Matteo Renzi

Grillo-Renzi, l’impossibile sfida tv

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iltempodi MASSIMILIANO LENZI

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Beppe Grillo ha un (Matteo) Renzi per capello: sarà l’anagrafe – il comico genovese ha 64 anni, più o meno l’età di quelli che il sindaco di Firenze vuole rottamare – ma da un po’ di giorni a questa parte (oltre agli anatemi verso chi dei suoi si accomodi in televisione) Grillo (s)parla spesso di Renzi. Lo ha fatto tempo fa, tirando fuori niente meno che “l’invidia del pene” di cui soffrirebbe, a detta del fondatore del Movimento 5 Stelle, il primo cittadino fiorentino. E lo ha rifatto ieri, usando come metafora il nome di un programma della televisione – che tanto dice di disprezzare – Chi l’ha visto, per rinfacciare a Renzi di partecipare poco ai consigli comunali della sua città che – aggiunge Grillo – “affoga nei debiti”. 

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Il fatto è, al di là del colore, che Grillo sente forte la concorrenza politica di Matteo Renzi. La sente perché il sindaco è più giovane di lui, parla con dimestichezza il linguaggio della comunicazione, attacca la casta e i privilegi della politica tradizionale e fanfarona, gira l’Italia col suo camper in lungo e in largo, comunica attraverso la rete. Dal rapporto con la gente – i comizi di Grillo e gli incontri nei teatri di Renzi – alla televisione, che Grillo frequenta grazie alla sua assenza (unico legittimato del suo M5S a finirci dentro, appunto senza bisogno di sedersi nei talk) e Matteo con la presenza, i due stanno facendo una campagna elettorale in parallelo.

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Sono entrambi antisistema, seppur con culture profondamente diverse: Grillo lo è nella tradizione tribunizia che fu dei Cola di Rienzo (come appeal verso il popolo) e Renzi in quella dei fiorentini sapidi, battutisti feroci e sicuri di sé, tanto da mettersi in gioco per (tentar di) cambiare le cose. Perché – anche se Bersani pare non essersene reso conto – Renzi è l’unico candidato alle primarie del Pd in grado di prosciugare il populismo di Grillo, prendendone in parte i voti e pescando dal mare immenso (in Sicilia alle ultime regionali superiore al 50%) dell’astensione.

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Più che un faccia a faccia tra tutti i candidati del Partito democratico alle primarie, se la televisione volesse raccontare il nuovo (nel senso tecnico del termine, senza giudizi di valore) di questa Seconda Repubblica in disfacimento, dovrebbe inscenare un faccia a faccia tra Grillo e Renzi. Son loro i due agenti acceleratori della crisi, con una grande differenza: uno fa il comico e l’altro il politico. Sembrerà strano, ma persino nella bizzarra Italia di nuovo Millennio, restano sempre due mestieri differenti: certo, il caro vecchio Ennio Flaiano, nel suo lucido pessimismo, ripeteva che nel Belpaese “niente si fa sul serio ma guai ad aver l’aria di chi vuol scherzare” per segnare la nostra promiscuità che tutto confonde. Ma anche la confusione ha delle regole. Basta ascoltare i comizi di Grillo per accorgersi che il linguaggio ha i registri del comico, con un’evoluzione feroce rispetto al Grillo dei Fantastico anni Ottanta (quando Renzi aveva tra i dieci ed i 15 anni) ed un’intensificazione dell’aspetto di critica al politico. Renzi, invece, nelle sue scorribande a teatro resta, anche quando manda in onda spezzoni di Crozza piuttosto che di Benigni &Troisi, un politico liberato, nel linguaggio, grazie ad un canovaccio spettacolare e non burocratico (rispetto alla casta).

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E non è un caso che il dualismo Grillo-Renzi prenda il centro delle scena, nel 2012, con i tecnici al Governo e con i due grandi nemici della Seconda Repubblica, Berlusconi e Di Pietro, ormai al tramonto politico. La storia non si ripete mai allo stesso modo: vent’anni fa furono un pm (ben presto ex) ed un imprenditore e subentrare alla Prima Repubblica, oggi sono un comico ed un rottamatore a segnare l’ultimo atto della Seconda. Anche per questo Grillo non molla Renzi e viceversa. Perché come ha scritto George Orwell, “il modo più veloce di finire una guerra è perderla”. Cosa che non piace a nessuno dei due.

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IL TEMPO, 5 novembre 2012

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