Matteo Renzi

Bersani – Renzi: Due idee di Italia (e di partito) Una storia che ha cambiato il Pd

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corrieredellaseradi Pierluigi Battista

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Un conflitto politico aperto, esplicito. Non solo di stile, come dicono gli esperti di marketing politico, ma di contenuti, di modelli, di visioni del mondo. Persino sul Medio Oriente Pierluigi Bersani e Matteo Renzi sono in posizioni antitetiche. Nell’assenza di un vero protagonista di centrodestra, chi vincerà queste primarie darà un profilo marcatamente diverso anche alla Farnesina. Un conflitto vitale.

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Ieri sera è sembrato che Bersani accettasse questa discussione con la pazienza del saggio molestato da un ragazzo scalpitante. Lui che le primarie le ha accettate, anche a costo di entrare in attrito con un parte influente della nomenclatura di partito, non dovrebbe sbagliare pensando che un conflitto così aspro sia un limite o un ostaclo all’unità, o un’esuberanza giovanile da domare con la saggezza dell’esperienza. Invece tutti gli spettatori che hanno assistito al duello fra Bersani e Renzi hanno perfettamente capito che il governo del dopo elezioni sarà diversissimo a seconda del nome del vincitore. E’ la prima volta nella storia del Pd, la prima nella storia del centrosinistra, la prima nella storia italiana.

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Diversità sul mercato del lavoro, diversità sul finanziamento pubblico ai partiti, diversità sulla scuola, sulla ricerca, sul merito, diversità sulla politica internazionale, diversità sulle alleanze, diversità sulle liberalizzazioni, sulla politica industriale.

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Bersani è il custode dell’insediamento tradizionale della sinistra, è il modello della continuità, è il disagio nell’aver sostenuto le misure sull’agenda Monti (persino sulla riforma delle pensioni). E’ l’erede della tradizione ‘lavorista’ della sinistra, diffidente con il liberalismo, sospettoso del mercato, tendenzialmente dirigista. E’ il filo che lega il presente al passato e parla alla sinistra che ha paura del salto nel buio. Renzi è il post-ideologico. Attacca la riforma Berlinguer sulla scuola, contestandone la natura di sinistra e proponendo un’altra identità della sinistra che il mondo di Bersani non accetterà mai. Attacca la continuità (e le colpe di chi, come il segretario Pd, è stato al governo per ‘2547 giorni), sottolinea le lacune dell’azione di sinistra ripetutamente, anche un po’ spietatamente. Ricorda le esperienze più negative del passato della sinistra nel corso dell’intera Seconda Repubblica, dal ribaltone che estromise Prodi da Palazzo Chigi fino al caos dell’Unione nella legislatura tra il 2oo6 e il 2oo8. Su questo punto ha fatto perdere la pazienza a Bersani che lo ha rimproverato di usare «gli argomenti» berlusconiani. E’ uno spettacolo politico anomalo nel panorama delle democrazie occidentali.

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Di solito una tale intensità conflittuale si accende nel contrasto tra la destra e la sinistra, tra conservatori e progressisti, tra moderati ed estremisti. Ma in Italia il centrodestra ha scelto la strada del suicidio e andrà alle elezioni di primavera nella rovina e nella sconfitta. E quindi l’intero spettro delle posizioni politiche diverse si esprime tra due esponenti dello stesso partito, e per giunta il partito che quasi certamente vincerà le elezioni, che più divergenti non potrebbero apparire. In un Paese come l’Italia la politica estera è Opinioni diverse su tutto.

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Chi vincerà incarnerà un modello opposto a quello del competitore considerata monopolio di pochi, incapace di scaldare i cuori. Ma è abbastanza impressionante notare che mentre Bersani auspica che l’Onu, malgrado le perplessità dell’America di Obama e della Gran Bretagna, riconosca la Palestina anche in assenza di uno Stato palestinese, Renzi invece abbia ricordato la repressione che sta schiacciando i giovani dell’Iran e sta massacrando la rivolta nella Siria di Assad. Ed è impressionante che la radice del conflitto non sia generazionale, come pure è affiorato con la polemica sulla rottamazione scatenata da Renzi, ma culturale. Due sinistre, una che è sempre stata in maggioranza negli ultimi decenni, un’altra che finora è apparsa minoritaria ed esile (Fassina che ha quantificato al «2 per cento» la linea di Ichino, che invece al primo turno ha avuto il 35 per cento dei consensi) e che in Renzi ha trovato lo sdoganatore.

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Chi vincerà, incarnerà un modello completamente opposto a quello del competitore. Come dovrebbe accadere tra schieramenti diversi, ma che in Italia accade all’interno dello stesso schieramento. E chi perderà? Dovrà accettare lealmente la sconfitta, ma con un senso di grande distanza dal vincitore. Una storia che non finisce domenica, perché ha cambiato radicalmente il Pd.

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