Matteo Renzi

Primarie, un referendum sul Paese

Intervista di Alessandro Barbano pubblicata su “Il Mattino” del 5 dicembre 2013

renziMattino«La Corte dice che il Parlamento può approvare una nuova legge elettorale? Beh, grazie di cuore per la cortese concessione. Meno male che ce l’hanno detto i giudici. O hanno il senso dell’umorismo, o non so cosa pensare»: Renzi ha appena finito di leggere il comunicato della Consulta e si capisce che la sentenza che azzera il premio di maggioranza e impone le preferenze proprio non gli va giù. «Dal punto di vista giuridico e tecnico la trovo sorprendente – dice senza mezzi termini. Da ex studente di giurisprudenza ho fatto tre esami di costituzionale e il conto non mi torna».

Perché?
«È una sentenza additiva: introduce d’imperio le preferenze. Di più, se si votasse oggi con il Porcellum rimaneggiato, avremmo un proporzionale puro da prima repubblica. Se vogliono far finire questi vent’anni tornando indietro, mi sembra una scelta discutibile».

E da un punto di vista politico che cosa cambia?
«Mi piacerebbe poter dire che non cambia niente. Non avevamo bisogno di una sentenza della Consulta per superare il Porcellum. Perché avevamo già deciso di andare a votare con regole diverse. Però dobbiamo dimostrare che ci sono le condizioni politiche per fare una legge nuova che garantisca la governabilità».

Quella abbozzata dai saggi?
«No, quella richiesta dalle centinaia di migliaia di cittadini che andranno a votare per le primarie. Se la loro scelta sarà chiara, il Partito democratico, che è la stragrande parte della maggioranza, la legge la farà. Ripartendo dalla Camera, perché al Senato c’è l’impasse».

Senza Alfano?
«Credo che Alfano sia pronto a discutere su tutto. Il dibattito deve iniziare nella maggioranza. Ma se il consenso non si trova, si parla con Grillo, con Sel, con la Lega Nord, con Forza Italia e con Fratelli d’Italia. Per rifare le regole si deve parlare con tutti. E poi scegliere».

Un doppio turno con premio di coalizione?
«Qualsiasi sistema da cui esca uno che vince e uno che perde. E che consenta a chi vince di governare».

Vuol dire che la legge elettorale diventa il primo punto in agenda?
«Lo era già prima».

Ma c’è un patto segreto con Letta per un meccanismo a doppio turno che aggreghi le diverse anime della sinistra? Oppure, come qualcuno pure pensa, potrebbe andarle bene un Mattarellum per blindare il bipolarismo personale, in singolare convergenza di interessi con Berlusconi?
«Né l’uno né l’altro. Al momento non sono un candidato. E se la gente non vota domenica, tutto il disegno che ho messo in campo viene meno. Questa è la verità. Le primarie libere e aperte anche ai non iscritti sono diventate uno straordinario referendum sul futuro del Paese, non solo del mio partito. Se non si va votare, ci si tiene quello che c’è».

Ma, al netto di quest’appello al voto, il patto con Letta c’è o non c’é?
«Non c’è nessun patto, anche perché bisogna vedere chi vince. Se vince Cuperlo, sarà lui a dettare le danze».

E se vince lei?
«In tal caso faccio un ragionamento politico che antepone l’Italia all’ambizione personale. Perché altrimenti, se inseguissi questa, farei il pierino per arrivare alle elezioni, essendo favorito dai sondaggi. Ma la realtà è che oggi vale la pena di fare una scommessa più grande. Ci sono per la prima volta le condizioni favorevoli perché le cose cambino. I greci lo chiamavano kairos».

Kairos vuol dire anche vietato sbagliare. Con chi ce l’ha?
«Veda un po’ lei. C’è una maggioranza dove il Pd è il fulcro del governo. Gli altri piccoli partiti che la compongono sono interessati a tutto tranne che andare a votare. Perché rischianodi scomparire. Quindi ci chiedono un anno di tempo. Allora dico: andiamo a vedere il gioco. Vediamo se questo è un bluff o un progetto serio. Come? Elencando le cose di cui si parla davent’anni invano. E cioè l’abolizione del Senato, una legge elettorale chiara e un miliardo di euro di risparmi della spesa politica. Poi nuove regole sul lavoro e nuovi accordi in Europa».

Quindi se domenica vince, non sarà il nemico di Letta, ma solo il cane da guardia del governo?
«Non è l’immagine giusta. Sarò la sentinella degli italiani. Non ci sto a fare il segretario nazionale di im partito per difendere le rendite di posizione. C’è un Paese che soffre e una politica che perde tempo. Dobbiamo cambiare marcia».

Ma il conflitto a bassa intensità con la maggioranza e con il governo non rischia di logorarla?
«Può darsi tutto. Però vedo una possibilità concreta per cambiare il Paese e voglio correre il rischio di bruciarmi. Non lo faccio per calcolo. Altrimenti…».

Altrimenti spaccherebbe subito?
«Esatto. Anziché far casino, cerco di fare una cosa utile per l’Italia».

Quindi, se non c’è un accordo con Letta, c’è quantomeno una convergenza di interessi?
«Chiamatela come vi pare. Io credo che sia interesse di tutti che il governo porti a casa risultati veri. In più c’è un elemento politico nuovo».

Cioè?
«Berlusconi. Vi sembra che sia nulla il suo lasciare la maggioranza? Vi sembra che questo non rafforzi le opposizioni nel tenere il fiato sul collo del governo? Le larghe intese ormai le fanno loro, capito?»

E il carico del governo invece sta tutto sul Pd?
«E già. E allora il candidato segretario del Pd si guarda negli occhi con il premier e dice: siamo tutti sulla stessa barca, o si rema o si affonda. Se noi andiamo alle elezioni europee del 25 maggio avendo realizzato la prima lettura della legge elettorale, le prime due letture della revisione costituzionale e il pacchetto di risparmi sui co sti della politica togliamo argomenti straordinari al populismo».

La discontinuità nel governo quindi è archiviata? C’era già chi pensava che lei fosse pronto a chiedere il ricambio di alcuni ministeri chiave.
«A tre giomi dalle primarie non sono interessato a una discussione che non riguarda il candidato segretario di un partito. Mi interessa di più parlare di cose da fare.

Ha mollato la preda sulla Cancellieri?
«Non ho mollato la preda. Quando si è aperto il dibattito non ero segretario del partito. Se mai lo sarò, risponderò dei miei atti».

Allora parliamo di Europa. Il centrosinistra è stato al governo negli anni della sua costruzione. A posteriori, secondo lei, che cosa ha sbagliato?
«Non è stata solo colpa del centrosinistra. È mancata a tutta una generazione politica di europeisti la dimensione della visione. E si è fatalmente lasciato il potere in mano ai burocrati e ai tecnici».

E adesso come si toglie questo potere? Con gli appelli di Letta e di Napolitano o con le minacce di Berlusconi di mettere in discussione la moneta?
«Non si esce dalle situazioni di difficoltà con le minacce. Lo insegna la storia. La sfida è un’altra. Vuol dire discutere ed emendare le singole istituzioni che abbiamo costruito. Parlare di Erasmus, di modelli di istruzione, di servizio civile, di investimenti nella cultura. Cambiare il tutto dalle singole parti. Ma il pragmatismo richiede più approfondimento e più formazione del pensiero delle visioni ideali. Che spesso vivono e muoiono di belle parole».

Lei è preoccupato per il Paese?
«Da un lato sì. L’Italia non cresce, il Sud arretra. Questa è l’evidenza dei numeri. Ma bisogna guardare anche al potenziale. E allora sono ottimista. E penso che l’Italia possa tomare a essere leader in Europa».

Come?
«Con la sua straordinaria capacità imprenditoriale, oggi umiliata da sistema politico che è il più inefficiente, un sistema burocratico che è il più conservatore, un potere di rendita di posizioni che grida vendetta».

Rispetto al quale, però, il governo finora ha tentennato. Crede davvero che, uscito Berlusconi, arrivi l’inversione di rotta?
«Credo che si possa fare. Che dobbiamo crederci. E che non abbiamo scelta. O arriviamo alle europee con risultati tangibili, oppure questo governo sarà spazzato via da Berlusconi e da Grillo. L’ambizione di Renzi in questa partita c’entra poco. È il destino degli italiani che conta».

Parliamo di cose da fare. Per esempio il “Job act” che ha annunciato come prioritario in un’intervista a Repubblica di qualche giorno fa. Che cosa ha a che vedere con la flessibilità di cui parlava nella fase della rottamazione?
«Non giochiamo con nomi che evocano scontri ideologici. Vediamo i casi in concreto. Tu, Matteo, perdi oggi il posto di lavoro. Se sei dentro un’azienda garantita, hai la cassa integrazione. Se sei fuori, stai a piedi. Domani io ti dò due anni di tutela, l’obbligo di fare formazione e di prendere la prima occasione di impiego che ti viene data. Chiaro? Dopodiché il meccanismo cambia se tutti siamo esposti allo stesso rischio. Se invece ci sono una parte di blindati…»

Vuol dire i lavoratori pubblici?
«Non solo. In Italia ci sono 15 milioni di garantiti e 7 di sfigati. Non a caso noi non prendiamo i voti degli sfigati e rischiamo di perdere anche quelli dei garantiti».

Perciò il Renzi rottamatore sfidava la Cgil con una flessibilità che avvicinasse le garanzie dei padri a quelle dei figli. Vale sempre questo principio?
«Sì, dobbiamo recuperare quelli che non sono stati garantiti in questi anni. A maggior ragione adesso, che c’è la crisi. Come ciò può avvenire lo verificheremo nei primi mesi del 2014 presentando il Job act. Ma il traguardo è quello».

I dalemiani giocano sulla scarsa partecipazione alle primarie per puntare ad eleggere il segretario attraverso l’assemblea nazionale. Teme un colpo di coda dei rottamati?
«È la loro partita. Ed è legittima. Sta nelle regole del gioco. L’obiettivo è indebolire la mia eventuale vittoria. Meno gente va a votare, più è difficile raggiungere la soglia del 50 per cento prevista per l’elezione popolare. Per questo il mio appello parla agli uomini del Pd, ma non solo. Anche a quei cittadini che credono che sia doveroso cambiare».

E se lei vince con una quota di votanti pari al 50 per cento più uno degli iscritti?
«La considero una vittoria piena. Questo sia chiaro».

Anche a costo di stringere alleanze con cacicchi come De Luca a Salerno, o altri ex rottamabili?
«Vincenzo De Luca è il sindaco di una città bene amministrata. Se tutte le città fossero come Salemo, credo che sarebbe un bene. Poi ognuno ha i suoi metodi e il suo stile. Lui dovrà scegliere se fare il sindaco o il viceministro. Sono certo che lo farà».

Lui dice che gli ha detto lei di aspettare a dimettersi. È vero?
«De Luca sta attendendo parole risolutive dal presidente Letta. Spero la vicenda si chiuda al più presto. Sono stato chiaro?»

Anche De Magistris, che non ha avuto lo stesso risultato amministrativo, cerca un abboccamento con lei. Come vede la sua esperienza a Napoli?
«Sono stato a pranzo con lui quando è venuto a Firenze. Ma non posso entrare nelle dinamiche locali prima ancora di essere eletto segretario».

Eppure in campagna elettorale qualche suo giudizio critico non mancò sulla gestione della città.
«Quest’estate ero in volo tra San Francisco e Los Angeles, quando una hostess della Delta Airlines si mise a decantare, come fanno gli americani, le qualità di San Francisco. State per atterrare, disse, in una delle città più belle degli Usa, ricca di storia e di attrattive. Certo, aggiunse, non sarà mai bella e suggestiva come Napoli…».

Eppure Napoli occupa l’ultimo posto nelle pagelle che un certo modello narrativo del Mezzogiorno confeziona ormai in serie.
«Napoli è una delle città più affascinanti del mondo, bisogna che sia più consapevole e conseguente».

Il ministro Trigilia identifica i mali suoi e del Sud nella mancanza dì capitale sociale. Caldoro, Vendola e altri amministratori contestano invece vent’anni di amnesia dei governi e un federalismo premiale che avvantaggia i più forti. Cioè il Centronord. Lei con chi sta?
«Nannimorettianamente mi rifiuto di entrare in un dibattito sociologico. Non mi interessa di chi è la colpa. Mi interessano i fatti. E i fatti dicono che il Sud può essere la spinta propulsiva dell’Italia. Ma anche il cuore del Mediterraneo di cui nessuno parla. Più che discutere degli aspetti sociologici, vediamo di spendere bene i fondi europei».

O vediamo di fare un piano per il Mezzogiorno, che da Prodi in poi non s’è visto più, visto che a spendere peggio i fondi europei è il Nord?
«II punto non è mettere il Nord contro il Sud: 709 mila 718 progetti sono una follia. Tanti ne conta l’Italia. E così ha l’alta velocità che si ferma a Salemo e decine di migliaia di interventi da cinque, dieci e quindicimila euro che vanno in fumo».

Berlusconi é finito?
«Dal punto di vista politico rappresenta ancora il principale ostacolo alla vittoria del centrosinistra. Quindi è tutt’altro che finito. Dalpunto di vista istituzionale credo che, tra la decadenza e l’interdizione, difficilmente potrà giocare un ruolo in prima persona».

Lui ha detto che ha un colpo grosso per sfidare Renzi. Lo teme?
«Non temo nessuno, ma non sottovaluto nessuno. Tutte le volte che la sinistra ha sottovalutato Berlusconi, ha perso».

Alfano può essere un alleato del centrosinistra?
«Alfano è il centrodestra. Una fase provvisoria di lavoro insieme non cambia la sostanza. Io spero che lui sia in futuro un competitor».

E i centristi ci stanno come alleati con Vendola?
«Questo è un dibattito noioso e lontano dalla realtà. Il problema non è la formulazione dell’alleanza, ma le cose da fare. Poi puoi decidere con chi stare».

Ma il Pd non le fa un po’  paura, dopo tutti i figli che ha divorato?
«II Pd è l’unica cosa che mi fa sperare. Pensi un po’ come siamo messi».

Fonte: “Il Mattino”