, specialmente per un paese come il nostro che ha un debito (132% del Pil) superiore sia alla media Ue del 1992 che a quella di oggi. Significa invece disegnare un nuovo e credibile sistema di vincoli che sia al passo coi tempi, che permetta di risanare i bilanci realisticamente (senza uccidere il malato) e che possa essere rispettato da tutti.
Se iniziamo a cambiare verso all’Italia, poi abbiamo le carte in regole per chiedere che cambi verso l’Europa.
 
CONCLUSIONI

Per realizzare un progetto così ampio, per vincere una sfida così difficile avremo bisogno di tanto coraggio ma non basterà il nostro coraggio. Avremo bisogno di studiare tanto, ma non basterà il nostro studio. Avremo bisogno di libertà, ma non basterà la nostra libertà. Perché avremo bisogno anche e soprattutto di tutto il nostro entusiasmo. Fare politica oggi è un rischio. Una scommessa. Un azzardo, forse. Sarebbe più comodo ritirarsi da parte, aspettando che passi lo scontento, la rabbia, la stanchezza. Ma pensiamo che tocchi a noi cambiare l’Italia, senza lamentarsi di chi non vuol farlo e mettendosi in gioco. Perché questo accada, non basta avere buone idee, bisogna avere la voglia e la forza di concretizzarle coinvolgendo gli italiani, suscitandone speranze, alimentandone i sogni. Ecco perché abbiamo bisogno di entusiasmo, di speranza, di fiducia. Ecco perché tutto quello che abbiamo scritto sta in piedi solo con lo sforzo personale di chi non si arrende, di chi non si rassegna, di chi ha voglia ancora di alzarsi e di provarci. Non è possibile cambiare verso senza liberare tutto l’entusiasmo che abbiamo.

Per cambiare verso propone per la guida del PD, proponiamo Matteo Renzi, 38 anni, sindaco di Firenze dal 2009. Matteo è molto conosciuto per i suoi slogan, ma il suo slogan migliore è la concretezza delle cose realizzate da amministratore. Tra le sue iniziative in Comune: ha abbassato le tasse riducendo l’addizionale Irpef, raddoppiato spazi e utenti delle biblioteche, approvato il primo piano strutturale a mattoni zero di una grande città italiano, pedonalizzato 12 ettari di centro storico attraverso quattro diverse operazioni, ridotto del 90% le liste d’attesa degli asili nido, aumentato gli investimenti su sociale, e scuola nonostante la crisi, dimezzato il numero degli assessori della giunta, dove le donne sono in maggioranza rispetto agli uomini, venduto le auto blu, portato la differenziata dal 36 a più del 50%, salvato il teatro della pergola e inaugurato il teatro dell’opera. abbassato del 13% il costo del personale del comune che in 4 anni è passato da 199 milioni l’anno a 174 milioni e molto altro che potrete trovare su www.matteorenzi.it.

Niente di speciale, sia chiaro: ha fatto solo il proprio dovere. Lo pagano per questo. Ma il piccolo elenco è dedicato a chi dice che gli amministratori del PD sanno solo parlare.

Invece fare è possibile. Basta cambiare verso!

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