Matteo Renzi

Il bimbaccio è cresciuto

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Già, chi è Matteo? Al termine di settanta minuti di discorso, mica un tweet, qualcosa in più la sapremo. La camicia bianca con le maniche arrotolate e la cravatta scura, stile Obama. I colori rosso e blu del logo elettorale, anche questo modello Usa, con il punto esclamativo di “Adesso!”, a metà tra l’imperativo categorico, la missione per conto di Dio dei Blues Brothers e l’sms affettuoso-assertivo. I manifesti con il nome del Candidato distribuiti un’ora prima e sventolati a favore di telecamere. Il tasso di battute ridotto al minimo sindacale. E Matteo il giovane che alla fine racconta di aver scelto Verona per iniziare il suo viaggio in camper perché fu qui, nel 1315, che Dante rifiutò il patto che gli offrivano i notabili fiorentini: torna a casa dall’esilio in cambio di una confessione di colpa. E il Poeta fece il gran rifiuto, per coraggio, non per viltade. «Anche a me ora dicono: lascia perdere, chi te lo fa fare? Hai 37 anni, aspetta il tuo turno. Ma ora, adesso tocca a noi».

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Ma per capire chi è Matteo Renzi e la novità della sua sfida nel Pd, nella sinistra e nella politica italiana, una volta tanto bisogna distogliere lo sguardo dal palco dell’oratore e puntarlo verso la platea. E scavare nella memoria per ricordare come sono state le discese in campo dei precedenti leader del centrosinistra. Nel 1995 Romano Prodi lesse il discorso dell’investitura a candidato premier in un teatro romano, la Sala Umberto, a due passi da Montecitorio. Sul palco c’erano i capigruppo di Camera e Senato dei partiti che lo appoggiavano, in prima fila schierati tutti i nomi della nomenclatura. Dopo il discorso di Prodi si alzò un giovane Massimo D’Alema e con il braccio levato impartì la sua benedizione: «Professor Prodi, le conferiamo la forza del nostro partito!». Nel 2000 Francesco Rutelli accettò di candidarsi al Palaqualcosa di Milano: da solo sul palco, ma con tutti i segretari seduti ad ascoltarlo. Nel 2007, infine, Walter Veltroni dichiarò la sua disponibilità a correre per la leadership del nascente Pd con un lungo discorso programmatico a Torino. Di gran lunga il momento più simile a quello renziano di oggi. Identica la solitudine sul palco, uguale il gobbo invisibile per leggere il discorso dando l’impressione di guardare negli occhi gli interlocutori, il video iniziale con Gorbaciov, Obama e Giovanni Paolo I, Eros Ramazzotti al posto di Jovanotti, perfino il rivestimento delle pareti in ciliegio faceva molto Lingotto. Eppure, quel discorso di Veltroni arrivò al termine di un lungo pellegrinaggio con cui tutti ma proprio tutti i capi del centrosinistra avevano scalato il Campidoglio per pregare, supplicare Walter di candidarsi. Solo dopo aver ottenuto il via libera di tutti Veltroni accettò. E parlò al Lingotto.

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Oggi, per la prima volta, un candidato alla premiership non chiede il permesso a nessuno. Non si presenta come un pezzetto di apparato accompagnato da qualche boss di corrente. «Noi non dobbiamo chiedere il permesso a nessuno per correre. Noi siamo quelli che non devono portare la giustificazione: quando loro erano già in Parlamento noi eravamo all’asilo», scandisce Renzi. E a guardare la sala, per l’osservatore politico smaliziato, c’è da restare spaesati. Un solo parlamentare del Pd presente, Andrea Marcucci. Un pezzo da novanta come Graziano Del Rio, il sindaco di Reggio Emilia e presidente dell’Anci che però alla fine ostenta ancora qualche riserva. Sconosciuti esponenti locali. E tanta gente normale: neppure molti i giovani, per la verità, zero vip, niente nani e ballerine, i fotografi si contendono Giorgio Gori e Roberto Reggi, più voglia di ascoltare che di applaudire. Volti da Italia normale, Italia periferica, Italia sconosciuta e un po’ incazzata, a gudicare da come partono gli applausi quando viene spinto il tasto dell’antipolitica, potrebbe essere un meet up grillino degli esordi. Un’Italia che non conta più, tra crisi economica e liste bloccate. E che Renzi corteggia per tutto il discorso, martellando su un concetto in apparenza paradossale: «Sì, c’è la crisi. Ma, attenzione, la crisi è un’opportunità. O la prendiamo o siamo spacciati».

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Nelle immagini prima del discorso passano i volti di Reagan, Thatcher, Madonna, Carl Lewis e poi Falcone e Borsellino, il primo Mac rudimentale, i dischetti per il computer presto andati in pensione, Steve Jobs… «Se passiamo il compasso da questa parte ci sono i 25 anni che abbiamo vissuto. Noi siamo l’altro raggio del compasso: siamo i prossimi 25 anni, il futuro». Renzi veltroneggia quando invoca speranza, futuro, sogno, desiderio,passione, «siamo i sindaci che conoscono il dolore». Ma è solo un passo, perché un attimo dopo estrae gli artigli e lancia una terribile accusa alla classe dirigente dell’ultimo quarto di secolo: «Hanno trasformato il futuro in una discarica». E un bersaglio enorme, evocato per la prima volta da un leader politico del centrosinistra quando spiega il significato esatto della parola rottamazione. Non solo far rispettare i tre mandati in Parlamento, non solo svecchiare i gruppi dirigenti. No, c’è qualcosa di molto più grande da rottamare: un’intera generazione di sinistra, la sua cultura, la sua pretesa di dettare modelli di vita, miti e idoli culturali, il sistema delle idee. «Dobbiamo rottamare», ecco il vero avversario di Renzi, «la generazione del ‘68 che dipinge se stessa come l’unica che ha gli ideali, l’unica meglio gioventù che ci sia mai stata. No, ci siamo anche noi». La Renzi-generation che spinge per conquistare il posto al sole, affamata di potere, «non siamo bamboccioni pigri e subalterni».

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E dire che Veltroni ha appena scritto un romanzo per ribadire il sogno degli anni Sessanta e che D’Alema l’ha recensito malignando che Walter si è iscritto da giovane agli ideali del Sessantotto, tale era la voglia di esserci nel decennio. Per Renzi una pagina da chiudere, saranno pure stati formidabili quegli anni sì, ma ora sono un equivoco, un tappo, qualcosa da consegnare alla nostalgia. E basta anche, attacca il Bimbaccio, con quei leader della sinistra «che non governerà mai, che non vuole governare: l’articolo 18 è la loro coperta di Linus». «La foto del Palazzaccio», la chiama, il gruppo Vendola-Di PIetro-Ferrero-Diliberto che depositato in Cassazione il quesito anti-riforma Fornero, ««ha battuto ogni record di grigio, una foto più brutta perfino di quella di Vasto». Ma anche sul governo tecnico c’è da aggiungere qualcosa: «Monti ha recuperato autorevolezza per l’Italia, credibiltà. Ma non appassiona, non dà speranza, non c’è il lancio verso il futuro. Nei prossimi 25 anni la sfida non è far calare lo spread ma costruire gli Stati Uniti d’Europa». E Berlusconi? Renzi lo nomina una sola volta, al pari di Grillo. Per chiarire, una volta per tutte, che il suo modello culturale è alternativo a quello del Cavaliere: di lì c’è il “ghe pensi mi”, di qua c’è il “tocca a noi”. E ribadisce in ogni passaggio che la sua casa è nel Pd, nel centrosinistra, nella sinistra, addirittura. «Se perdo resto ad aiutare chi ha vinto». Anche se lui i voti al centrodestra li chiederà eccome: «Amici che avete creduto in Berlusconi, non abbiamo paura di venirvi a stanare nelle vostre delusioni: avete creduto al milione di posti di lavoro, vi ritrovate con i figli disoccupati». Infine, «sono cristiano, sono cattolico, se qualcuno non vorrà votarmi per questo lo ringrazio. Ma in politica sono attaccato alla laicità della Costituzione italiana». E la stagione del Renzi che sfilava al Family Day è davvero chiusa.

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Il Bimbaccio ci crede. È cresciuto. È cinico, spregiudicato, conosce e sa praticare le brutalità della politica. E da oggi diventa avversario insidioso per Bersani, stretto tra le bizze di Casini e quelle di Vendola. Quanto insidioso? A giudicare dalla sala piena molto. Si muoverà abilmente tra le contraddizioni altrui senza farsi inchiodare sui contenuti, «la lista della spesa», la chiama, con un certo sprezzo. Perché è vero che la credibilità di Renzi non si gioca sulle singole proposte, l’agenda liberal sulle tasse, i tagli alla casta, gli asili nido e il lavoro per le donne, ma sulla risposta che gli elettori daranno alla domanda: si possono affidare a un giovane sindaco le chiavi del Paese? Chissà: ora o mai più, tocca a noi, Renzi scommette di farcela. Anche se il figlio Francesco gli ha confessato di avere simpatia per Bersani: «ha undici anni, non voterà alle primarie. Ma voglio che quando sarà grande sappia che suo papà non ha avuto paura». Perché «il vero rischio non è sbagliare il calcio di rigore ma restare in panchina». E anche Francesco De Gregori, per oggi, è rottamato.