Matteo Renzi

Investire sugli Italiani

Oggi tutti invocano la crescita, ma invocare la crescita è come invocare la pace nel mondo: dà soddisfazione ma non vuol dire nulla. Il punto è capire come. Storicamente l’Italia è cresciuta grazie a un’unica cosa: il talento e le capacità degli italiani. Il vero problema del nostro Paese, oggi, non è la crisi dei mercati. E lo spreco più grave non è di natura economica. Il vero problema è che non stiamo valorizzando il potenziale degli italiani.

Una parte troppo ampia delle capacità degli italiani è mortificata da un sistema ingiusto e ottuso che, a tutti i livelli, schiaccia anziché favorire l’impegno e le aspirazioni di ciascuno di noi. Proviamo ad immaginare un ciclo vitale nel quale, ad ogni stadio, anziché distruggerlo, il sistema pubblico incoraggi la formazione di capitale umano, ampli lo spettro delle scelte a disposizione delle persone, liberi il loro potenziale. A cosa assomiglierebbe?

[h4a]PARTIRE COL PIEDE GIUSTO: DARE AL 40% DEI BAMBINI SOTTO I TRE ANNI UN POSTO IN UN ASILO NIDO PUBBLICO ENTRO IL 2018[/h4a]

L’Italia combina attualmente due primati negativi: una bassissimo tasso di natalità e, al tempo stesso, un bassissimo tasso di occupazione femminile. In più, i test internazionali ci dicono che, da noi, lo sviluppo cognitivo dei bambini è più condizionato che altrove dalle origini familiari. In Italia, solo il 12 per cento dei bambini sotto i tre anni ha accesso a un nido pubblico, in un’età che tutti gli studi confermano essere la più importante di tutte per l’investimento in capitale umano. Ecco perché proponiamo di passare dal 12 al 40% di copertura creando 450.000 nuovi posti. Il costo stimato sarebbe di 3 miliardi l’anno di spese correnti. Elevato ma sostenibile in una manovra complessiva da 75-90 miliardi come quella che proponiamo. Il costo di investimenti (spesa in conto capitale) di 13 miliardi è anch’esso sostenibile se ripartito su 5 anni.

[h4a]UNA SCUOLA DOVE SI IMPARA DAVVERO[/h4a]

La scuola è il terreno sul quale si gioca il futuro del nostro Paese.
Bisogna tornare ad investire, ma farlo con modalità nuove, che mettano al centro la qualità dell’educazione che diamo ai nostri figli. E’ davvero un paradosso, quello di una scuola nella quale si danno voti a tutti, ma non alla qualità dell’insegnamento e delle strutture scolastiche. Gli istituti scolastici devono godere di un’ampia autonomia, anche riguardo alla selezione del personale didattico e amministrativo, con una piena responsabilizzazione dei rispettivi vertici e il corrispondente pieno recupero da parte loro delle prerogative programmatorie e dirigenziali necessarie. Questo obiettivo va preparato attraverso una fase transitoria nella quale si incominci a responsabilizzare gli istituti scolastici mediante una valutazione della performance gestita da una struttura indipendente centralizzata. Perciò proponiamo:

1. un forte investimento sulla scuola e, in particolare, sulla formazione e l’incentivazione degli insegnanti, sull’edilizia scolastica (v. infra 5. c.) e sull’upgrade tecnologico della didattica;

2. la valutazione degli istituti scolastici attraverso il completamento e il rafforzamento del nuovo Sistema di Valutazione centrato sull’azione di Invalsi e Indire, con la prospettiva di avvicinare gradualmente il nostro modello a quello britannico centrato sull’azione della Ofsted;

3. incentivi ai dirigenti scolastici basati sulla valutazione della performance delle strutture loro affidate;

4. una revisione complessiva delle procedure di selezione e assunzione dei docenti, basata sulle competenze specifiche e sull’effettiva capacità di insegnare;

5. una formazione in servizio per gli insegnanti obbligatoria e certificata, i cui esiti devono contribuire alla valutazione dei docenti e alle progressioni di carriera, basata su un mix di: aggiornamento disciplinare, progettazione di percorsi con altri colleghi, aggiornamento sull’uso delle nuove tecnologie per la didattica, incontri con psicologi dell’età evolutiva o con medici per capire come affrontare handicap o disturbi di apprendimento sui quali la scienza ha fatto progressi.

6. la valutazione e incentivazione degli insegnanti, attivando in ciascun istituto scolastico un meccanismo finalizzato all’attribuzione di un premio economico annuale agli insegnanti migliori, scelti da un comitato composto dal preside, da due insegnanti eletti dagli altri (cui andrà il 50% del premio e che non potranno ovviamente essere selezionati per il premio intero) e da un rappresentante delle famiglie eletto dalle stesse, sulla scorta del progetto pilota “Valorizza”, già sperimentato in quattro province nel corso del 2010-2011.

[h4a]ELIMINARE LA FORMAZIONE CHE SERVE SOLO AI FORMATORI[/h4a]

Esiste un’offerta molto ampia di corsi di formazione professionale che vivono solo per mantenere in vita le organizzazioni che organizzano i corsi senza nessun beneficio pubblico. Bisogna spostare le risorse da questo ambito in altri dove possono produrre benefici reali, in particolare sulle competenze tecniche e artigianali che rappresentano la vera forza del modello produttivo italiano. Rilevazione sistematica del tasso di coerenza tra la formazione impartita e sbocchi occupazionali effettivi, a sei mesi e tre anni dalla fine del corso, e pubblicazione online di questi dati in modo che tutti possano conoscere i risultati del passato recente prima di scegliere un corso.

[h4a]RILANCIARE L’UNIVERSITÀ E LA RICERCA[/h4a]

L’Italia, che in molti settori dell’industria e del commercio è ai vertici mondiali, non è ugualmente rappresentata ai vertici delle classifiche delle istituzioni universitarie e di ricerca. Nelle istituzioni estere che si trovano ai vertici di tali classifiche, invece, lavorano molti ricercatori italiani, incapaci di trovare una posizione adeguata in Italia, mentre – salvo rarissime eccezioni – non si trovano ricercatori stranieri nelle istituzioni italiane.

1. Mettere a punto un sistema di valutazione delle università e sostenere quelle che producono le ricerche migliori. L’Italia spende per l’università e la ricerca meno dei grandi paesi con cui dobbiamo confrontarci, ma questo non è il solo problema. Il reclutamento dei ricercatori è spesso viziato da logiche familistiche e clientelari. Le risorse vengono disperse tra centri di eccellenza e strutture improduttive. Anche in questo campo si devono introdurre meccanismi competitivi. I dipartimenti universitari che reclutano male devo sapere che riceveranno sempre meno soldi pubblici. Deve essere chiaro che chi recluta ricercatori capaci di farsi apprezzare in campo internazionale ne riceverà di più. È un risultato che si può ottenere usando indicatori quantitativi sulla qualità della ricerca prodotta sul modello dell’Anvur e il parere di esperti internazionali autorevoli e fuori dai giochi. L’obiettivo è avere una comunità scientifica meno provinciale, che esporta idee e attrae talenti.

2. Consentire la scommessa degli atenei e degli studenti sulla qualità della formazione. Agli atenei che vi sono interessati deve essere consentito di aumentare le tasse universitarie in funzione di progetti di eccellenza didattica, trovando al tempo stesso compensazioni per le famiglie con redditi medi o bassi. Agli studenti devono essere offerti prestiti per coprire integralmente i costi, prevedendo che la restituzione rateizzata – parziale o integrale – inizi solo quando essi avranno raggiunto un determinato livello di reddito.

3. Consentire a tutti gli studenti universitari di finanziarsi gli studi e le tasse. Obbligo per le Università di stabilire accordi con almeno tre banche (di cui almeno una locale e almeno una nazionale) per i finanziamenti agli studi universitari, garantiti da un fondo pubblico di garanzia.

4. Incentivi fiscali per contributi alla ricerca universitaria. Detrazione dalla base imponibile di quanto donato alle università e tassazione agevolata per chi investe negli spin-off universitari.

5. Un fondo nazionale per la ricerca gestito con criteri da venture capital. Istituire un fondo nazionale per la ricerca che operi con le modalità del venture capital e sia in condizione di finanziare i progetti meritevoli al di fuori delle contingenze politiche.

[h4a]PROMUOVERE L’ACCESSO AL LAVORO DI GIOVANI, DONNE E OVER 55[/h4a]

Da noi lavora solo il 57% delle persone tra 15 e 64 anni, contro il 70% della Germania o del Regno Unito – questo significa che ci sono da noi 5 milioni di lavoratori in meno. E’ un dato ancor più allarmante di quello del tasso di disoccupazione. Vuol dire che in Italia molti hanno rinunciato: i ne-ne (né studenti, né lavoratori) giovani, le donne con o senza figli, i cinquantenni e sessantenni precocemente espulsi dal mondo del lavoro.

1. Per le donne, la maternità rappresenta una delle principali cause dell’abbandono del mercato del lavoro. Il nostro piano asili nido (v. supra 4.a.) ha l’obiettivo non solo di migliorare lo sviluppo cognitivo dei bambini ma anche di ridurre fortemente il tasso di abbandono del lavoro delle mamme. Inoltre, in funzione delle risorse disponibili, valuteremo la detassazione selettiva dei redditi di lavoro femminile secondo il modello proposto nel d.d.l. n. 2102 presentato al Senato che prevede un’azione positiva fino al raggiungimento del tasso di occupazione femminile del 60% (oggi è al 45%).

2. Per i giovani. Al fine di combattere la precarietà e ridurre il cuneo fiscale, tutti i nuovi contratti a tempo indeterminato avranno un bonus contributivo di 1000 euro l’anno, cioè quasi cento euro al mese, per tre anni, con una riduzione del costo contributivo di circa il 20 per cento per gli operai e del 15 per cento per gli impiegati secondo i dati della CGIA di Mestre. Il finanziamento di questo intervento pari a 1,5 miliardi avverrà tagliando la spesa pubblica. Tale bonus sarà aumentato di ulteriori 200 euro per le aziende che tramutino in contratti a tempo indeterminato una quota superiore al 40 per cento dei contratti a tempo determinato in essere alla fine dell’anno 2012. Sono inoltre necessari un forte impulso ai servizi di orientamento scolastico e professionale e la drastica riduzione dei costi di transazione relativi ai rapporti di apprendistato; il lancio di un programma di formazione mirata agli skill shortages, finanziato progressivamente secondo la straordinaria esperienza olandese dell’ultimo ventennio.

3. Per gli over-55, occorre consentire l’intreccio tra lavoro parziale e pensionamento parziale, flessibilizzazione dell’età pensionabile secondo il modello svedese, forte incentivazione economica dell’assunzione dei sessantenni, promozione della domanda di servizi che valorizzino l’esperienza degli over 55.

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