Matteo Renzi

Così Genova è ostaggio dei problemi del governo – Intervista a Il Secolo XIX

L’ex premier: «Via le norme   su Ischia e sui fanghi e approviamo il testo», intervista a Il Secolo XIX, Emanuele Rossi

 

Genova per loro è solo un pretesto. Tengono in ostaggio una città per il loro consenso. Tolgano le norme su Ischia e i fanghi e lo votiamo». Matteo Renzi è seduto al suo posto, al  Senato, mentre infuria la discussione sul decreto Genova. L’ex premier ha annunciato «un intervento durissimo», per oggi. E crede che il capoluogo ligure sarà il prossimo epicentro di malcontento contro le scelte governative sulle infrastrutture. «Gronda e Terzo valico sono fondamentali».

Senatore Renzi, Genova aspetta da 90 giorni, perché continua l’opposizione del Pd a questo decreto?

«Da subito noi abbiamo dato la massima disponibilità a collaborare con il governo. Ma è stata disprezzata. Il governo ha scelto di attaccare per calcolo politico, Toninelli dopo due ore dal crollo dava la colpa ai governi precedenti. Ci hanno accusato di avere preso soldi da Autostrade salvo poi scoprire che invece era la Lega ad averli ricevuti. La situazione di oggi è figlia delle loro scelte: hanno scelto di infilare nel decreto il condono di Ischia mentre c’è gente che muore per il maltempo e l’abusivismo. Dovevano abolire la povertà, hanno abolito il senso del pudore».

In Commissione alcuni senatori del M5S si sono opposti proprio su questo punto. Vede la possibilità di una prima crepa tra i partiti di maggioranza?

«Non sono interessato alle loro dinamiche parlamentari. Il ragionamento è un altro: il condono è una cosa squallida. Avrei sperato che anche qualcuno della Lega sollevasse obiezioni su condoni e sanatorie, ma si vede che dal fisco all’edilizia la grande questione dell’onestà è rimasta negli slogan».

Il governo ha impostato la  ricostruzione come una battaglia contro Autostrade. Ma non è stato corretto almeno porre il tema delle concessioni dopo una tragedia simile?

«Hanno annunciato la revoca, ma non c’è stata. Anche perché Conte più che l’avvocato del popolo è stato l’avvocato di Aiscat (l’associazione dei concessionari, ndr). Hanno giocato sulle emozioni per prendere gli applausi. Dopodiché, io da cittadino penso che Autostrade abbia probabilmente delle responsabilità. Ma non spetta a me, né a Toninelli deciderlo. Quando il premier Conte dice che non possiamo aspettare i tempi della giustizia infrange la  separazione dei poteri. La conseguenza ia pagano i genovesi: nella convenzione c’erano gli oneri e gli onori, Aspi avrebbe dovuto ricostruire e avremmo avuto il ponte entro il 2019. Invece si è fatta una battaglia di consenso. E ora vediamo lo stesso su Terzo Valico e Gronda, dove la maggioranza con il viceministro Rixi ha appena votato contro a un nostro ordine del giorno».

A Torino c’è stata una grande manifestazione pro-Tav, ma senza bandiere. A Genova sindacati e Confindustria minacciano la piazza per le infrastrutture. Il Pd può intercettare queste istanze?

«Non parlo a nome del Pd. Ma sono certo che le dinamiche che abbiamo visto a Torino si replicheranno a Genova. Sarà la prossima. Il punto centrale è fare capire che una visione alternativa c’è: noi, al governo, abbiamo finanziato il Terzo valico, portato avanti la Gronda, dato i soldi per la sicurezza del Bisagno e per il porto di Genova. Bisogna fare capire che c’è un’Italia che dice sì. I no di questo governo, dal Terzo valico alla Gronda, sono una vergogna. Si fermano i cantieri, gli operai vengono licenziati? Tanto gli diamo il reddito di cittadinanza… Questo è il ragionamento. E i leghisti lo accettano. C’è un malcontento che noi non dobbiamo strumentalizzare e la maggioranza non dovrebbe sottovalutare».

Crede che sulle infrastrutture si potrebbe arrivare ad una crisi di governo?

«Questi sono talmente attaccati alle poltrone che votano di tutto, dal condono di Ischia alle robe di Salvini. Hanno fatto una legge di bilancio che costa più di 5 miliardi di spese in interessi. Non molleranno la poltrona, ma quello che mi interessa è che stanno inchiodando l’Italia. È questo che non dobbiamo accettare».