Matteo Renzi

Il rottamatore e il Palasharp

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ilfoglioOrmai è un fatto: l’establishment politico e culturale cresciuto in questi anni sulle spalle dei mostri partoriti nei vari Palasharp italiani ha un nuovo grande nemico intorno al quale ricompattarsi e riorganizzarsi per portare avanti l’ultima grande opera di resistenza al tentativo di progresso della sinistra italiana: Matteo Renzi.

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Già, il progresso. L’ultimo grande censore e accusatore del sindaco di Firenze è stato due giorni fa il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari che dalle pagine domenicali del suo giornale ha zagrebelskyanamente sculacciato il discolo e blasfemo sindaco fiorentino rimproverandogli di essere un corpo estraneo, quasi un virus, per il mondo dei progressisti, e annunciando di essere pronto a votare un altro partito se l’eretico rottamatore dovesse riuscire a vincere – orrore! – la gara per la premiership del centrosinistra. Scalfari – che pure in passato era stato fermo e coerente sostenitore della piattaforma american-veltroniana del Lingotto (piattaforma a cui il sindaco oggettivamente si ispira da tempo) e che negli ultimi mesi aveva chiesto più volte al Partito democratico di resistere alla tentazione di trasformarsi in un partito socialdemocratico più o meno con le stesse argomentazioni con cui Renzi rimprovera Bersani di essere l’ennesimo leader dell’ennesimo partito di sinistra – critica in sostanza Renzi per la sua incomprensibile offerta in termini di rinnovamento (“il suo programma è carta straccia”), ma nel formulare le sue severe osservazioni svela tra le righe qual è forse la vera preoccupazione e il vero incubo di una parte importante della vecchia sinistra italiana: avere di fronte a sé una nuova sinistra in grado di imporre un radicale progresso culturale al mondo dei progressisti.

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Più che la retorica sul rinnovamento e sulla rottamazione e sul mandare a casa una vecchia classe dirigente la vera sfida di Renzi è infatti sempre più quella di essere il primo liberal non socialdemocratico ad avere delle chance di conquistare la guida del centrosinistra. In teoria si tratterebbe di una normale e classica sfida tra due modi diversi di pensare la sinistra (capita in tutta Europa, e guardate cosa sta succedendo persino nell’Spd tedesco e guardate cosa è successo non molto tempo fa nel New Labour inglese) ma in realtà è evidente che per l’establishment palasharpiano con velleità pseudoliberali la sola idea di avere una sinistra moderna, autonoma e non soggetta ad alcun tipo di eterodirezione spiazza e un po’ fa tremare i polsi. Scalfari sa che Renzi non è uno dei soliti intellettuali della Magna Grecia (do you remember De Mita?) che per affermare il proprio progetto chiede preventivamente ai giornaloni d’area “che fare” e forse la sua critica al limite del boicottaggio al renzismo è dettata anche dal timore di avere nei prossimi mesi un giornale-partito che in caso di vittoria di Renzi improvvisamente si ritroverebbe senza un proprio partito. Un boicottaggio, sì. Un boicottaggio simile a quello suggerito domenica scorsa sul Monde da Philippe Ridet (che ha dedicato al sindaco di Firenze un lungo ritratto in cui maliziosamente paragona la corsa di Renzi a quella di Ségolène Royal). E un boicottaggio simile a quello raffigurato sempre domenica sul Corriere della Sera dal professor Galli della Loggia, che descrivendo l’ostilità delle vecchie classi dirigenti e del vecchio establishment della sinistra contro Renzi ha spiegato le ragioni del vero pregiudizio di una certa sinistra contro il sindaco di Firenze. “Ad aggravare l’impressione del boicottaggio – scrive Galli della Loggia – c’è qualcosa di più. Ci sono le dichiarazioni dell’establishment della coalizione di sinistra (ma non del segretario Bersani: e di ciò gli va dato onestamente atto). Mentre Renzi ha più volte assicurato che se sconfitto egli è pronto ad accettare il verdetto e ad appoggiare il vincitore, chiunque esso sia, invece i vari D’Alema, Bindi, Vendola, non hanno perso occasione per dipingere l’eventuale vittoria di Renzi come la calata dei barbari, una catastrofe politica, la fine del centrosinistra, e chi più ne ha più ne metta. Hanno cioè usato contro il candidato a loro sgradito l’arma che la sinistra italiana è da sempre irresistibilmente tentata di usare contro l’avversario: la delegittimazione. Ci manca poco che uno di questi giorni Renzi si veda affibbiato l’epiteto di fascista”.

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A differenza di Repubblica, e l’editoriale di Galli della Loggia parla chiaro, il Corriere della Sera non ha mostrato antipatia nei confronti del Rottamatore e anzi negli ultimi tempi, ben cogliendo l’estraneità epidermica mostrata dai rivali di Rep. verso il sindaco di Firenze, il giornale di Ferruccio De Bortoli ha offerto significative linee di credito a Renzi e, proprio come i cugini della Stampa, sembra aver persino deciso di investire sul rivale di Bersani. Un po’ per fare il controcanto a Rep., sì. Un po’ per intestarsi la battaglia sul famigerato riformismo della sinistra, certo. Un po’ per le simpatie di alcuni azionisti nei confronti del sindaco (da Jaki Elkann a Marchionne, da Tronchetti Provera a – novità degli ultimi giorni – anche Giuseppe Guzzetti). Ma un po’ anche perché l’establishment politico e culturale di una certa élite del nord all’avanguardia ha capito che l’altro grande obiettivo della rottamazione renziana non è la pettinata borghesia del profondo nord ma è, piuttosto, il vecchio establishment culturale cresciuto tra post-it e appelli di Saviano. Renzi oggi va contro tutto questo e come dice Marco Pannella (Radio Radicale di domenica scorsa) anche noi eravamo molto allarmati per non aver ancora visto su Rep. una bella e sonora sculacciata al rottamatore del Palasharp.

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IL FOGLIO, 2 ottobre 2012