Matteo Renzi

“I dirigenti hanno fallito Basta, vadano a casa”

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Intervista di Federico Geremicca pubblicata su La Stampa del 14 settembre 2010. 

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Quando un paio di settimane fa Pier Luigi Bersani lanciò la proposta di un “nuovo Ulivo”, Matteo Renzi – giovane sindaco democratico di Firenze – fu quasi sprezzante: «Uno sbadiglio ci seppellirà – disse -. E’ venuta l’ora di rottamare i nostri dirigenti»… Ora che il segretario pd, chiudendo la festa di Torino, ha rilanciato la formula del “nuovo Ulivo”, Renzi – che tutto è meno che un ingenuo – non ci casca. Dice: «Un discorso perfino apprezzabile, quello di Bersani: almeno c’è stato lo sforzo di uscire dal politichese…».

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E noi, signor sindaco, che immaginavamo dicesse “stavolta doppio sbadiglio”.
«Così che mi si incolli addosso per sempre la figura del Pierino che ha sempre qualcosa da ridire o – peggio ancora – dello sfasciacarrozze? E’ un giochino vecchio, troppo semplice, non mi presto».

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Beh, è lei che aveva parlato di dirigenti da rottamare, per la verità…
«E ci hanno detto che siamo maleducati, che non si parla così e che critichiamo ma non proponiamo. Falso».

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Cosa falso?
«Intanto, che non proponiamo nulla. Vedrete, per esempio, nell’iniziativa – praticamente autoconvocata – che terremo qui a Firenze con Civati e altri dal 5 al 7 novembre. E poi quelle obiezioni sul linguaggio… Rottamare ha offeso qualcuno e non va bene? Guardi che la stessa cosa la so dire anche in un altro modo, in politichese, appunto: molti dei nostri dirigenti sono una risorsa, sono delle “riserve della Repubblica”, come si dice. Ma intanto lascino la prima linea…».

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La sostanza è la stessa.
«Certo che lo è, perchè è il problema a essere reale: intendo il ricambio dei nostri gruppi dirigenti. E non è che uno pone la questione per simpatia o antipatia: sono le mancate risposte alla crisi del Partito democratico e del centrosinistra a reclamare un rinnovamento generale».

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Quindi, nessuna marcia indietro.
«Per carità. Marcia avanti, al contrario. A partire dai gruppi parlamentari: fatte tre legislature, che sono tante, si va a casa. Noi del Pd lo abbiamo scritto anche nello Statuto: e ho pronto un ordine del giorno per la prossima Assemblea nazionale così da capire se crediamo almeno in quello che abbiamo scritto nello Statuto del Partito democratico».

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Continua a non esser convinto di come vanno le cose, vero?
«Continuo a pensare che più che le alleanze e le geometrie politiche contino le identità: a partire dalla nostra. Il Pd è ancora una cosa troppo vaga e indefinita, nella testa della gente. E non è che il problema si risolve – e lo dico io che non sono certo veltroniano – continuando semplicemente a demolire la piattaforma del Lingotto».

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E come si risolve?
«Intanto cercando di non essere noi, con la nostra politica, l’assicurazione sulla vita per Berlusconi».

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In che senso, scusi?
«Nel senso che proporre alleanze che vadano dall’estrema sinistra fino a Gianfranco Fini, rappresenta l’unica vera chanche di sopravvivenza per il premier: tutti assieme contro di lui, così da farlo rivincere per l’ennesima volta».

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E invece?
«E invece andrebbe cambiata del tutto l’ottica. Basta polemizzare col premier per quello che fa: bisogna attaccarlo su quello che non fa, dal milione di posti di lavoro mai visti alla riduzione delle aliquote fiscali mai realizzata. Bersani insiste su una grande campagna porta a porta in autunno. Può anche andare, ma dovremmo avere qualcosa da dire: perchè non è che il porta a porta lo possiamo fare contro Minzolini. Alla gente di Minzolini non frega niente».

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Alla gente importano le cose concrete, no? Dicono tutti così…
«Lo dico anch’io. Ma provo a esser conseguente. Pensi all’istruzione e al disastro che c’è nel Paese. Pensi allo scandalo della scuola con i simboli leghisti di Adro, una cosa che nemmeno nella Corea del nord… Dovremmo montare una rivoluzione e invece siamo quasi silenti. A Firenze – per restare alla scuola – il Comune non ha tagliato ma ha aumentato gli investimenti. E questo non riguarda solo me o Firenze, naturalmente».

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Che vuol dire? Pensa al lavoro dei Chiamparino, dei Vendola e degli Zingaretti?
«Penso al fatto che sul territorio ci sono amministratori di centrosinistra che fanno, operano e provano a risolvere problemi. E se non ci riescono, vanno a casa».

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Normale, no?
«Normale fino a un certo punto. Io non ho nulla di personale contro D’Alema, Bindi, Veltroni e gli altri: ma non ce l’hanno fatta. E allora lo dico, col massimo rispetto e col massimo dell’umiltà, però lo dico: adesso basta, tocca ad altri. Il loro tempo è davvero finito».