Matteo Renzi

Il fattore R

Intervista di Marco Damilano pubblicata su l’Espresso il 30 agosto 2013

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You don’t have long / I am to you». Non avete molto tempo, vi sto con il fiato sul collo…Li tiene bene in vista sul suo tavolo di lavoro i testi delle canzoni di Matthew Bellamy e della band inglese Muse, «non ci vorrà molto tempo / vi sto con il fiato sul collo / è giunto il momento / di demolire la vostra supremazia». Il libro “Love is our resistance “è sulla scrivania di Matteo Renzi a Palazzo Vecchio accanto all’autobiografia di Peter Mandelson, lo spin doctor di Tony Blair negli anni Novanta e Duemila, il “principe delle tenebre “che costruì mediaticamente l’immagine del New Labour. Il sindaco di Firenze, dimagrito e abbronzato, orologio viola-Fiorentina al polso, è tornato da una vacanza tra Los Angeles, San Francisco, San Diego e New York dedicata a moglie e figli. «L’ho detto ai due maschi: ragazzi, dopo questi giorni papà lo rivedete quando sarete già fidanzati! ». Perché quello concluso per Renzi è stato l’anno della grande crescita: da outsider a sfidante per la premiership del centrosinistra sconfitto a politico più popolare d’Italia. Una corsa furiosa, partita il 13 settembre di dodici mesi fa a Verona con la candidatura alle primarie contro Pier Luigi Bersani (ve lo ricordate, Bersani?), contro tutti, forse anche contro se stesso, le sue battute, il suo caratteraccio, l’attitudine a dividere il mondo in bianco e nero, amici o nemici di Matteo. Ora si apre una nuova stagione, venerdì 30 agosto, con un doppio intervento alle feste del Pd di Forlì e di Reggio Emilia e poi con le uscite alla festa nazionale di Genova e a Bologna, un tour nel cuore del partito, per riprendere la scalata. L’annuncio è ancora rinviato, il sindaco aspetta che finalmente il congresso del Pd sia convocato con l’assemblea del 20-21 settembre per formalizzare la scelta con un evento speciale modello Leopolda, ma la decisione è già stata presa. Renzi si candiderà alla guida del Pd per diventare segretario del partito. Nonostante la sua scrivania sia affollata dai bozzetti preparati dall’agenzia di comunicazione Proforma che esaltano i risultati di quattro anni da sindaco di Firenze: gli investimenti sul sociale e sulla cultura, gli asili nido che coprono il novanta per cento delle famiglie con la cancellazione delle liste di attesa, le più grandi aree pedonale di Europa. Detto fatto, come recita lo slogan, di sapore berlusconiano. Ma è l’unica cosa che ricorda la fase precedente, quella del Renzi corteggiato dall’uomo di Arcore, il pranzo a Villa San Martino, il rifiuto di arruolarsi tra i combattenti dell’anti-berlusconismo duro e puro.Tutto finito il 23 aprile, quando con una telefonata mediata da Angelino Alfano il Cavaliere comunicò al Rottamatore che per Palazzo Chigi avrebbe appoggiato il più affidabile Enrico Letta e non lui. Da quel momento in poi l’unico contatto tra Renzi e la galassia berlusconiana è stata una chiamata dell’altro Letta (Gianni) che voleva informarsi del suo comportanento dopo la condanna in Cassazione dell’ex premier. Nessuna solidarietà con Berlusconi, è stata la risposta. «lo sono un garantista vero. E garantismo significa dire che fino alla sentenza definitiva devi essere considerato innocente, ma in caso di condanna diventi colpevole». Nessuna sponda per chi, anche nel Pd (vedi Luciano Violante), immagina una strada per evitare o almeno ritardare il voto del Senato sulla decadenza del condannato Berlusconi. Per qualche giorno è sembrato che il governo Letta sarebbe stato rovesciato dall’ira di Berlusconi e dell’ala Pdl più favorevole alle elezioni anticipate. Ma nel giro di poche ore si è rivelato un bluff per alzare la posta nella trattativa salva-Silvio. L’accordo sull’Imu rafforza le larghe intese, la prospettiva di rinviare alla Consulta la decisione sulla decadenza del Cavaliere si fa sempre più concreta. E in ogni caso Renzi non crede all’ipotesi di una crisi di governo in tempi rapidi o di elezioni anticipate in autunno. Anzi: è uno scenario che neppure si augura. Serve tempo, almeno fino alla primavera. «Non sarò mai io ad aprire una polemica o a metterlo in crisi, se c’è bisogno di un nemico, spiacente, non sarò certo io a interpretare questo ruolo. Mi metto di lato», ripete. Ma è ormai impossibile per lui restare per altri cinque anni in panchina. E c’è l’esigenza, per Renzi ma anche per il Pd, di trovare una strategia alternativa, un piano B rispetto all’appiattimento sulla ragion di Stato dell’appoggio governativo che fin qui ha orientato la fragile reggenza di largo del Nazareno. «Il governo dura», prevede il sindaco.Dura perché mancano le alternative e perché dal Quirinale arriva l’assoluta indisponibilità presidenziale a sciogliere le Camere. «C’è un unico elemento imponderabile, si chiama Berlusconi. Ma non ha nessuna convenienza reale a tentare la spallata. Poi, cosa farebbe?». E se Letta resiste, se il governo va avanti facendosi forza della sua stessa debolezza, avverte Renzi, «al Pd resta una sola strada: fare il Pd. In questi mesi si è sentita solo la voce del Pdl sull’Imu, questione rilevantissima, per carità, ma non è l’unica cosa che interessa agli italiani». E perché il Pd faccia il Pd a Renzi tocca conquistare la segreteria e dimostrare che si possono condizionare le scelte governative. Mica facile. Il partito è una bestia feroce che dal 2008 a oggi ha già divorato e inghiottito tre segretari, a partire da Walter Veltroni. E nella dirigenza di largo del Nazareno la diffidenza e l’ostilità verso il sindaco sono ancora piuttosto diffusi. Vedi i ripetuti tentativi di rinviare il congresso a data da definirsi, oppure il cambio delle regole in corsa progettato prima della pausa estiva dal ministro Dario Franceschini e rapidamente rientrato dopo la rivolta di tutti i candidati alla segreteria, da Gianni Cuperlo a Pippo Civati. Franceschini rappresenta bene la schizofrenia della dirigenza Pd rispetto al Bimbaccio di Firenze, divisa tra l’ambizione di addomesticarlo, riportarlo alle logiche degli accordi romani, il patto di sindacato che da un paio di decenni governa il centrosinistra, e la tentazione di soffocarlo. Le lusinghe ma anche le minacce. «Attento, Matteo, a dire sempre di no, alla lunga puoi stufare», lo ha avvertito in uno degli ultimi colloqui. Con Bersani i rapporti sono spezzati da un’insanabile rottura umana, con reciproche accuse di slealtà. Con Massimo D’Alema sono altalenanti. L’ex premier vorrebbe dal rottamatore un accordo sulla divisione dei ruoli: a Cuperlo il partito, a Renzi la futura candidatura a premier, quando arriverà il momento. E a lui, presumibilmente, il Quirinale. Ma D’Alema sbotta ogni volta che il sindaco lo spiazza con qualche uscita improvvisa, qualche colpo di acceleratore, qualche mossa non concordata (tutte o quasi, diciamo). Con Letta è una rivalità tenuta a bada a fatica, combattuta a colpi di sondaggi, con i rispettivi staff impegnati a segnalare come Enrico batta Matteo in gradimento, e viceversa, esplosa in occasione della visita di Renzi a Berlino dalla cancelliera Angela Merkel a luglio. Gli scambi di sms tra i due, di solito simpaticamente perfidi, cambiarono di tono. «Non capisci che più mi attacchi mediaticamente più mi rafforzi?», scrisse il sindaco. «Cado dalle nuvole, non so di cosa parli», replicò il premier Eppure, subito dopo le elezioni di febbraio disastrose per il Pd, l’allora vicesegretario aveva fatto arrivare un chiaro segnale di pace: dopo Bersani ci sei tu. Oggi, invece, nonostante i tentativi dei pontieri come Francesco Boccia, i due viaggiano in direzione contraria. E se qualcuno ricorda a Renzi le comuni origini democristiane il sindaco quasi si offende: «Macché, mio padre è un vero democristiano, media sempre. Io non medio mai». Basta vedere gli scontri con alcuni pezzi di establishment. Con Sergio Marchionne, nonostante i sorrisi davanti alle telecamere, c’è incomunicabilità totale, «se c’è una cosa di cui Matteo si è pentito in vita sua è di averlo appoggiato senza se e senza ma », racconta chi lo conosce bene. Uguale freddezza con Unicredit e con Fabrizio Palenzona, distanze che pesano sull’atteggiamento del “Corriere della Sera, quotidiano che i renziani percepiscono come radicalmente ostile. Con Luca Cordero di Montezemolo le relazioni si sono ricucite dopo che anni fa, per amore di battuta, il rottamatore aveva dichiarato di preferirgli come candidato prernier Nichi Vendola. Il cattolico Renzi ha litigato anche con l’arcivescovo Giuseppe Betori, a lungo braccio destro del cardinale Camillo Ruini alla Conferenza episcopale italiana. Ma è proprio la mancanza di diplomazia di Renzi, il suo rifiuto di lucidare le maniglie dei portoni che contano (come disse anni fa Romano Prodi di casa Agnelli), ad attirare su di lui la simpatia di tanti elettori trasversali. Nei sondaggi il Pd guidato da Renzi è nettamente sopra il Pdl, quattro o cinque punti. Terreno di caccia sono gli otto milioni di elettori del Movimento 5 Stelle e i tre milioni che a febbraio hanno votato per Scelta civica di Mario Monti. Senza parlare dei berlusconiani delusi dal Pdl, come Flavio Briatore, che per ottenere un pranzo con il sindaco tempestò di chiamate. Mondi che in caso di elezione alla segreteria Renzi deve subito dirottare sul Pd, perché nel 2014 si voterà per le europee, quasi certamente Renzi sarà candidato. E sembra già immedesimato nella parte: «Basta con  la tecnocrazia, quella europea e quella esportata in Italia. Serve restituire dignità alla politica e dignità all’Italia in Europa, l’unico partito che può farlo è il Pd. Un Pd molto diverso da com’ è ora, certo». Come sarà il Pd targato Renzi? «Alt, prima bisogna fare il congresso, mica è scontato! E il congresso per me non è la rivincita delle primarie 2012», avvisa il quasi-candidato. Però qualche idea c’è: «Un partito della base e non del vertice della piramide. Un partito in cui le burocrazie di apparato contano meno degli amministratori locali. Il partito è di chi ha il consenso della gente e sì misura con il governo. Un partito così non è leggero, anzi, deve essere più organizzato dell’attuale». In marcia verso Renzi, da Debora Serracchiani a Virginio Merola a Piero Passino, fino a Vasco Errani: possibile che l’Emilia del segretario regionale Stefano Bonaccini stia smottando in direzione renziana a sua insaputa? Soprattutto, un Pd non appiattito sul governo Letta. «Se il governo dura e fa le cose, e io spero che sia così, il Pd dovrà incalzarlo ogni giorno con una sua proposta. La legge elettorale su modello di quella dei sindaci, funziona benissimo. Oppure il taglio delle pensioni d’oro. Il governo Letta deve diventare il governo del Pd. E ogni giorno il segretario del Pd, chiunque egli sia, deve spingere perché il governo sia coerente con i suoi programmi». No, non suona come una buona notizia per il premier il piano B dell’ex rottamatore. «Tranquilli», assicura, «mi metto di lato», ma il passo laterale renziano preoccupa, spaventa, mette a rischio i fragili equilibri su cui si regge il governo Pd-Pdl. «Le larghe intese non possono diventare un’ideologia, come vorrebbe qualcuno, la politica deve restiuire speranza», conclude il nuovo Renzi bipolarista e di sinistra. Anche in una stagione di obbligata stabilità governativa come questa non rinuncia, come cantano i Muse, ad «avere fame di un po’ di disordine”.