Matteo Renzi

Articolo 18? Bersani incalzi Monti su burocrazia e fisco

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ilmattinoPer la crescita la riforma del lavoro da sola non basterà. Monti deve fare di più snellendo la burocrazia, conferendo tempi certi alla giustizia civile e abbassando la pressione fiscale.È su questo che Bersani dovrebbe incalzare molto di più il governo. È su questo che si gioca il futuro del centrosinistra e non sull’articolo 18, checché ne dica Vendola. È questo il pensiero di Matteo Renzi, sindaco di Firenze e rottamatore pd.

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Sulla riforma lavoro Monti è perentorio: prendere o lasciare, se il Paese non è pronto l’Italia può dire addio al governo tecnico.
«Non ci credo. E come me non ci crede nessuno. Non ci credono i partiti, i quali giustamente danno per scontato che si arrivi fino al 2013».

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Perché il premier parla così?
«È un linguaggio da addetti ai lavori, buono per alimentare il dibattito sui giornali. Ma nella sostanza non cambia niente».

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La riforma sarà da bere amara così com’è, con tanto di revisione all’articolo 18?
«La riforma lavoro di per sé è affascinante, ma lascia molti nodi aperti. In particolare poi sull’articolo 18 la discussione spasmodica è tutta da ricondurre a vecchie ideologie».

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Dice?
«Ho molti amici imprenditori e nessuno ne fa una questione di vita o di morte».

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Il timore è che la revisione dell’articolo 18 sia un passepartout a licenziamenti facili.
«Un timore infondato, così come non è vero che sia la rigidità in uscita a bloccare gli investimenti degli stranieri in Italia».

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Allora dov’è l’ostacolo?
«Gli ostacoli sono tre. Innanzitutto la burocrazia: è quel Moloch il nodo principale e Io dico io, amministratore locale, che sono vittima e carnefice, visto che quando mi si presenta davanti un’azienda pronta a investire io sono costretto a chiedere una pila di scartoffie».

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E poi?
«Poi c’è la giustizia civile: servono tempi certi, non è possibile che qui si viaggi con tempi quattro volte superiori a quelli di Francia o Germania. Infine c’è la pressione fiscale. Ecco su questi punti aspetterei al varco il governo Monti se fossi il segretario di un partito».

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Ecco, cosa farebbe se fosse alla guida di un partito?
«Pretenderei che un governo imbottito di personaggi provenienti dalle fila della burocrazia abbia la forza e la capacità per snellire finalmente il sistema. Comincerei da quelle conferenze dei servizi, dove siedono decine di enti per decidere di fronte ad un’opera pubblica: raccapriccianti sedute di terapia di gruppo. Sulla giustizia pretenderei che si affrontassero finalmente i nodi, oggi che Berlusconi non c’è più. Per non parlare del fisco: Monti ha fatto tante cose buone, ma su questo fronte proprio non direi».

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Per questo lei da Firenze ha voluto lanciare un segnale abbassando l’addizionale Irpef?
«Certo è stata una scelta in controtendenza, ma alcuni fattori che lo consentivano: soprattutto il contributo derivante dalla tassa di soggiorno ai turisti e poi una vera e propria mini-patrimonialina, attraverso la quale abbiamo chiesto di più a chi possiede più abitazioni».

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E se lei fosse stato alla guida del partito avrebbe fatto come Bersani?
«Qui ritengo ingiusto e ingeneroso attaccare Bersani. Magari su tante altre cose sbaglia…».

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Quali?
«Le primarie, la selezione dei candidati…».

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Però?
«Però lui ha fatto bene sul lavoro a ricompattare il partito».

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Vendola dice che sull’articolo 18 il centrosinistra rischia di andare in frantumi. Ci crede?
«Indubbiamente trovo che sia molto consolante conservare nel proprio background dei totem cui aggrapparsi nei momenti difficili. Ma oggi la politica non può usare coperte di linus, simboli del passato, per non parlare del presente».

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Cosa vuoi dire?
«L’articolo 18 è roba del 1970. Oggi sul tema lavoro la politica deve costruire la speranza per i giovani, deve dare opportunità di occupazione per chi è stato espulso dal ciclo produttivo, deve aiutare a tutelare i lavoratori più che il posto di lavoro. Indichiamo i nuovi strumenti per la formazione. Parliamo dei nuovi sussidi. Su questo deve misurarsi il centrosinistra, oggi».

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