Matteo Renzi

Mozione

1. Il nostro tempo e il compito della politica

La democrazia dovrebbe essere il sistema che, meglio di qualunque altro, permette a una comunità di determinare il corso della propria esistenza. Ma da alcuni anni, in Europa e nel mondo, è cresciuto il numero dei cittadini che hanno la sensazione di aver perso il controllo sul proprio destino, di essere in balia di forze incontrollabili, che riducono la possibilità di ciascuno di influire sulle circostanze della propria vita. In alcuni casi si tratta di una preoccupazione di carattere economico, ma spesso questo sentimento di insicurezza va anche al di là, e investe la sfera della cultura, dell’identità e dello stile di vita. Abbiamo la sensazione che il mondo cambi vorticosamente intorno a noi e che i nostri strumenti per influenzarne il corso siano sempre più fragili e invecchiati.

La politica tradizionale – e le forze progressiste in modo particolare – hanno tardato a dare risposta a queste preoccupazioni. Poco a poco, il pragmatismo, agli occhi di una fascia crescente dell’opinione pubblica occidentale, si è così trasformato in fatalismo.

È questo il filo che unisce l’ascesa dei nazionalisti dell’Europa dell’Est, la Brexit, l’elezione di Donald Trump e il crescente protagonismo di Marine Le Pen in Francia e della nuova destra in Germania. L’ingrediente che accomuna i nuovi nazionalisti è la promessa di restituire agli elettori un grado di controllo sulla loro vita. E i mezzi che propongono per raggiungere quell’obiettivo hanno sempre un elemento in comune: la chiusura. Chiudere le frontiere, abolire i trattati di libero scambio, proteggere chi sta dentro, costruire un muro, metaforico o reale, rispetto all’esterno.

Dimostrare che le loro ricette sono velleitarie nel migliore dei casi e potenzialmente catastrofiche nel peggiore, non basta. Bisogna prendere sul serio il loro messaggio, al di là delle provocazioni e del folklore. E il messaggio dei nuovi nazionalisti dice questo: solo la chiusura può permetterci di riappropriarci del nostro destino, di non essere in balia di decisioni prese altrove, passivi, vulnerabili. La nostra sfida, oggi, è dimostrare che è vero esattamente il contrario. E che le scommesse sul futuro, sul lavoro, sull’ambiente, sull’integrazione sociale, sulla cultura e sul capitale umano sono l’unico modo per restituire ai cittadini il controllo del proprio destino, anziché precipitare in una spirale di risentimento destinata a ridurre inesorabilmente ogni possibilità di essere protagonisti.

Non si tratta di imbastire una guerra tutta ideologica tra “chiusura” e “apertura” ma di far vivere nel concreto del dialogo sociale e della prassi di governo quella alleanza tra libertà e protezioni, tra opportunità e fragilità, che resta al fondo il nucleo più vitale del patto costituzionale della Repubblica nata dalla Resistenza e dall’incontro tra grandi partiti popolari. Si tratta però anche di allargare la sfera dei bisogni: includendo accanto a quello di sicurezza e di benessere, anche il bisogno di appartenenza (sentirsi parte di una comunità) e il bisogno di cooperare (realizzare obiettivi comuni).

Sono sfide enormi, soprattutto per un Partito di centrosinistra come il PD. Il nostro mondo democratico e progressista, aperto e libero, appare oggi in crisi. E forse una delle ragioni per cui si stenta a intravedere un’alternativa credibile all’onda della contestazione populista dipende proprio dal fatto che l’investimento simbolico nella politica e nella storia non è più vivo e forte come una volta. Chiunque abbia ancora la capacità e la voglia di guardare al futuro immagina grandi meraviglie o immani catastrofi figlie dello sviluppo economico e della tecnica, non di grandi movimenti sociali e politici.

Ma spetta ancora alla politica il compito di immaginare e realizzare una via di uscita. Se l’investimento simbolico nella politica non è più vivo e forte come una volta, essere democratici significa proprio lavorare per riattivarlo. Perché solo all’interno di questo sforzo collettivo si può sperare di ritrovare le energie morali, intellettuali e politiche per provare a compiere, tutti insieme, il salto che serve dal passato verso il futuro.

2. Per un PD popolare e alternativo ai populismi

Le domande e le paure agitate dai populisti non possono essere liquidate semplicemente come irrazionali. Guai a cadere, come è accaduto in Italia nei primi anni Novanta, nella trappola di una presunta superiorità antropologica della sinistra. Come nel caso degli oppositori della Brexit o di Donald Trump, che all’indomani della sconfitta lamentavano i guasti del suffragio universale e s’interrogavano sulla necessità di impedire che decisioni troppo complesse fossero lasciate a elettori poco informati.

Non è facile trovare la via d’uscita dalla falsa alternativa tra elitaria presunzione di superiorità e rincorsa demagogica dei populisti sul loro stesso terreno. Quasi un secolo fa, Antonio Gramsci parlava della differenza tra sentire, sapere e comprendere. «L’elemento popolare – scriveva nei Quaderni del carcere – “sente”, ma non sempre comprende o sa; l’elemento intellettuale “sa”, ma non sempre comprende e specialmente “sente”». I due estremi da evitare erano pertanto «la pedanteria e il filisteismo da una parte e la passione cieca e il settarismo dall’altra». Oggi diremmo, semplicemente, elitarismo e populismo. «L’errore dell’intellettuale – proseguiva – consiste nel credere che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed esser appassionato» cioè che «l’intellettuale possa essere tale (e non un puro pedante) se distinto e staccato dal popolo-nazione, cioè senza sentire le passioni elementari del popolo». Ecco che cosa deve intendere il PD quando parla di primato della politica: il primato di questa comprensione, che è insieme un sentire e un sapere, intellettuale e popolare.

Per contrastare i populismi è indispensabile l’azione di forze politiche popolari, capaci di elevare la qualità, la trasparenza e la responsabilità delle scelte democratiche. Di fronte a un problema, i populisti cercano subito un colpevole, mentre i riformisti, testardi, cercano soluzioni. Soluzioni che devono essere concrete e realizzabili, semplici ma non semplicistiche. Il PD deve rivendicare la fatica della costruzione di scelte democratiche, la costruzione del compromesso possibile, inteso non al ribasso ma come aspirazione alla concreta costruzione di soluzioni stabili in quanto condivise.

Il PD deve farsi portatore di un riformismo empatico e popolare, che “senta” i problemi ancor prima di risolverli, togliendo così la terra sotto i piedi a ogni genere di populismo. Oggi l’unico modo per farlo è riscoprire la capacità di governare un cambiamento sempre più rapido e spiazzante, restituire alla politica democratica il suo primato, e questo non solo nella sempre più angusta dimensione nazionale. La politica deve mirare al tempo stesso più in alto e più in basso: deve puntare a incidere sulle dinamiche sovranazionali, sui processi economici globali, sulle grandi questioni internazionali, ma anche sulla vita quotidiana delle nostre comunità. E deve farlo perché la crescente diseguaglianza delle società occidentali non è solo un problema economico. Tantomeno in Italia, dove questa disparità è rappresentata dal persistere di un’antica e ancora irrisolta questione meridionale, che non può non essere il primo banco di prova di qualunque serio impegno riformatore.

3. Più Europa e più politica in Europa

L’Europa è l’orizzonte strategico delle sfide di cui sopra. L’unica dimensione sufficientemente vasta per fronteggiare il cambiamento garantendo il rispetto dei nostri valori e del nostro stile di vita. L’Unione Europea è il primo tentativo nella storia di creare un insieme sopranazionale in tempo di pace, senza armi e senza minacce, sulla base della libera adesione dei popoli. Nell’ultimo quarto di secolo, si è trasformata da una zona di libero scambio costituita da 12 piccole nazioni, schiacciate tra due blocchi imperiali, a un colosso formato da 28 paesi e popolato da mezzo miliardo di persone, la maggior parte delle quali condivide un’unica moneta e un’unica frontiera.

Da molti punti di vista – e alla luce della storia del nostro continente – si tratta di un miracolo. Ma purtroppo negli ultimi anni, la miopia di una classe dirigente succube del pensiero tecnocratico ha ribaltato la percezione dei cittadini. Per molti europei, oggi, l’Unione è diventata il problema più che la soluzione. Un ulteriore fattore di perdita di controllo sul loro destino, anziché lo strumento per cogliere le opportunità di un mondo più grande. Lo si è visto nel caso della Brexit e lo si vede anche nell’evoluzione dell’opinione pubblica in paesi storicamente europeisti come la Germania, la Francia e l’Italia.

A 60 anni dai Trattati di Roma l’antidoto contro i sovranismi consiste in una convergenza che faccia perno sulle tre più grandi democrazie dell’Eurozona, su un modello originale che concilii integrazione e democrazia. Un modello che (1) distingua nettamente una zona di integrazione politica da un’area di semplice cooperazione economica; che (2) rafforzi la legittimazione democratica del Presidente della Commissione, fino a giungere alla sua elezione diretta da parte di tutti i cittadini europei; e che (3) riduca l’area delle decisioni intergovernative e costruisca effettivamente, sulla base del principio di sussidiarietà, un modello con due livelli di governo distinti, uno federale con un adeguato bilancio da gestire e regole comuni per dare una dimensione davvero europea ai nostri mercati, e uno rinviato alla responsabilità degli Stati, singoli o in forma associata nel Consiglio europeo.

In attesa che si giunga all’auspicata elezione diretta del Presidente della Commissione, passaggio che non può che richiedere del tempo affinché si raggiungano i necessari accordi politici e si modifichino i Trattati alla base dell’Unione Europea, il PD deve farsi promotore di un’iniziativa politica che rafforzi da subito la legittimazione democratica del Presidente: proponiamo che, nelle prossime elezioni europee, la scelta del candidato del PSE alla Presidenza avvenga attraverso primarie aperte tra i cittadini dell’Unione, sulla base di una rosa di candidati selezionati a livello di Partito.

La costruzione di un’Europa politica dovrebbe essere il discrimine fondamentale delle prossime elezioni francese, tedesca e italiana, chiarendolo sin d’ora ai cittadini. Europeizzando così le elezioni nazionali in modo da ricevere un mandato chiaro per un’integrazione economica, politica e sociale amica della democrazia, in grado di invertire la spirale di estraneità dei cittadini europei rispetto a scelte che impattano sulle loro vite. Dobbiamo restituire anima e respiro alle quattro libertà europee – la libera circolazione delle persone, dei prodotti, dei capitali e dei servizi – ritrovando in esse un orizzonte comune, di progresso e crescita. Allo stesso tempo, il principio di fondo della nostra visione è quello di un’Europa politica e democratica e anche di un’Europa sociale, perché democrazia e dimensione sociale sono oggi più che mai intrecciate.

Nei prossimi mesi, in ogni caso, l’assetto politico dell’Unione subirà una trasformazione decisiva. Se le candidature progressiste ed europeiste in Germania e in Francia troveranno uno sbocco positivo, si creeranno per la prima volta le condizioni per una svolta che allenti la morsa dell’austerità e rilanci la prospettiva di un’integrazione fondata sul progresso e sulla crescita. Se, al contrario, a prevalere saranno i nazionalisti, in particolare il Front National di Marine Le Pen, l’Unione si troverà di fronte alla crisi di gran lunga più grave dal momento della sua fondazione. In entrambi gli scenari, dovremo farci trovare pronti. Il PD è stato il primo, tra i partiti del PSE, a promuovere con forza l’idea di un’Europa diversa e plurale, capace di dare una risposta vera ai problemi che abbiamo davanti, a partire dalla crisi economica, dall’immigrazione e dalla sicurezza. Su questi fronti, non smetteremo di incalzare i nostri partner, perché siamo convinti che siano quelli decisivi per restituire ai cittadini europei il sentimento di avere il controllo del proprio destino.

In particolare, al di là delle necessarie riforme dell’assetto istituzionale già richiamate, si devono da subito porre le basi per una nuova politica europea in campo sociale, nella gestione dei flussi migratori, rispetto alla difesa comune e in materia fiscale, per esempio arrivando a regole fiscali comuni per le imprese europee e stabilendo un indirizzo condiviso all’interno della nuova fase di competizione internazionale che si è aperta con la Brexit e la vittoria di Donald Trump. Occorre dare risposte immediate agli obiettivi di crescita e inclusione sociale, togliendo gli investimenti in sicurezza, ricerca e cultura dalle regole di bilancio e costruendo forme di spesa fiscale comune attraverso un’assicurazione europea contro la disoccupazione e una “Children Union” che realizzi investimenti comuni contro la povertà educativa.

Occorre dar vita a una Schengen della difesa, partendo dal nucleo dei grandi paesi fondatori e individuando alcuni obiettivi concreti: rafforzare la collaborazione e la cooperazione; mettere in comune competenze e risorse, sulla base di un modello condiviso e di un accordo costitutivo per stabilire finalità e modalità operative, al fine di realizzare una forza europea multinazionale, con funzioni e mandato stabiliti insieme, dotata di una struttura di comando e di meccanismi decisionali ed economici comuni; investire in una dimensione europea di integrazione dell’industria della difesa europea; dirigere risorse, umane ed economiche, verso settori strategici quali ad esempio la difesa cyber, il sistema di difesa satellitare e la logistica.

Occorre una politica estera europea che, grazie al contributo fondamentale dell’Italia, investa su due aree d’importanza strategica: gestione dei processi migratori e Mediterraneo. Indubbiamente il Governo Italiano, sotto la guida del PD, ha fatto del tema del Mediterraneo una priorità. Dobbiamo continuare su questa strada, rafforzando e allargando le azioni politiche europee. Dobbiamo valorizzare il Mediterraneo come spazio politico e luogo di scambio, di incontro, di opportunità, a partire dall’Agenda Blu.

Per quanto riguarda il fenomeno migratorio, dobbiamo coniugare i nostri interessi e i nostri valori, rifocalizzando il dibattito sul nesso fondamentale tra integrazione dei migranti e delle minoranze, da un lato, e sicurezza, dall’altro. Non è solo per essere all’altezza dei nostri valori, ma anche per garantire i nostri interessi che dobbiamo aiutare l’integrazione. Non dobbiamo avere paura di dire che c’è bisogno di integrazione, che la sicurezza passa anche attraverso l’immigrazione legale. E che per queste politiche, oltre che per i rimpatri e per il controllo dei flussi attraverso accordi con i paesi di origine (due azioni che devono proseguire con forza e coerenza), c’è bisogno di risorse umane e finanziarie, anche per programmi di cooperazione internazionale che aiutino la crescita dei paesi di origine dei migranti. Sull’integrazione dobbiamo investire di più e meglio, per il bene della nostra economia e per la qualità del nostro tessuto sociale.

L’Italia ha maturato un’esperienza lunga alcuni decenni in questo campo. La progressiva stabilizzazione delle comunità di più lunga anzianità migratoria, testimoniata dalla quota di titolari di permesso di soggiorno di lungo periodo, che in queste comunità raggiunge il 70%, unita ad altri dati su lavoro, frequenza scolastica dei figli e impegno nella vita sociale della comunità di appartenenza, raccontano un’avvenuta integrazione, che dev’essere presa a modello per le nuove, più recenti migrazioni. Il PD è stato il primo Partito a portare in Parlamento una riforma della legge sulla cittadinanza, improntata allo ius soli. Far approvare questa legge è un impegno che prendiamo con i Nuovi Italiani, che rappresentano una risorsa importante nel percorso di riforme di cui il nostro Paese ha bisogno.

Il tema della sicurezza va sganciato da quello dell’integrazione, ma non può certo essere lasciato alla destra e ai nuovi sovranisti. Sicurezza non vuol dire solo ordine pubblico. Il cuore delle politiche di sicurezza è garantire il bene comune, significa permettere ai cittadini di vivere la democrazia. Il controllo del territorio non risiede solo nel dispiegamento delle forze dell’ordine, ma nella coesione sociale e nella qualità dello sviluppo urbano. È per questo che intendiamo rilanciare e proporre a tutta l’Europa la strategia portata avanti dal governo Renzi: “un euro in sicurezza, un euro in cultura”. Tutelare il principio di sicurezza significa tutelare i più deboli. Non c’è sicurezza se non viene garantita la libertà dei singoli, ma è altresì vero che non c’è libertà senza sicurezza.

4. L’orgoglio di essere italiani

Il progetto europeo non è incompatibile con l’orgoglio di essere italiani e con il nostro interesse nazionale. Al contrario, nei suoi momenti migliori, i due aspetti sono andati di pari passo, rafforzandosi a vicenda. Com’è accaduto quando gli sforzi compiuti dai governi di Giuliano Amato, di Carlo Azeglio Ciampi e di Romano Prodi ci hanno permesso di accedere alla prima fase dell’euro.

Interpretata nel modo giusto, l’apertura non cancella l’identità, ma la esalta. Perché in un mondo aperto ogni paese, ogni territorio deve puntare su quel che sa fare meglio, su ciò che ha di unico. Dobbiamo valorizzare questo modello, che è il modello dei sindaci e degli amministratori locali, con il loro straordinario impegno quotidiano al servizio delle comunità piccole e grandi.

Che Italia riusciremo a costruire lo capiremo dalla risposta che daremo nei prossimi anni alle zone colpite dal terremoto. È da lì che capiremo se siamo all’altezza delle sfide che aspettano il nostro Paese. L’Italia è uno dei migliori paesi per interventi in emergenza ma siamo convinti che dobbiamo puntare molto nella prevenzione e prenderci cura del nostro territorio, in particolare nelle zone più a rischio. Proprio per questo i nostri governi hanno messo in campo un primo atto: un bonus fiscale che prevede la possibilità, per gli interventi negli immobili privati ma anche per lo svolgimento di attività agricole, professionali e commerciali, di detrarre fino all’85% di un intervento in cui sia certificato il miglioramento sismico. Questo intervento è la base per la messa in sicurezza del nostro territorio e della sua bellezza.

Un’Italia che fa l’Italia può essere un grande aggregatore dei talenti migliori, un catalizzatore di energie che uniscono il Paese, i suoi territori, le sue imprese e le sue comunità nella missione della qualità, della bellezza, della cultura: tutti temi che si incrociano con l’innovazione tecnologica e la green economy. Facce della stessa medaglia che prendono corpo nel nostro ineguagliabile patrimonio storico e artistico, nei nostri territori, straordinario mix di bellezze naturali e sapienza dell’uomo. Ma che si coagulano anche nei prodotti del nostro “made in Italy”, in cui artigiani e industriali illuminati hanno portato la bellezza e la cultura che si respira nel Paese, persino la qualità della vita: grazie anche all’incontro con la creatività e il design, che ci dice quanto sia importante l’osmosi tra cultura e mondo produttivo, e quanto sia urgente un ripensamento in questo senso del sistema educativo e formativo.

La green economy, fra gli assi di sviluppo, è la più significativa ed efficace, perché intercetta la natura profonda della nostra economia: la spinta verso la qualità e la bellezza. È la naturale alleata dell’uso efficiente di materia ed energia, dell’innovazione, dell’hi-tech. È una reazione di sistema, una sorta di missione produttiva indicata dal basso, spesso senza incentivi pubblici, da una quota rilevante delle nostre imprese. È una scelta non scontata in tempi di crisi, una scelta che si basa su investimenti e produce lavoro. Una scelta coraggiosa e vincente. Per le imprese, che investendo diventano più sostenibili e soprattutto più competitive. E per il Paese, che nella green economy e nell’economia circolare può riscoprire antiche vocazioni (quella al riciclo e all’uso efficiente delle risorse) e trovare un modello produttivo che grazie all’innovazione, alla ricerca e alla tecnologia ne rafforza l’identità, le tradizioni, ne enfatizza i punti di forza. Questa qualità tutta italiana ha oggi delle chance in più, perché intercetta novità che, complice anche la crisi, si diffondono globalmente: nuovi stili di vita e di consumo fatti di maggiore sobrietà, attenzione alla giustizia sociale e all’equità, a valori che parlano di sharing economy e condivisione. Sempre più si cercano prodotti e servizi che abbiano un’anima e una storia da raccontare.

Nonostante le enormi risorse ed energie di cui dispone il nostro Paese, la bassa crescita economica resta uno dei nostri problemi principali. Da almeno un ventennio, l’Italia è uno dei paesi al mondo con la crescita economica più bassa ed è andata molto peggio del resto dell’Eurozona. Dal 1995 a oggi, in termini di Pil pro capite, la crescita media annua dell’Eurozona, al netto dell’Italia, è stata pressoché identica a quella degli Stati Uniti (1,4%); quella dell’Italia è stata appena sopra lo zero. L’Unione Europea ha molti problemi, ma non possiamo attribuire i nostri problemi all’Europa. Il problema siamo noi e le zavorre strutturali che hanno frenato la nostra crescita, gli investimenti, la produttività. Se dal 1995 ad oggi il nostro tasso di crescita fosse stato uguale a quello medio dell’Unione Europea, oggi il nostro Pil sarebbe più elevato di quasi un quarto (23%). Nelle casse dello Stato sarebbero entrati ben 180 miliardi di euro in più, avremmo raggiunto, e di slancio superato, l’obiettivo del pareggio di bilancio, il nostro debito sarebbe da decenni in discesa e avremmo avuto comunque risorse aggiuntive da utilizzare per rafforzare il nostro sistema di welfare e l’offerta di beni pubblici.

È per questo che i nostri governi hanno messo al centro della loro azione una coraggiosa stagione di riforme strutturali, a trecentosessanta gradi, come non si era visto prima nella storia politica recente. Ma queste riforme producono effetti necessariamente lenti sulla crescita potenziale, ci vuole tempo. È per questo che i nostri governi hanno messo in campo anche leve congiunturali per dare subito ossigeno a famiglie e imprese, prostrate dalla crisi. Il tutto dentro spazi di bilancio pubblico non ampi, ma nella consapevolezza che non c’erano alternative per riagganciare il sentiero della crescita.

È quel che abbiamo iniziato a fare nei mille giorni del governo Renzi e che stiamo continuando a fare con il governo Gentiloni. Non un calendario astratto di compitini ricopiati da un manuale tradotto dall’inglese (o dal tedesco), ma il tentativo sistematico di risvegliare le energie migliori del nostro Paese, a partire dalla cultura, dalla scuola, dal lavoro dei giovani, dal terzo settore, dall’orgoglio di fare impresa e creare buona occupazione.

Lo sforzo dei mille giorni del governo Renzi non ha soltanto prodotto un risultato economico, con il Pil che è tornato a crescere recuperando parte del terreno perso durante la crisi, con 700 mila posti di lavoro in più grazie al Jobs Act, con lo sblocco di infrastrutture e eventi. Ma anche, e soprattutto, un risultato nel campo dei diritti e del sociale. Il “dopo di noi”, la legge sullo spreco alimentare, la legge contro il caporalato, la legge sull’agricoltura sociale, gli investimenti nelle periferie, le unioni civili, le risorse per le marginalità e le povertà, la legge sull’autismo, la legge sulla cooperazione internazionale e quella sul Terzo settore hanno fissato in modo inequivocabile una pagina di grande importanza nella storia sociale e comunitaria del nostro Paese.

Certo, non sono mancati errori e incidenti di percorso, che dovranno essere sottoposti a un giudizio critico rigoroso, innanzitutto da parte nostra. Ma la direzione è quella giusta e l’errore più grande sarebbe ora quello di provare a invertire la marcia per tornare indietro. Dobbiamo andare avanti, insieme. In ballo c’è la possibilità di tracciare un disegno comune che sia ancora capace di incontrare desideri e interessi, necessità e aspirazioni degli italiani. Le elezioni europee del 2014 hanno dimostrato, per la prima volta, che la sinistra può sconfiggere il populismo e il nazionalismo se è capace di prendere sul serio le preoccupazioni delle persone, iniziando a fornire delle risposte concrete. E se oggi la fiducia nella politica non è più viva e forte come una volta, essere democratici significa proprio lavorare per riattivarla.

5. La costruzione di un Partito “pensante”

Gli obiettivi strategici discussi sopra ci dicono che serve più politica, in Italia e in Europa. E serve una forza politica che sia all’altezza delle sfide del suo tempo. Una forza politica come il Partito Democratico, che guarda al futuro senza complessi, ma affonda le sue radici nella storia e vuole dare risposte nuove alla sfida più antica di tutte: costruire una società più giusta, ispirata ai valori di solidarietà, libertà e uguaglianza.

Il Partito Democratico è nato su due pilastri. Da una parte, le culture politiche sulle quali si è fondata nel secondo dopoguerra la democrazia italiana e che nel corso dei decenni della storia repubblicana ne hanno alimentato e rinnovato le prospettive. Dall’altra, l’idea di centrosinistra che è stata al cuore dell’esperienza dell’Ulivo: una forza di cambiamento reale e non solo un campo identitario, dove ciò che conta è rappresentare per governare, dove l’unità si realizza nella condivisione di un progetto ambizioso e realistico di trasformazione, nel segno della coesione sociale e dell’innovazione economica.

Oggi, partendo da quelle fondamenta, abbiamo il dovere di ristrutturare radicalmente la nostra casa comune e il modo di stare insieme della nostra comunità, superando la dicotomia tra “partito leggero” e “partito pesante” che ha rappresentato per troppo tempo una gabbia solo ideologica.

A dieci anni dalla nascita, il Partito Democratico può finalmente diventare quel “partito nuovo” che fu immaginato dai suoi fondatori, a cominciare da Walter Veltroni e Romano Prodi, da Piero Fassino e Francesco Rutelli. Un soggetto di militanza popolare, formazione, competenza e pensiero del futuro che, nell’epoca della delegittimazione della politica e della privatizzazione dei partiti, sia per la democrazia italiana uno strumento di autentica partecipazione, in grado di tradurre la rappresentanza in governo e buona amministrazione.

Un Partito “pensante” che selezioni e formi classe dirigente. Un Partito che rafforzi il protagonismo delle donne nei gruppi dirigenti a ogni livello, come ha iniziato a fare con forza il PD negli ultimi anni. Un Partito aperto, innovativo e radicato sul territorio, al quale arrivare attraverso una profonda riforma della cultura e delle pratiche organizzative. L’esperienza di questi anni ci dice che il principio – per noi essenziale – di coincidenza tra segretario e candidato premier richiede una cura particolare del Partito, specialmente durante le stagioni di governo, anche allo scopo di migliorare la qualità delle riforme e di farle vivere nella società.

Un Partito costruito sui valori della partecipazione e della contendibilità. Dove essere democratici significa saper interpretare i bisogni dei nostri cittadini, sentirsi cittadini italiani ed europei, sentire l’appartenenza alla propria città, al proprio quartiere prima ancora che essere attivisti politici di parte. E dove la sovranità appartiene insieme all’iscritto e al cittadino-elettore, con la centralità dello strumento delle primarie che il PD ha introdotto per la prima volta in Italia rendendolo poi un modello per molti altri partiti europei.

D’altra parte, oggi la militanza tradizionale lascia spazio a un arcipelago di modalità diverse di partecipazione alla vita del Partito. Iscritti, elettori delle primarie e cittadini incrociano militanze e progettualità di carattere sia nazionale che territoriale, sia generali che settoriali, anche esterne al perimetro di Partito. Si rende quindi necessario innanzitutto riconoscerle, sperimentando anche nuove forme di adesione al PD, come la libera associazione su singole tematiche e/o la possibilità di raggruppare iscritti a circoli territoriali diversi per dar vita a nuove filiere di partecipazione.

Per questi motivi proponiamo:

  • Di dotare i circoli e i livelli territoriali del PD di competenze e ruoli professionali
    dedicati a specifiche attività sempre più rilevanti quali: la gestione del volontariato intergenerazionale, l’aggiornamento e la gestione di database e analisi dei dati, la promozione dell’autofinanziamento e la comunicazione sui nuovi social media.
  • Di ridefinire la fisionomia dei circoli che devono diventare punto di riferimento della propria comunità. Contatto diretto, “porta a porta”, organizzazione delle Feste dell’Unità, uso dei nuovi strumenti di comunicazione non sono in contraddizione tra di loro. Per far questo occorre valorizzare il volontariato politico intorno a valori, identità, partecipazione e obiettivi dichiarati e condivisi: un volontariato intergenerazionale capace di mescolare tradizione delle culture politiche e di partito fondanti del PD e innovazione di linguaggio, comunicazione e tecnologia. In questo modo si promuove un’idea di Partito come una comunità di appassionati e interessati alla vita pubblica.
  • Di ripensare il dirigente del PD sul territorio, a partire dal segretario di circolo, come un “promotore e organizzatore di comunità”, ossia una figura che sappia rappresentare non solo il rapporto con la Federazione e la gestione degli iscritti, ma anche essere riferimento di associazioni, mondi vitali, elettori delle primarie e cittadini, e dunque organizzare periodicamente consultazioni tra questi mondi sui temi dell’iniziativa politica del Partito.
  • Di prevedere modalità periodiche di confronto, anche sfruttando le potenzialità della rete, tra iscritti, elettori ed eletti a tutti i livelli per dar voce alle comunità e poter trasferire le istanze raccolte dai cittadini nella proposta politica complessiva del Partito e nell’azione di governo.
  • Di ripensare i rapporti tra i livelli locali del Partito, le segreterie regionali e provinciali, da intendere come “rete di reti” e non come sommatoria di realtà tra loro impermeabili.
  • Di costruire un sistema di formazione continua articolato su più livelli: un seminario nazionale rivolto a 300/400 giovani militanti e amministratori della durata di sei mesi; una “summer school” che, sul modello della “Université d’été” dei socialisti francesi, rappresenti un momento annuale di approfondimento sui principali temi dell’agenda politica; un sistema di aggiornamento permanente della comunità PD sui singoli aspetti dell’attività politica e della produzione legislativa nazionale e regionale del Partito, oltre che sui nuovi strumenti di autofinanziamento, incrociato al nuovo ruolo dei promotori e organizzatori di comunità. Il tutto senza alcuna velleità di riprodurre forme di trasmissione ideologica, ma al contrario avvicinando il Partito e la sua comunità ai luoghi dove si formano competenze e cultura, con l’obiettivo di attivare un’osmosi virtuosa tra la militanza politica e i saperi che vivono nella società civile.
  • Di rilanciare il finanziamento dell’attività di circoli e federazioni provinciali, facendo del fund raising uno strumento d’iniziativa politica trasparente e mobilitante.
  • Di valorizzare il patrimonio politico e organizzativo dei Giovani Democratici, quale luogo cruciale per intercettare le giovani generazioni e nell’assoluto rispetto dell’autonomia dell’organizzazione giovanile, impegnandoci al concreto riconoscimento della carta di cittadinanza e garantendo, a tutti i livelli, il pieno coinvolgimento dei Giovani Democratici.
  • Di investire nella creazione dell’Albo degli elettori come base aggiornata dei cittadini ai quali fare costante riferimento per l’iniziativa politica.

Un grande Partito non può che essere plurale. Siamo convinti che le differenze, le sensibilità culturali siano una ricchezza per il PD e che ci si possa dare delle regole e degli strumenti per governare anche i conflitti. Le esperienze delle primarie di questi dieci anni hanno dimostrato la straordinaria potenzialità di questo strumento ma anche i limiti, in particolare in periferia. Ridare centralità al territorio e all’apertura verso la società significa anche avere dal livello di direzione nazionale una rinnovata attenzione alle modalità di regolazione dei rapporti tra maggioranza e minoranze per tutelare l’identità e l’unità del Partito.

Su queste e altre proposte proponiamo di tenere entro la fine del 2017 una Conferenza Nazionale sul Partito sotto forma di sessione straordinaria della prossima Assemblea nazionale del PD – allargata ai segretari di circolo – allo scopo di assumere le scelte utili a realizzare le innovazioni necessarie, per ridare protagonismo ai circoli e ai modi di stare insieme della nostra comunità.

In virtù di questa idea di Partito, analogamente a quanto accade in tutte le democrazie parlamentari anche basate su sistemi proporzionali, crediamo – come detto – che la leadership che si propone per il Governo del Paese debba essere la stessa che guida il Partito.

E sempre in virtù di questa idea di Partito, ci sottraiamo a una discussione sul tema delle alleanze elettorali meramente “politicista”. Le alleanze durevoli in una qualsiasi democrazia parlamentare si fondano su una convergenza programmatica seria e su incentivi istituzionali chiari. La prima è spesso mancata nel nostro passato recente: hanno dominato gli incentivi ad accordi pre-elettorali che poi però non hanno retto alla prova del governo. Al momento, le regole con cui voteremo non sono ancora chiare, però ci preme sin d’ora affermare due punti. Primo: il PD non deve rassegnarsi al piano inclinato che, dopo l’esito del referendum del 4 dicembre 2016, spinge verso la democrazia consociativa, quella per cui si decide tutto dopo il voto in una stanza dove si riuniscono i segretari di partiti grandi e piccoli. Per questo motivo, il PD deve fare tutto il possibile per introdurre correttivi maggioritari alla legge elettorale, ispirandosi ai principi dell’Italicum e del Mattarellum. Secondo: per noi prima delle regole viene la coerenza programmatica con la linea che emergerà dalle primarie del PD. Chi parla di coalizioni elettorali prima di parlare di alleanze sociali, proposte e identità, inverte – sbagliando – l’ordine dei fattori.

Le alleanze che ci interessano sono quelle sui contenuti, con le elettrici e gli elettori del nostro Paese, in modo da unire le quattro grandi fratture che ancora attraversano la società italiana: sociale, territoriale, generazionale e di genere. Tutte le proposte emerse dalla nostra discussione al Lingotto il 10-12 marzo 2017, dalle quali ha preso forma la nostra proposta congressuale, mirano trasversalmente a ricucire queste quattro fratture, a investire sul protagonismo economico dei giovani e delle donne, a mobilitare le risorse del Sud e a favorire l’inclusione sociale in modo che chi resta indietro abbia sempre una seconda chance di affermazione sociale e lavorativa.

I documenti usciti dal Lingotto (disponibili online sul sito www.matteorenzi.it) verranno ulteriormente arricchiti dalla partecipazione sui territori e nella rete, e rappresentano parte integrante della nostra proposta congressuale. Al fine di far tornare l’Italia a crescere e superare le fratture generazionali, territoriali, di genere e sociali, i democratici devono investire su tre assi strategici di azione politica e programmatica: prendersi cura della persona, prendersi cura del territorio, prendersi cura del futuro.

6. Prendersi cura della persona

Welfare e salute

Prendersi cura della persona significa innanzitutto proteggere gli individui e le famiglie dalle conseguenze negative della sorte avversa. Affrontare il bisogno per far fiorire le capacità, il merito, sapendo che sotto c’è una rete di sicurezza. Il welfare non deve risarcire, deve sostenere la persona, il rischio, la sua voglia di mettersi in gioco. Protetti dal welfare state, si può osare di più.

L’Italia, le sue forze migliori, hanno bisogno di innovazione. Il welfare deve sostenerla. Il welfare deve essere una rete di sicurezza, deve proteggere quanti subiscono le conseguenze di forze più grandi di loro, delle quali non hanno colpa. Non deve risarcire per la sfortuna, ma ridurne l’impatto negativo sulla vita delle persone. Deve mettere tutti, anche chi è stato colpito dalla sorte, nelle condizioni di fiorire, di realizzarsi. Il welfare deve essere un trampolino. Una persona con disabilità deve ottenere prestazioni e servizi per superare i maggiori ostacoli della sua condizione, e lo steso vale per chi è povero, vulnerabile, o per chi ha perso il lavoro. Chi è povero o vulnerabile non è diverso da chi non lo è. Sono le conseguenze delle proprie azioni ad essere differenti: chi ha può permettersi di commettere errori, chi non ha non può permetterselo, perché le conseguenze sarebbero disastrose. Chi non ha non può scegliere liberamente. Affrontando il bisogno, il nuovo welfare deve consentire a tutti di poter scegliere, favorendo l’iniziativa delle persone e premiandone gli sforzi.

Bisogna continuare con il lavoro svolto negli ultimi tre anni di governo, rafforzando e completando le misure introdotte e introducendo nuove politiche pubbliche alla luce di tre sfide da affrontare: il bisogno e la povertà, la sfida demografica, il cambiamento tecnologico e del lavoro. Questo richiede politiche contro la povertà, politiche per l’occupazione femminile, politiche per la famiglia, politiche per la non autosufficienza, politiche per la salute.

A cominciare dal reddito di inclusione, introdotto dal governo Renzi con 1,5 miliardi di euro strutturali, che finalmente è legge ma che deve essere portato a regime in un orizzonte di legislatura, aumentandone le risorse e garantendo a tutti i poveri un reddito sufficiente a essere parte attiva della società. Sapendo anche che un reddito non basta: occorrono servizi, per l’inserimento sociale e lavorativo.

Bisogna fare di più sul fronte delle politiche per l’occupazione femminile. Il tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro è tra i più bassi nei paesi avanzati. Questo è uno spreco per l’Italia, non cresceremo mai senza la piena inclusione delle donne nel mercato del lavoro. Le azioni da intraprendere sono molteplici: introdurre forme di flessibilità oraria e funzionale sul luogo di lavoro; aumentare la flessibilità oraria dei servizi pubblici; ridurre gli ostacoli che impediscono la creazione di asili nido aziendali (consentendo che gli incentivi introdotti dal governo Renzi sul welfare aziendale dispieghino tutti i loro effetti); abbattere il costo degli asili nido che oggi grava in modo insostenibile sui bilanci delle famiglie giovani; ma anche creare infrastrutture telematiche per far fiorire un mercato regolare di servizi alle famiglie (area a bassa produttività da sottrarre all’economia sommersa). Occorre insomma un investimento in primo luogo culturale per avere al contempo maggiore occupazione femminile e più bambini. Mettere le giovani famiglie in grado di realizzare i propri piani di vita significa anche affrontare il problema abitativo, con politiche fiscali che favoriscano l’affitto a costi sostenibili.

Occorre inoltre mettere mano a due riforme epocali per il welfare italiano: la non autosufficienza e gli assegni al nucleo familiare. Sulla non autosufficienza, bisogna distinguere tra anziani e persone giovani o in età da lavoro con disabilità, consentendo regole distinte di risposta a esigenze distinte. Se per gli anziani non autosufficienti il bisogno è garantire e strutturare un sistema di long-term care e la sua sostenibilità, per le persone con disabilità l’obiettivo è il sostegno alla vita indipendente, la rimozione degli ostacoli a una vita piena e perfettamente integrata. Anche qui le azioni da intraprendere sono molteplici: promuovere forme leggere di intervento residenziale, attivando partnership pubblico-privato che forniscano risposte ai bisogni di cura contribuendo al recupero urbanistico; costruire le infrastrutture telematiche per consentire l’organizzazione di servizi di cura e accompagnamento. L’impatto occupazionale di tutte queste innovazioni sarebbe enorme.

Occorre però superare l’approccio del poco a tutti e graduare l’assegno per i servizi di cura in base al bisogno e alla capacità contributiva della famiglia. Anche gli assegni al nucleo vanno rivisti in senso equitativo, un’operazione complessiva che coinvolge anche le detrazioni per figli a carico. Un assegno universale per i figli, rivolto a tutte le famiglie con figli e graduato in base alle condizioni economiche della famiglia è la strada maestra.

Prendersi cura della persona significa anche tornare a investire in politiche pubbliche della salute: nell’innovazione tecnologica e organizzativa, nel rafforzamento delle reti della ricerca, tutti straordinari volani occupazionali. Ma l’investimento deve in primo luogo essere nelle donne e negli uomini che nella sanità lavorano e nella relazione che questi hanno con i cittadini. Solo nei prossimi anni andranno in pensione circa 30.000 medici. Occorre elaborare un piano decennale dei fabbisogni di personale e di formazione, reinvestendo i guadagni di efficienza che derivano dall’innovazione nel servizio sanitario e in primo luogo in tutto il suo personale, a partire da infermieri e medici. Questo significa anche prendere azioni efficaci contro le liste di attesa, così come umanizzare i servizi, porre attenzione alla relazione di cura tra medico, equipe assistenziale e persona ammalata.

Tutto questo richiede di ripensare il welfare italiano, fare una scelta contro la categorialità e a favore dell’universalismo: tutti quanti sono in una determinata condizione di bisogno devono avere diritto a forme di protezione, indipendentemente dal fatto se siano lavoratori o lavoratrici dipendenti o autonomi, o se lavorino o meno. Le trasformazioni dell’economia portano alla creazione di un pavimento di diritti sociali accessibili a tutti, sui quali si innestano poi diritti ulteriori, costruiti con la contribuzione, individuale o collettiva, cumulabili nel tempo, portabili tra stati occupazionali, trasferibili nelle fasi del ciclo di vita e utilizzabili per vari scopi a richiesta del cittadino (formazione, periodi di sabbatico, periodi di cura). Solo così saremo in grado di affrontare e governare i cambiamenti che ci attendono, prendendoci cura di ciascuno in base all’effettivo bisogno di protezione.

Lavoro di cittadinanza

Prendersi cura della persona vuole anche dire favorirne l’attivazione lavorativa. Non si possono ridurre i problemi lavorativi a una questione di reddito o, peggio, a una logica puramente assistenzialistica. Il lavoro non è tutto, resta una parte importante del processo attraverso il quale le persone si confrontano con i propri desideri e ricercano un’affermazione sociale e individuale.

Il lavoro è cambiato profondamente e bisogna rimetterlo al centro dando nuovi diritti. Diritti che devono garantire i lavoratori contro fenomeni inevitabili come l’avvento della tecnologia, la globalizzazione e la trasformazione del lavoro dipendente. Nuovi diritti non vuol dire arroccarsi a difesa di un mondo che non c’è più, ma dare a tutti l’opportunità di agire attivamente in un mondo che cambia. Oggi spesso un giovane cambia lavoro e da autonomo diventa dipendente o viceversa. Il sistema vigente di formazione continua non sembra essere adatto ad accompagnare i giovani in lavori diversi. Un giovane che cambia spesso lavoro non usufruisce dei fondi per la formazione. Bisogna andare verso un sistema di formazione portabile legata all’individuo, che segue il lavoratore dentro e fuori l’impresa. Con il concorso finanziario dello Stato e delle imprese. Solo così avremo la possibilità di adattarci – spendendo molto più di prima – alle nuove tecnologie e ai nuovi mercati. Solo in questo modo si potrà dare pari dignità al lavoro autonomo e a quello dipendente.

Il problema numero uno rimane la disoccupazione giovanile. Il giovane che entra nel mercato del lavoro italiano si distingue in negativo per due caratteristiche rispetto ai suoi simili di altri paesi d’Europa. In primo luogo la transizione tra scuola e lavoro (o università e lavoro) è particolarmente lunga: 13.8 mesi in media prima di trovare un lavoro qualunque (44 mesi prima di trovare un tempo indeterminato), mentre la media europea è 8 mesi. In secondo luogo il salario di ingresso relativo al salario medio è particolarmente basso, molto più basso del salario d’ingresso dei suoi colleghi in Germania, Francia e Regno Unito. È necessario investire sull’alternanza scuola lavoro – resa obbligatoria dal governo Renzi – come strumento ordinario e promuovere quel “sistema duale italiano” in grado di permettere ai nostri giovani di acquisire la qualifica professionale anche attraverso esperienze dirette di lavoro nelle nostre aziende. Un tutor specializzato per l’alternanza in ogni scuola deve essere la nostra parola d’ordine.

L’idea del Jobs Act di incentivare il lavoro stabile deve rimanere il nostro faro. Con lo statuto del lavoro autonomo abbiamo riaffermato il principio che per noi ogni lavoro – dipendente o autonomo- è uguale, basta che sia stabile e di qualità. Per favorire la stabilizzazione dei giovani dobbiamo concentrare gli incentivi sui giovani: un giovane dovrebbe aver diritto ai primi 3 anni di contratto a tempo indeterminato totalmente decontribuiti. In questo modo diamo a tutti un’opportunità di stabilizzazione.

Per difendere il lavoro dobbiamo passare dalle politiche passive a quelle attive. La risposta alle urgenze di tutela non è un prolungamento della Cassa integrazione che riprodurrebbe i rischi delle vecchie Casse in deroga ma è la politica della ricollocazione. Per far decollare davvero un sistema nazionale che aiuti le persone prive di lavoro a ricollocarsi dobbiamo definire gli standard di costo e gli standard di servizio delle politiche attive (assegno di ricollocazione personale e assegno di ricollocazione per crisi aziendale) su tutto il territorio nazionale nello spirito di leale collaborazione tra Stato e Regioni.

Per lavoratori e settori particolarmente colpiti da crisi e globalizzazione, va pensata una forma di sostegno al reddito come integrazione alla NASpI, per periodi stabiliti e condizionati a programmi di riqualificazione formativa e di ricollocazione definiti di intesa fra le parti sociali. Per i lavoratori autonomi, che non usufruiscono della NASpI, deve essere realizzato un ammortizzatore che li sostenga e permetta loro di raggiungere il reddito minimale, a fronte di drastici cali del reddito rispetto ai periodi precedenti (ad esempio, gli ultimi 3 anni).

Infine anche le pensioni devono adattarsi al mondo che cambia. Il sistema previdenziale e pensionistico non è solo uno degli elementi centrali del welfare, ma è anche e soprattutto un grande fattore di solidarietà nelle generazioni e tra le generazioni. Nel sistema pensionistico a ripartizione le generazioni più giovani e che lavorano si fanno carico di sostenere coloro che non lavorano più. Oltre alla sostenibilità finanziaria vi è una sostenibilità sociale e senza un alto livello di consenso sociale tra coloro che contribuiscono oggi e che saranno i pensionati di domani è in pericolo la stessa tenuta del sistema di welfare.

Gli interventi previdenziali fatti con la legge di bilancio del 2017 hanno prodotto una rilevante innovazione nelle politiche pensionistiche e un’inversione di tendenza rispetto agli interventi degli ultimi anni di mera stabilizzazione finanziaria. Si è affermato, per la prima volta, che è possibile sostenere scelte di flessibilità in uscita dal mercato del lavoro per i lavoratori anziani in modo socialmente selettivo, senza ricorrere a forme generalizzate di riduzione dell’età di pensionamento, incompatibili sia con condizioni di equità che di finanza pubblica. Sono state concesse varie e nuove forme di flessibilità in relazione alle specifiche condizioni individuali, sociali ed economiche. Per la prima volta si è tentato di concepire l’utilizzo del risparmio privato come strumento non alternativo alla previdenza pubblica, ma come risorsa aggiuntiva da mobilitare e utilizzare per sostenere l’uscita anticipata dal mercato del lavoro.

È possibile e necessario costruire su queste innovazioni la base per una nuova e moderna politica pensionistica. Le innovazioni introdotte in via sperimentale devono essere potenziate e adeguate per divenire elementi permanenti del sistema. Ma occorre rendere prioritari gli interventi sul sistema previdenziale che riguardano i giovani, rafforzando gli elementi solidaristici all’interno del sistema contributivo. Occorre rafforzare gli elementi di solidarietà che riguardano coloro che si collocano in fasce deboli, di bassi redditi e di lavori intermittenti del mercato del lavoro. Pensiamo a una pensione di garanzia, legata agli anni di presenza sul mercato del lavoro, che tuteli meglio le fasce più deboli del mercato del lavoro. Si tratta inoltre di introdurre forme pensionistiche per le donne che tengano conto del lavoro di cura; si tratta di dare certezza sull’età di pensionamento per i giovani, regolando in maniera diversa e selettiva il previsto innalzamento dell’età di pensionamento, e definendo livelli di accesso alle prestazioni che non favoriscano solo le pensioni più alte; si tratta infine di identificare forme di finanziamento del sistema previdenziale che allentino quella tassa sull’occupazione che incide soprattutto sui giovani.

Per una riforma fiscale dalla parte di giovani e donne

Ci sono almeno tre aspetti che dobbiamo cambiare nel nostro sistema fiscale per poterne fare una concreta molla di sviluppo. Il primo è renderlo ancor più favorevole al lavoro, sostenendo con una efficace riduzione delle tasse chi vive grazie ad esso. Il secondo è strutturarlo in maniera più equa, sostenendo innanzi tutto chi avrà la principale responsabilità del cambiamento: i giovani e le donne. Il terzo è come possiamo renderlo più giusto nella sua ordinaria amministrazione verso il contribuente e più efficace nel raggiungere un’economia spesso senza territorio.

Per ridurre il cuneo fiscale sul lavoro è necessario un intervento sull’IRPEF che sia in continuità con gli interventi fatti negli ultimi anni, e che preveda la riduzione delle aliquote marginali e la rimodulazione delle detrazioni. L’obiettivo è duplice: aumentare il reddito netto da lavoro di chi ha redditi bassi e sostenere i giovani e le donne. E’ quindi venuto il momento di una riforma complessiva della tassazione dei redditi come quella che fu fatta introducendo la tasszione sul reddito delle perdone fisiche all’inizio degli anni 70. Questa riforma complessiva deve poggiare su due pilastri, sostegno ai giovani e alle donne, e avere un duplice obiettivo: riformare la struttura progressiva riducendo il carico fiscale sul lavoro. In particolare, si potrebbero studiare forme di doppia progressività in base non solo al reddito ma anche all’età anagrafica, riducendo il carico fiscale sui giovani, senza aumentare quello attuale sui meno giovani, visto che l’intervento dovrebbe realizzarsi solo all’interno di una riforma complessiva dell’IRPEF volta a ridurne l’incidenza media.

Gli interventi di riforma sul fronte dei carichi familiari dovranno aiutare le famiglie superando due disparità di trattamento presenti nel nostro sistema attuale. La prima è l’incapienza: coloro che sono disoccupati o che hanno redditi molto bassi non beneficiano delle detrazioni per figli a carico perché non pagano l’imposta. La seconda è la differenza di trattamento tra lavoratori dipendenti e autonomi, divenuta tanto più iniqua date le modifiche avvenute negli ultimi anni nel mercato del lavoro. Due disparità da superare. Infine, le politiche di sostegno alla famiglia devono coniugarsi con quelle di sostegno all’occupazione femminile. Per esempio, le rette degli asili nido e le spese di cura per i bambini possono essere detratte dall’IRPEF: la misura di queste detrazioni potrebbero crescere per le famiglie in cui entrambi i coniugi lavorano, riducendo così l’aliquota effettiva pagata da questi nuclei. Un intervento di questo tipo non ha vizi di incostituzionalità, che sono invece dibattuti nel caso della tassazione differenziata per genere o della tassazione familiare, implicita nel quoziente familiare. Ma allo stesso tempo questo intervento ha l’obiettivo di rendere la scelta delle madri di continuare a lavorare, negli anni che seguono la nascita dei figli, un’opzione concreta e fattibile. Solo così infatti le coppie disporranno delle risorse, che solo un’occupazione può assicurare, per decidere di avere un secondo, se non un terzo figlio.

Le risorse per realizzare questi interventi non possono che provenire dal percorso di spending review già avviato e dall’accelerazione nella digitalizzazione della PA, oltre che dai recuperi di base imponibile che ancora offrono spazi enormi in un paese ad alta evasione ed elusione come l’Italia. Il governo Renzi ha raggiunto risultati importanti nella lotta all’evasione, ma si può fare ancora molto per far emergere basi imponibili, a partire da quella IVA. Allo stesso tempo dobbiamo migliorare l’efficienza della nostra amministrazione fiscale con riforme di sistema delle agenzie fiscali e della giustizia tributaria. E dobbiamo mettere in campo tutte le azioni nazionali e internazionali che consentano di contrastare l’erosione della base imponibile in un’economia sempre più immateriale. Tassando i profitti dell’economia digitale, non l’innovazione, lungo le linee discusse nel documento del gruppo di lavoro “Nuova Economia e Fisco Amico” al Lingotto 2017 (www.matteorenzi.it).

Diritti, legalità e giustizia

Prendersi cura della persona vuol dire anche favorire giustizia, legalità e diritti. Parole chiave nella nostra sfida di cambiamento del Paese. Dobbiamo, però, ripartire dalla consapevolezza dell’importante cammino già compiuto in questi tre anni, con risultati di indubbia portata storica.

Sul piano dei diritti, per contrastare il messaggio populista è necessario usare un linguaggio unificante, che leghi le battaglie di libertà alla responsabilità, alla presa in carico dell’interesse della comunità.

Nonostante gli importanti risultati raggiunti dalle unioni civili alla violenza di genere, dobbiamo continuare nella direzione di un effettivo allargamento della sfera dei diritti: riforma e snellimento del sistema delle adozioni; ius soli; biotestamento, portando a conclusione il percorso già avviato; norme sul doppio cognome ai figli; reato di tortura; contrasto a omofobia e transfobia; istituzione un’agenzia indipendente per i diritti e le libertà civili che superi l’Unar.

Sul piano della giustizia, il nostro primo obiettivo è quello di garantire un servizio giusto, celere e accessibile a ogni cittadino. Una giustizia vicina e amica dei cittadini, dove le garanzie costituzionali siano il centro del sistema. Quelli appena passati sono stati gli anni delle riforme di sistema più importanti degli ultimi anni. Il metodo è stato quello di perseguire il confronto tra tutti i soggetti della giurisdizione, superando l’epoca delle contrapposizioni strumentali tra politica e giustizia. Passi avanti decisivi, ne citiamo solo alcuni, hanno riguardato la geografia giudiziaria; il completamento della riforma forense; la riforma della magistratura onoraria, la responsabilità civile indiretta dei magistrati.

La giustizia civile è stata profondamente cambiata, ottenendo risultati importanti per la riduzione dei tempi del processo e sullo smaltimento delle cause pendenti. Si tratta di procedere lungo questa strada, poiché ciò rappresenta per i cittadini e le imprese una garanzia sia per la domanda di giustizia che più in generale per la competitività e la credibilità del sistema paese. Vanno tra le altre cose potenziati gli strumenti di risoluzione alternativa delle dispute e di mediazione tra le parti per ridurre il carico giudiziario e dare risposte più celeri.

La riforma del processo penale, che il Senato ha appena approvato, costituirà un traguardo fondamentale in tre direzioni: semplificazione di tempi e procedure; delega su intercettazioni e prescrizione; politica carceraria. Il nostro obiettivo fondamentale è quello di riportare al centro dell’azione penale il processo di merito. Nel corso di questi anni, il processo di merito ha perso centralità rispetto alla fase istruttoria, allontanandosi dallo spirito della legge e aprendo una stagione di eccessiva mediatizzazione del processo penale. Intendiamo continuare sulla strada della piena attuazione dell’articolo 27 della Costituzione. L’abbattimento del sovraffollamento, con la conseguente fuoriuscita dalla procedura di infrazione europea, è solo il primo passo. Dobbiamo completare un percorso che renda effettivamente la pena carceraria come l’extrema ratio, al fine di rendere più certe le pene e più sicura la società. Intendiamo incrementare le forme di messa alla prova, in particolare per i reati minori e rendere obbligatorie le sanzioni alternative (come quelle dei lavori di pubblica utilità a fini di riparazione del danno commesso) anche per i procedimenti con pena sospesa. La giusta pena per chi ha sbagliato deve significare recupero e reinserimento sociale. Investire in umanità significa anche investire in sicurezza: chi esce dal carcere con una prospettiva di lavoro molto difficilmente torna a delinquere.

Un’altra proposta emersa, di riforma ordinamentale, è quella di sostenere le iniziative legislative e dello stesso organo di autogoverno della magistratura che vadano nella direzione della formazione di collegi territoriali, superando logiche correntizie e valorizzando la professionalità del corpo magistratuale. Va inoltre completata la riorganizzazione e l’informatizzazione dell’intero sistema giustizia, anche prevedendo l’immissione di risorse giovani e qualificate.

Sul piano della legalità e della lotta alle mafie, l’educazione alla legalità deve essere la bussola per ogni buona pratica di cambiamento. È impressionante l’elenco dei provvedimenti approvati nel corso di questa legislatura, ma bisogna andare avanti. Tra le proposte meritevoli di sottolineatura c’è quella di rafforzare le misure di tutela dei testimoni di giustizia.

7. Prendersi cura del territorio

Ambiente e territorio

L’ambiente è sempre più un valore positivo per i cittadini; qualcosa di cui si sente il desiderio e insieme l’urgenza di occuparsi. La qualità dell’ambiente e del paesaggio sono sempre più parte essenziale della nostra identità e della nostra idea di benessere. Abbiamo un territorio bellissimo ma fragile: pensiamo alle aree del centro Italia colpite dal recente sisma. La ricostruzione passa per uno sforzo non esclusivamente economico, ma anche emotivo e istituzionale che coinvolge tutto il Paese; riguarda l’idea di solidarietà, di comunità e di sviluppo che sapremo costruire. Un progetto di cura del territorio che tenga insieme le città e i piccoli Comuni. Dobbiamo investire con forza sulla prevenzione del dissesto idrogeologico, sulla messa in sicurezza sismica e sulla riqualificazione energetica degli edifici esistenti, sulla riduzione del consumo di suolo e sulla bonifica di quello inquinato. La sfida è quella della rigenerazione urbana, con un approccio integrato e una forte regia pubblica che governi l’apporto fondamentale del privato, in un quadro di trasparenza e certezza delle procedure.

Alle politiche di mitigazione dei cambiamenti climatici che ci derivano dagli impegni internazionali dobbiamo accompagnare un forte impegno sull’adattamento; la revisione della Strategia energetica nazionale dovrà coniugare clima e energia. La Green Economy è già una realtà; dobbiamo tracciare una via alla Circular Economy : uso efficiente delle risorse, allungamento del ciclo di vita dei prodotti, rifiuti non più problema ma risorsa, un’occasione per le nostre imprese più innovative e virtuose. Città e territori, sostenibilità e innovazione sociale, sono temi su cui costruire una rotta nuova per il Paese, per una crescita sostenibile e solidale di cui il Partito Democratico vuole essere protagonista.

Sviluppo agricolo

In questi anni abbiamo lavorato per valorizzare, come mai in passato, il ruolo centrale dell’agricoltura nella produzione di beni comuni, nella tutela del paesaggio, nella promozione della nostra distintività. Dovremo rafforzare l’impegno nella tutela del reddito degli agricoltori, nella salvaguardia del suolo, favorendo la resilienza e la crescita di un settore strategico sotto il profilo economico, ambientale e sociale. Dovremo lavorare ancora al rinnovamento generazionale in agricoltura. Sono tutti elementi fondamentali per dare un contributo concreto alla sfida “Fame zero” al 2030 e per il contrasto agli sprechi alimentari fissati nei nuovi obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu anche grazie al lavoro dell’Italia con Expo Milano 2015.

8. Prendersi cura del futuro

Sviluppo economico e Mezzogiorno

Cura del futuro significa avere la priorità della crescita economica nell’azione di governo, perché la crescita non ha a che fare solo con economia e beni materiali ma anche con la voglia di vivere, con progetti individuali e collettivi che si realizzano, con lo sguardo fiducioso nel domani. Puntare alla crescita è importante anche per la cura delle persone e dei loro desideri, la cura della “passione che fa crescere un progetto” ma anche la consapevolezza che le risorse necessarie a supportare le istituzioni della vita pubblica – scuole, ospedali, tribunali – vengono dal valore aggiunto del settore privato.

Le azioni per la crescita in Italia devono tenere in uguale considerazione le eccellenze di alcune aree del Paese con la debolezza e le grandi potenzialità di altre. Bisogna partire da un “riformismo permanente”, una costante azione di semplificazione e revisione amministrativa che partendo dalle riforme degli ultimi quattro anni, con un lavoro costante, settore per settore, regione per regione, ponga al centro le condizioni di lavoro e di competitività delle imprese italiane. A questo deve affiancarsi una “regulatory review” costante. Le difficoltà storiche dell’Italia a una maggiore concorrenza in una serie chiave di settori e professioni oggi si scontra con l’emergere della economia delle piattaforme. Il rischio è lo scontro tra opportunità e desideri. Al contrario, un livellamento verso l’alto basato sull’apertura e sul rispetto della legge, può tutelare i consumatori, aprire opportunità in settori molto diversi tra loro, e assicurare sempre il pagamento delle tasse.

È fondamentale ripensare il modello di investimenti pubblici in infrastrutture, accentrando la direzione strategica e delle priorità e accentrando l’organizzazione finanziaria degli investimenti per massimizzare l’utilizzo delle risorse e delle leve disponibili a livello europeo, nazionale e internazionale. Bisogna uscire dalla vecchia logica delle privatizzazioni fatte “per fare cassa”, senza un disegno industriale. E rimane fondamentale anche riprendere il tema della riforma del Titolo V, affinché aumenti sia la capacità strategica dello Stato, sia la responsabilità delle Regioni e la loro capacità di coordinarsi tra di loro – in particolar modo al Sud – per progetti macro-regionali.

Va proseguita, rafforzando la capacità amministrativa del centro e delle periferie, la politica di sostegno alla innovazione e alla crescita dimensionale delle imprese già avviata. Bisogna continuare su due assi: la responsabilità dello Stato nell’orientare la leva fiscale per favorire aumento della produttività, l’automatismo degli incentivi per evitare fenomeni dirigistici e distorsivi del mercato. I meccanismi di Industria 4.0 possono essere usati ancora e più diffusamente anche in altri ambiti, ad esempio il lavoro di cura. Lanciare un grande piano straordinario per il lavoro di cura di anziani e bambini, basato sulla leva fiscale, avrebbe un effetto moltiplicatore sull’occupazione femminile del Sud.

Cura del futuro è l’intreccio virtuoso tra ricerca e industria. Nei prossimi anni nascerà il nuovo istituto di ricerca Human Technopole nell’area di Expo2015, il più grande in Italia negli ultimi vent’anni. Una volta testato il nuovo modello di governance, bisognerà aprire una discussione nel mondo dell’industria e della ricerca per capire in quale altro ambito scientifco farne nascere un altro, con la stessa ambizione di eccellenza e di hub, in un luogo del Mezzogiorno. Accanto alla ricerca di base, andranno moltiplicati i Centri di Competenza, dove può avvenire in maniera sistematica il trasferimento tecnologico, la ricerca applicata e la diffusione di nuove tecnologie. Per un paese come il nostro fatto di PMI, questo è un elemento fondamentale per sostenere la crescita nel lungo periodo, a proposito di cura del futuro.

Lo sviluppo tecnologico dei prossimi dieci anni sarà una ulteriore rivoluzione industriale, nei modi e nelle procedure. L’Italia sarà leader nei suoi settori tradizionali e anche nelle scienze della cura della vita, dal farmaceutico al biotech. In questo ambito sarà fondamentale far traghettare nel nuovo mondo il modello di capitalismo basato sulla positiva partecipazione di capitale e lavoro alla produzione, modello che ha garantito, anche negli anni bui della recessione ormai alle spalle, che le nostre “multinazionali tascabili” mantenessero posizioni di assoluto dominio nei loro settori su scala globale.

Tre temi settoriali vanno infine tenuti presenti: primo, il turismo come volano di sviluppo economico per il quale è necessario un vero e proprio “Piano industriale”; secondo, misure dedicate alla ripresa dell’edilizia; terzo, il proseguimento del sostegno alle esportazioni e al Made in Italy. Tenendo presente il ruolo che capitali esteri stanno già avendo nello sviluppo immobiliare, soprattutto a Nord, questi tre comparti economici spiegano l’importanza dell’apertura del nostro paese.

Le pagine migliori della storia d’Italia sono state scritte quando l’apertura internazionale ci ha permesso di giocare nel nostro ruolo: contribuire all’economia e alla cultura di tutto il mondo con la combinazione unica di creatività, senso del bello, e capacità di fare. Diventa fondamentale avere una strategia unitaria dell’esposizione internazionale del paese, organizzandola in maniera coordinata e promuovendo scambi di individui, cose e idee: avendo cura delle persone e dei loro sogni, che è cura del futuro.

In questi anni abbiamo detto che le riforme che servivano al Paese erano utili il doppio al Mezzogiorno: scuola, cultura, lavoro, PA, infrastrutture materiali e immateriali. È vero, ma oggi servono politiche differenziate, perché il Sud può e vuole dare di più. Non servono solo più risorse, occorrono politiche capaci di sostenere lo sviluppo dei settori con enormi margini di crescita. In questi anni ci abbiamo provato, ma dobbiamo fare di più. Si pensi alla nascita di veri e propri moltiplicatori di successo: Pompei, la Reggia di Caserta, il centro Apple di Napoli, Matera, solo per citarne alcuni. Serve una strategia più ampia che apra anche un confronto in Europa su forme di fiscalità pro-crescita in aree speciali che si affianchino all’uso dei fondi strutturali.

Capitale umano, scuola e università

Le politiche per il capitale umano, in particolare quelle per la scuola, hanno una caratteristica forse unica. Si caratterizzano infatti come trasversali a tutti gli ambiti di cura che vogliamo mettere al centro della nostra proposta politica. Rappresentano certamente e prevalentemente un indice della cura che un paese ha per il proprio futuro, ma anche per la persona e per il territorio. Per la persona, lungo tutto l’arco della sua vita, quando ad esempio proponiamo il rilancio dell’istruzione degli adulti. Per il territorio, quando mettiamo la scuola al centro della propria comunità e ne facciamo un elemento centrale dello sviluppo della comunità nella quale la scuola è inserita.

Mai nessun governo aveva investito tanto quanto il governo Renzi sulla scuola. Non solo in termini economici (risorse stabili, non una tantum, per 3,5 miliardi circa, ai quali vanno aggiunti gli interventi per l’edilizia scolastica), ma anche in termini di investimento politico. Al netto di alcune scelte sbagliate ed errori nella sua applicazione, la visione di fondo della Buona Scuola è quanto dobbiamo salvaguardare da una revisione critica e autocritica, che è comunque necessaria. Per noi la scuola è il luogo per eccellenza dove coniugare merito e bisogni e deve essere prima di tutto per gli studenti; la scuola non può essere avulsa dal contesto culturale, economico e sociale nel quale è inserita e deve tornare a svolgere la funzione di ascensore sociale; la scuola è autonoma e non può esserci autonomia senza responsabilità e valutazione.

Da questa consapevolezza si deve ripartire. Alcuni esempi di linee d’azione. Le innovazioni introdotte per rimettere gli studenti al centro (prima fra tutte quella del curriculum dello studente, una parte opzionale del monte ore lasciata alle scelte degli studenti) vanno stimolate e salvaguardate, perché non restino sulla carta. E comunque non bastano: bisogna ripensare il rapporto tra Amministrazione e rappresentanza, favorendo un nuovo protagonismo studentesco; inoltre è urgente accompagnare il cambiamento della didattica, facendo tesoro delle tante “avanguardie” che in questi anni hanno praticato innovazione, non solo nell’uso delle tecnologie, ma anche degli spazi fisici, delle tecniche, delle pratiche educative e pedagogiche.

Va ripensato il tempo scuola, non solo nel primo ciclo. Abbiamo bisogno di tempi scuola più lunghi e meglio organizzati. L’impegno per l’uguaglianza delle opportunità e degli esiti si concretizza anche in modelli scolastici più ricchi e articolati, qualificando le esperienze di insegnamento, valorizzando le dimensioni operative, sociali, costruttive dell’apprendimento degli allievi.

Si deve proseguire sulla strada della costruzione di un vero sistema duale all’italiana. Ovunque vi sia un sistema duale la disoccupazione giovanile è nettamente inferiore rispetto al resto dei paesi europei. Un vero sistema duale significa meno disoccupazione e meno dispersione scolastica. E l’alternanza scuola-lavoro consente ai ragazzi di mettersi concretamente alla prova e permette di unire il sapere al fare anche in ottica orientativa. Il rinnovo del contratto del comparto scuola rappresenta infine una grande opportunità per ridefinire la professionalità docente e il suo profilo.

In attesa di introdurre una vera e propria carriera per i docenti, possiamo favorire un sistema premiante per i docenti e per il personale amministrativo impegnati in alcune tipologie di scuole. Per esempio quelle collocate in aree del paese considerate a diverso titolo più “difficili” (per ragioni socio-economiche, di conformazione geografica ecc.), quelle che si contraddistinguono per tassi di dispersione particolarmente elevati, quelle che si mettono al servizio del sistema (scuole polo per la formazione dei docenti, per la ricerca e la sperimentazione educativa ecc.). È giusto che le competenze che si mettono mettono in gioco in questi contesti siano valorizzate anche economicamente.

Per prendersi cura del futuro non c’è modo migliore che continuare a investire di più e meglio sull’università e sulla ricerca. Con l’ultima legge di bilancio, il governo Renzi ha invertito una tendenza ormai pluriennale tornando a incrementare in maniera significativa le risorse per l’università. Dobbiamo continuare su questa strada rafforzando autonomia e internazionalizzazione del sistema universitario.

È necessario incrementare ulteriormente il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), per consentire una programmazione serena della gestione ordinaria. E come abbiamo fatto per gli Enti Pubblici di ricerca, destinare un fondo a parte per la premialità, affinché possano essere valorizzate le eccellenze, senza togliere risorse a chi deve lavorare per recuperare gli svantaggi, rendendo la VQR ancora più efficace. Inoltre bisogna allineare gli interventi perequativi dell’FFO ai reali bisogni degli atenei che operano nelle regioni più svantaggiate, ad esempio commisurandoli alle condizioni del contesto socio-economico. In virtù di questa maggiore efficienza ed equità nell’allocazione delle risorse, vogliamo eliminare i vincoli burocratici che frenano le università italiane, lasciandole libere di competere come meglio credono nell’attrazione dei talenti sia a livello nazionale che internazionale. Per fare questo è necessario perseguire queste linee di intervento:

  • Semplificare l’utilizzo dei fondi, anche provenienti da finanziamenti privati o da entrate proprie per il reclutamento e le promozioni, superando la logica dei punti organico a favore di una reale autonomia budgetaria.
  • I giovani dentro gli atenei sono troppo pochi e troppi sono in condizioni di precarietà. Semplificare ed abbreviare il percorso delle figure pre ruolo (assegnisti di ricerca e Ricercatori a Tempo determinato), con un piano di inserimento di ricercatori di tipo B in tenure Track.
  • Superare le griglie stipendiali ministeriali, permettendo agli atenei l’inquadramento e la promozione in fasce stipendiali superiori, sia per i nuovi reclutamenti che all’interno della stessa posizione (recuperando quanto perduto per il blocco degli scatti stipendiali).
  • Ridurre e semplificare l’attuale numero di settori scientifico disciplinari, così stimolando un maggiore confronto all’interno di aree disciplinari omogenee.
  • Ridurre il controllo contabile ex-ante sulle spese relative alle attività di ricerca.

Allo stesso tempo, è necessario un organismo snello incardinato presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri (sul modello del Chief Scientific Advisers Committee inglese) che si occupi del mondo dell’innovazione e della ricerca, in particolare ottimizzando l’utilizzo dei fondi per la ricerca distribuiti tra tutti i diversi ministeri; che si occupi in modo coerente del Piano Nazionale della ricerca e delle linee di finanziamento, riportando le Regioni al loro ruolo di programmazione; che sappia pianificare gli obiettivi e le linee strategiche di sviluppo del Paese; che coordini le molte risorse in arrivo attraverso i fondi strutturali europei destinati a ricerca e innovazione; che collabori con ANVUR nella valutazione ex-post dei finanziamenti assegnati (con conseguenze sostanziali); stimoli la ricerca strategica, innescando sviluppo. C’è assoluta necessità di programmi nazionali strategici per tutta la ricerca italiana.

L’università deve aspirare a diventare un vero ascensore sociale per i giovani, indipendentemente dalle condizioni di partenza. Con l’ultima legge di bilancio sono stati azzerati i contributi universitari per gli studenti in condizioni economiche svantaggiate ed è stato potenziato il Fondo Integrativo Statale per il diritto allo studio.

Adesso c’è bisogno di rafforzare il sistema di borse di studio, con un duplice obiettivo. Da un lato consentire agli studenti meritevoli che ne abbiano bisogno di coprire l’intero costo di mantenimento degli studi. Dall’altro permettere a tutti gli studenti sul territorio nazionale di accedere a una formazione universitaria di riconosciuta qualità, anche favorendo la mobilità geografica. Per questo è auspicabile introdurre un coordinamento del Fondo Integrativo Statale che permetta di superare le attuali disparità e che tenga conto dei reali fabbisogni regionali.

È anche necessario istituire un efficace sistema nazionale di monitoraggio dei bisogni occupazionali e di competenze professionali del Paese, che permetta di orientare consapevolmente gli studenti nelle scelte degli indirizzi di studio, nonché promuovere le lauree professionalizzanti come ulteriore canale di formazione terziaria. In virtù di questo maggior livello di informazione, sarà possibile concedere più autonomia ai dipartimenti nella definizione dei corsi di studio, così da metterli in condizione di competere a livello sia nazionale che internazionale nell’attrazione degli studenti.

Cultura

Questi anni di governo del PD hanno visto uno scatto e un’inversione di tendenza sulla cultura, riconosciuta persino dai peggiori detrattori. Si tratta di un’inversione non solo dal punto di vista delle risorse destinate che sono tornate a crescere dopo i tagli del passato ma dal punto di vista dell’attenzione, della centralità, nel discorso pubblico. Di una nuova consapevolezza.

Per noi la cultura è un investimento non una spesa. La cultura diffusa è precondizione della democrazia. È condizione di cittadinanza. Significa sviluppare il pensiero critico, prevenire i mali dell’anima, saper individuare il proprio posto nel mondo, in un mondo sempre più complesso.

La cultura è il lievito che riempie gli spazi oscuri che alimentano le paure e la rabbia. Accende la luce. Per questo noi vogliamo continuare e rafforzare questo investimento. A partire dai lavoratori della cultura. Da chi in ogni campo fa una scelta di vita per offrire servizi culturali e occasioni. Intendiamo semplificare sempre di più le regole favorendo l’aggregazione, l’apertura e la riapertura di spazi, perché cultura è stare insieme, è comunità, sono fiori che crescono nel cemento delle periferie materiali e immateriali.

Teatri, biblioteche, cinema, librerie, sale da concerto, locali della musica sono luoghi del futuro, autostrade del pensiero e della creatività. La creatività, il pensiero divergente è precondizione dell’innovazione, investire in cultura vuol dire coltivare le menti che troveranno soluzioni nuove, che percorreranno sentirti ancora imbattuti. Intendiamo rafforzare tutte le misure per far crescere le abitudini culturali degli italiani, a partire dalla scuola. Misure come la carta per la cultura vanno stabilizzate ed estese per rafforzare non solo l’offerta culturale, fondamentale, la produzione, ma anche far crescere la domanda, il bisogno di cultura. Tutto questo vuol dire prendersi cura del futuro.

Istituzioni e innovazione digitale

Un ciclo di governi riformisti, non più un solo governo riformista: questo l’orizzonte che deve porsi il Partito Democratico per implementare e completare quella stagione di riforme sociali, economiche e istituzionali di cui il Paese ha bisogno. Guardando al futuro non possiamo dimenticare gli obiettivi già raggiunti che occorre consolidare, rilanciare e sistematizzare all’interno di un vero e proprio nuovo patto tra amministrazione centrale dello Stato e amministrazioni territoriali. I contenuti principali del nuovo patto dovranno riguardare la revisione degli assetti istituzionali, la prospettiva europea dentro la quale ripensare il ruolo delle Regioni; la revisione degli enti di secondo livello; l’esigenza di rafforzare la governance dei comuni mettendo insieme funzioni per bacini omogenei; lo scambio tra autonomia e responsabilità che semplifichi il quadro dei vincoli in cambio del rispetto delle scadenze e delle regole di finanza pubblica; un nuovo modello culturale che superi la monocultura giuridica in favore dell’integrazione di competenze differenziate (economiche, quantitative, sociali), valorizzando, dentro la rivoluzione digitale in atto, quelle procedure che sostituiscano il “cosa” viene fatto e non solo il “come” si fa.

Occorre fare della PA il sistema operativo del Paese sul quale costruire servizi più semplici, veloci ed efficaci per cittadini e imprese attraverso prodotti digitali innovativi. Non più digitalizzazione “straordinaria”, ma normalità nella Pubblica Amministrazione a cui il cittadino potrà accedere con un’unica identità digitale. Bisogna fare sì che i sistemi informatici della PA siano connessi tra loro e parlino la stessa lingua: il cittadino deve poter fornire i propri dati una volta sola e ottenere servizi o informazioni immediate a fronte di richieste specifiche. Grazie a banche dati condivise in un’unica anagrafe digitale e attraverso strumenti come la carta d’identità elettronica con dati biometrici (CIE) e il sistema pubblico di identità digitale, ogni cittadino potrà, con pochi semplici click, pagare una multa o le tasse ed esercitare un diritto, come richiedere l’assegno di maternità o rinnovare la patente.

La rivoluzione digitale è una grande occasione e l’accesso a Internet ad alta velocità deve far parte dei servizi pubblici universali. Ma non basta: è la cultura del digitale, del cambiamento che il digitale porta con sé, che deve essere sviluppata, puntando sulla diffusione delle competenze digitali nelle scuole, sin dal primo ciclo, e in tutti gli organismi della Pubblica Amministrazione.

Il digitale e le reti connesse hanno ormai colonizzato tutti i processi. È impensabile farne a meno, serve a poco occupare il tempo discutendone i rischi. Occorre una visione complessiva, che comprenda e metta l’innovazione in cima alle priorità. Lo si dice sempre, tuttavia solo la politica, in un Paese come il nostro così renitente all’innovazione (per molte ragioni storiche e strutturali), può e deve farsi carico per prima di una simile rivoluzione. Altrove la curiosità dei cittadini e la lungimiranza delle imprese sono stati spesso sufficienti, da noi né il mercato né la cultura diffusa hanno saputo innovare il Paese con convinzione negli ultimi due decenni. Hanno invece sovente avuto un ruolo di forte contrasto al cambiamento. Quindi, prima dell’infrastruttura digitale, che pure è fondamentale, serve in premessa una presa d’atto forte del decisore politico.

Il divario digitale col resto dell’Europa è notevolissimo e va ridotto al più presto per rendere il Paese più competitivo (ma soprattutto per renderlo migliore). Riguarda l’infrastruttura certo, sulla quale è indispensabile la collaborazione di tutti gli operatori (con la politica che armonizza posizioni inevitabilmente contrastanti), ma attiene in misura ancora maggiore al tema delle competenze digitali degli italiani, anch’esse molto al di sotto della media europea. Il rifiuto degli strumenti digitali da parte dei cittadini è la premessa per il fallimento di qualsiasi piattaforma digitale. Quindi, in senso lato, oggi, è la premessa per il fallimento di qualsiasi ripartenza.

Il divario culturale degli italiani è un problema impalpabile e profondissimo che l’adozione degli strumenti digitali ha reso ancora più grave, mentre molti sostenevano che lo avrebbe ridotto come per magia. È un tema che la politica normalmente tende a non riconoscere poiché la sua soluzione è incerta, difficile e richiede comunque tempi lunghi. E non è un tema generazionale: abbiamo molti giovani ampiamente connessi ma con modeste competenze digitali. Serve una infrastruttura di rete che raggiunga tutti, servono piattaforme digitali che modifichino e semplifichino i processi e servono inevitabilmente e il prima possibile cittadini digitali. Per questo motivo, abbiamo messo al centro di molte politiche di questi anni la creazione di infrastrutture digitali e l’accesso all’identità digitale per i rapporti con la pubblica amministrazione (si pensi a 18App). Con alterne fortune sia da parte della PA sia da parte della risposta dei cittadini. Adesso serve una politica che non si arrenda e creda con ancora più forza in una simile priorità. Anche su questo è difficile pensare a un modo migliore per prendersi cura del futuro.

È su queste basi che chiediamo per Matteo Renzi e Maurizio Martina un mandato per cambiare l’Italia e l’Europa, per costruire un Partito “pensante” che contribuisca a questo scopo, con un leader che si candida a guidare dapprima la nostra comunità politica e poi il governo del Paese. Avanti, insieme.

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