Matteo Renzi

«Basta parlare di alleanze, sono un pacco. Meglio tornare fra la nostra gente»

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Intervista pubblicata su L’Unità del 25 aprile di Francesco Sangermano. 

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Il suo orizzonte ha una direzione precisa. «Investiamo su di noi, non su di loro». Il Patto repubblicano ipotizzato da Bersani lo lascia dubbioso. E il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, lo dice con chiarezza.
«Con tutto il rispetto per il segretario e il ruolo a cui i cittadini lo hanno eletto, a me questa storia convince il giusto». 

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Sindaco Renzi, cos’è che non le piace della proposta di un Patto tra le opposizioni allargato anche a Fini?
«Credo che il Pd dovrebbe pensare più a recuperare la presenza e l’iniziativa politica tra la sua gente che non a studiare alchimie istituzionali. Temo che il Patto repubblicano rischi di essere un pacco per i democratici. Abbiamo bisogno di uscire dalla logica delle alleanze di palazzo. Vinceremo contro Berlusconi non unendo tutti quelli che lo detestano ma proponendo un’Italia diversa nei valori, nelle idee e nelle cose da fare».

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Però Fini dimostra di avere una visione dell’Italia profondamente diversa da quella di Berlusconi e dell’attuale governo.
«A differenza di altri ho molto rispetto della figura istituzionale del presidente della Camera. Ma in questi ultimi venti anni Fini ci ha deliziato con perle di ogni genere. Dalle allucinanti dichiarazioni su Mussolini come il più grande statista del ventesimo secolo a quelle sui maestri omosessuali o alle scampagnate oltre confine con Jean Marie Le Pen. Ha detto tutto e il contrario di tutto e le sue idee sembrano scadere dopo pochi giorni come uno yogurt. Ci ha messo 17 anni per accorgersi che Berlusconi è anche proprietario di un giornale e si fa leggi ad personam. Ma il fatto che adesso ne parli male non significa che dobbiamo automaticamente inglobarlo tra i “nostri”. È una rappresentazione da barzelletta».

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Crede sia sbagliata tutta questa attenzione alle vicende interne alla destra da parte del Pd e del centrosinistra?
«Questo è il grande tema che ci troviamo ad affrontare. Noi non dobbiamo guardare a loro ma rilanciare e tirare
fuori le idee per noi. Dobbiamo discutere meno di alleanze, coalizioni e leader e recuperare la passione e l’entusiasmo che deriva dal fatto che un Pd nuovo è già presente in tanti territori e in tante parti del Paese. Rispondiamo coi fatti. Firenze e la Toscana, dove come me il neo presidente Enrico Rossi ha appena varato una giunta per metà al femminile dove le donne ricoprono i posti chiave, ne sono un esempio».

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Il suo è, insomma, un no secco a qualsiasi apertura anche futura?
«Noi non abbiamo bisogno di salvatori esterni al centrosinistra per essere credibili. Anzi. Non vinciamo affidandoci a uno che viene da fuori ma alla nostra proposta politica come accaduto in Puglia con Vendola.
Per questo la nostra vera sfida non è parlare di Gianfranco Fini.
Lui è un pezzo della classe dirigente del centrodestra che in questi 17 anni ha riempito l’Italia di parole ma non ha concretamente cambiato nulla nel nostro Paese. Noi, invece, vogliamo offrire un’alternativa.
L’Italia non è quella di Adro né quella che loro vogliono imporre basata sulla paura e i rancori».

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Non teme che chiudere questa porta significhi perdere un’occasione?
«L’idea che qualcuno possa pensare ora di “beatificare” Fini dimostrerebbe la povertà e la subalternità psicologica della sinistra. Fini da parlamentare ha firmato una proposta di legge per cambiare la disposizione transitoria della Costituzione che vieta la rifondazione del partito fascista. Facciamo piuttosto nostre le parole del presidente Napolitano che al disegno culturale ispirato dai leghisti che vorrebbe costringere noi giovani a vivere in una Italia unita solo dalla paura e dal rifiuto del diverso risponde immaginando un Paese governato dal coraggio e dall’accoglienza.
Essere aperti al dialogo va bene ma non vorrei che l’odio per Berlusconi portasse a considerare dei nostri anche chi con noi non ha nulla a che spartire».