Matteo Renzi

“Aiutano chi lavora in nero, è il governo dell’assurdo” – Anticipazione da Un’altra strada

Anticipazione di Il Giornale, 14 febbraio 2019.

Acquista il libro nelle librerie ed online su

 

 

L’intera manovra della legge di bilancio 2019 opera del governo populista è una contraddizione. Non mi riferisco agli aspetti formali di una legge che arriva last minute senza dare la possibilità alle commissioni competenti di approfondire alcunché. Non è solo questo il problema. Intendo proprio dire che, nella sostanza, la legge di bilancio voluta dal governo del cambiamento è una legge contro il lavoro.
Siamo una repubblica democratica fondata sul lavoro e il parlamento ha approvato la legge più importante, quella di bilancio, con provvedimenti finalizzati a favorire chi vuole smettere di lavorare o chi lavora in nero. Il trionfo dell’assurdo.
Che il percorso per la legge di bilancio abbia tratti di originalità, d’altronde, si capisce dal primo atto: l’approvazione del quadro economico del Def. Si tratta di un passaggio burocratico complicato, tradizionalmente figlio di un’articolata negoziazione in sede europea. Luigi Di Maio, invece, lo concepisce come uno show. E addirittura si affaccia dal balcone di Palazzo Chigi – onore riservato nell’ultimo mezzo secolo solo al presidente del Consiglio Giovanni Spadolini dopo la vittoria dei mondiali di calcio del 1982 – e proclama con enfasi e voce stentorea la fine della povertà. In un paese normale questo sarebbe il momento in cui vengono chiamati gli infermieri e il malcapitato viene accompagnato presso una struttura ospedaliera per capire che è successo, se va tutto bene, se ha bevuto bibite ghiacciate o ha preso troppo sole.
Nell’Anno Domini 2019, dunque, il vicepresidente del Consiglio dei ministri, nonché responsabile di due dicasteri quali lo Sviluppo economico e il Lavoro, decide di convocare i parlamentari del proprio gruppo politico non per una riunione operativa di verifica degli emendamenti – ai parlamentari 5 Stelle risulta, in sostanza, precluso anche solo depositare emendamenti alla legge di bilancio 2019 –, ma per applaudire. Come le majorette nell’intervallo delle partite di football americano: bandiere e cori, anche se lo spettacolo non è altrettanto suggestivo.
E non si rende conto che invece ha già strappato loro la dignità prevista dalla Carta costituzionale all’articolo 67. Di Maio sul balcone e gli altri tutti sotto a sventolare bandiere ed esultare («non sanno se ridere o piangere, batton le mani», cantava Gaber in un brano intitolato significativamente Far finta di essere sani).
Il balcone è il simbolo della visione che i populisti hanno delle istituzioni. I loro non sono parlamentari che possono emendare le leggi di bilancio, ma ultras che devono assistere, facendo da claque, a performance che poi diventano virali sui social, totalmente uniformi nel criterio, secondo uno schema consolidato: un’iperbole («Abbiamo abolito la povertà»), un gesto eclatante e simbolico catturato da uno scatto fotografico (Di Maio che esulta dal balcone), la presunta relazione con il popolo che esalta ed esulta.
L’importante è poter riprendere la scena: è il trionfo del populismo, la sconfitta della politica, tutti in favore di telecamera e nessuno che faccia un’inquadratura ampia.
Va bene la tradizione letteraria del balcone che richiama Verona, il romanticismo di Giulietta e Romeo, ma Casalino e Di Maio, Rocco e Gigi, non fanno lo stesso effetto, non evocano lo stesso fascino. E, per la verità, nella nostra storia nazionale ci sono riferimenti molto meno felici: sotto il balcone di Palazzo Venezia si radunavano le folle per ascoltare roboanti proclami ugualmente credibili. Ma il vero problema è che il populista non calcola le conseguenze del balcone. Quest’ultimo non permette una corrispondenza paritaria fra il leader e la sua comunità, fra l’istituzione e il popolo che viene mantenuto in una posizione di subalternità. Il balcone è profondamente antidemocratico: non a caso la lesione delle prerogative costituzionali dei parlamentari, non solo di opposizione ma anche di maggioranza, consumatasi nella vicenda della legge di bilancio, in cui è stato impedito non solo di emendare, ma in alcuni casi addirittura di conoscere il testo, è figlia di quella stessa cultura, non è frutto di un ritardo. Io non mi sarei mai permesso di portare la legge di bilancio in votazione senza averne prima concordato almeno gli aspetti salienti con la mia maggioranza. Ma un altro elemento, forse ancora più grave, è che il balcone viene inquadrato non solo dalle telecamere, ma anche dai mercati internazionali.
Non è un caso che l’immagine di Di Maio entusiasta sul balcone come se avesse vinto il Tour de France faccia il giro del mondo diventando la foto notizia di prima pagina del «Financial Times» e dal giorno dopo lo spread schizzi verso l’alto causando un danno miliardario ai conti pubblici italiani. Non è facile riuscire a farsi del male da soli, così tanto. Bisogna essere degli autentici fuoriclasse del masochismo per azzerarsi ogni tipo di credibilità sui mercati e poi comunque dover tornare indietro dopo qualche mese dicendo: «Scusate, abbiamo scherzato».
La retromarcia populista è ovviamente apprezzabile da chi, come noi, ha sempre contestato la scelta folle del balcone. Ma qual è la politica economica che i grillini e i leghisti sponsorizzano? Nella sostanza una, molto semplice: essere contro il lavoro.
Il reddito di cittadinanza è contro il lavoro.
Il no alle infrastrutture è contro il lavoro.
I prepensionamenti sono contro il lavoro.
Si sta facendo largo nella sinistra più tradizionale l’idea di difendere e sposare il reddito di cittadinanza. In fondo, si sussurra, si tratta pur sempre di una misura contro la povertà. Accettare questa lettura significa avere una visione davvero superficiale del Movimento 5 Stelle e della filosofia che lo pervade. Ma significa anche tradire l’idea stessa di lavoro. Perché l’unico modo per combattere la povertà è creare ricchezza, benessere, occupazione. Servono crescita e investimenti, non assistenzialismo e decrescita. […]
Ma il populismo non si limita a confinare il futuro nel campo dell’incertezza. Il populismo sdogana l’ignoranza, specula sull’ignoranza, fa il tifo per l’ignoranza. Non sai niente? Non è un problema, la competenza non vale. Il merito è una parolaccia, quello che conta è essere come gli altri. Tanto siamo tutti uguali, uno vale uno, non importa il titolo di studio o il percorso di laurea: siamo tutti alla pari su Facebook.
Il curriculum non vale, anzi.
Il presidente del Consiglio Conte lo abbellisce, esagerando esperienze mai fatte e coprendosi di ridicolo sui media internazionali. Ma in Italia no, perché – devastante alibi culturale – in Italia «lo fanno tutti».
E il curriculum «ritoccato» di Conte è un problema meno grave di quelli veri dei suoi vicepresidenti. Non aver completato gli studi diventa un punto d’onore da sbandierare, la certificazione di una normalità che deve rassicurare. Generazioni di operai hanno fatto sacrifici, si sono spezzate la schiena perché il figlio, la figlia potessero ottenere l’agognato «pezzo di carta»: era considerato un valore. Oggi questo impianto meritocratico sembra crollare. Il ministro del Lavoro crede che Pinochet sia stato un feroce dittatore venezuelano, il ministro per il Sud che il Pil cresca con il caldo, il sottosegretario all’Interno non crede che gli americani siano andati sulla luna nel 1969 (tutto un complotto, rimane da capire se della Nasa o della Cia), uno dei leader della compagine di governo dice che Obama è golpista e che con i terroristi islamici si deve parlare perché «dovremmo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione».
E quando a Porta a Porta il viceministro dell’economia Laura Castelli si confronta con l’ex ministro Pier Carlo Padoan sono due pianeti che entrano in rotta di collisione. Da un lato lei, grillina, con il curriculm da addetta alla sicurezza presso lo stadio di Torino. Dall’altro lui, democratico, già direttore esecutivo per l’Italia del Fondo monetario internazionale, capo economista all’Ocse, docente di Economia che ha insegnato a Roma e tenuto lezioni nelle università di mezzo mondo. Padoan, pazientemente, si dispone a spiegare dal punto di vista strettamente tecnico l’impatto che lo spread produce sull’economia reale e sui mutui. Castelli, incapace di rispondere nel merito, totalmente inidonea ad affrontare una discussione contenutistica, se ne esce nel modo più semplice e disarmante: «Eh, ma questo lo dice lei!». No, non lo dice lui. Lo dice l’intera comunità scientifica internazionale che Castelli non conosce perché non ha studiato. O, se ha studiato, non ha capito. La cosa stupefacente è, però, il dibattito sui social che segue la performance della Castelli. Il refrain grillino è presto detto: attaccate Padoan perché è élite, ricordategli quando non seppe rispondere alla domanda su quanto costa un litro di latte. Il passaggio è fondamentale per capire come funziona lo schema di aggressione alla competenza sui social: non si discute nel merito delle questioni, si riprende un vecchio episodio e lo si rilancia all’infinito. Ed effettivamente ci si riferisce a un avvenimento realmente accaduto durante una puntata di Porta a Porta, nel vivo del confronto sul referendum costituzionale, quando Matteo Salvini aggredì Pier Carlo Padoan chiedendogli: «Lei sa quanto costa un litro di latte?». Una scena diventata cult. Perché per il populista, Salvini o Castelli che sia, conta mostrare che il competente è distante dalla vita quotidiana. Nella loro visione è importante che il ministro dell’Economia sia informato sul prezzo del latte, non che sappia come funzionano i mutui, come cresce il Pil, come aumenta l’occupazione. No. Bisogna sapere quanto costa un litro di latte. Se non lo sa, il ragionamento logico è inoppugnabile: «E lei vuole cambiare la Costituzione senza nemmeno sapere quanto costa un litro di latte?». Si potrebbe dire: cos’ha a che vedere la Costituzione con il latte? Stiamo parlando del bicameralismo paritario, non dei pur gloriosi allevamenti del Mugello: vogliamo cambiare i poteri delle Regioni, non delle industrie casearie. Eppure nessuno ha l’ardire di rispondere che questo modo di concepire il dibattito politico è atroce e, in prospettiva, controproducente per tutti.