Matteo Renzi

Io, mio padre e il nostro sogno: un’Italia nuova

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chi logoMatteo Renzi, sindaco di Firenze e candidato alle primarie del Pd, ha accettato di conversare con il padre Tiziano Renzi, segretario del Pd di Rignano sull’Arno, ex consigliere comunale ed ex esponente della sinistra Dc. Hanno discusso di politica davanti a un bicchiere di vino e ad alcune fette di salame, sul prato della casa di famiglia, nei dintorni di Firenze.

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Matteo. «Mi fa un po’ effetto parlare con te di rottamazione…».

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Tiziano. «In effetti hai scelto una parola orribile».

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M. «E perché? Avessi usato le parole che usano i politici, non mi sarei fatto capire. Chi vuoi che si interessi, scusa, a un generico appello al “ricambio generazionale “?».

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T. «Capisco. Ma hai dato l’impressione di voler rottamare le persone. Si rottamano le macchine, non le persone».

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M. «Io non voglio rottamare le persone. Voglio rottamare le carriere. Da vent’anni i partiti cambiano i nomi, i simboli, gli slogan. Ma le facce sono sempre le stesse. Se non si cambiano i leader, non cambieremo l’Italia».

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T. «Non discuto il progetto politico. Anche noi volevamo cambiare. Non pensare di essere il primo al mondo che propone rinnovamento».

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M. «Già. Ma proprio per questo voi, quelli della vostra generazione dico, dovreste evitare di trattarci come degli appestati, quando proponiamo queste cose. Se chiediamo di cambiare, non vi stiamo insultando o offendendo. Tu sei del 1951, no?».

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T. «Sì, ho 61 anni. Quindici giorni in meno del tuo amico Pier Luigi Bersani».

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M. «Mi colpisce questa cosa. Tu e Bersani siete nati negli stessi giorni. La tua generazione si è impegnata molto per cambiare l’Italia. Avete avuto nel sangue la passione per la politica e tu stesso ci hai provato. Ma diciamo la verità: oggi dovete passare la mano. In tutto il mondo sono i quarantenni che governano i Paesi».

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T. «Io ho sempre amato la politica. Ho iniziato l’anno in cui sei nato tu, nel 1975. C’era un uomo politico che mi colpì, perché parlava di onestà, di trasparenza, di correttezza».

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M. «A chi ti riferisci, babbo?».

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T. «A Benigno Zaccagnini. Mi iscrissi alla Democrazia cristiana per lui, nonostante tuo nonno fosse un elettore socialdemocratico sostenitore di Saragat».

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M. «Sembra un secolo fa, eppure non sono passati molti anni. Sai che spesso penso che proprio tuo padre, mio nonno, mi abbia dato il più bell’insegnamento in politica? Una volta mi disse: “Ricordati, Matteo, di fare come facevamo noi in campagna! Quando dai la mano a qualcuno, sappi che vale più di un contratto. Non venire mai meno alla parola data!”. Ho promesso a me stesso di tenere questi valori sempre dentro di me».

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T. «Sono i valori della civiltà contadina, che la politica ha dimenticato. E che dovrebbe riprendere. Quando vedo quei signori in Parlamento, che cambiano schieramento e casacca pur di mantenere la poltrona, mi viene la rabbia».

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M. «Anche a me. Ma anche per questo bisogna cambiare. Il mondo intorno a noi si trasforma con un ritmo strabiliante. Pensa alla trasformazione che la vita quotidiana delle famiglie ha subito in questi anni. Ti ricordi quando andavi a fare l’agente di commercio e stavi lontano da casa dal lunedì al venerdì?».

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T. «Certo che me lo ricordo. Come potrei dimenticarlo? Prima avevo un posto fisso, come insegnante di ginnastica a scuola. Però mi piaceva l’idea di mettermi alla prova e anche di guadagnare di più. Per questo diventai agente di commercio: giravo il Mezzogiorno per vendere utensili di legno».

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M. «Noi restavamo a casa, con la mamma. Ma c’è un particolare che oggi mi colpisce, un particolare insignificante, forse. Sono i lunghi pomeriggi in cui la mamma chiedeva a noi figli di non usare il telefono di casa, perché da un momento all’altro poteva telefonare il babbo, che si fermava all’autogrill e che quindi doveva trovare il telefono libero».

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T. «Era così. Il telefonino non esisteva. Le lunghe soste all’autogrill, i gettoni, la mancanza dei navigatori o delle informazioni via radio sulle code. Tutto un altro mondo, rispetto a oggi».

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M. «I miei figli, tuoi nipoti, non riescono a credere possibile un mondo senza telefonino. Eppure il telefonino, come Internet, sono invenzioni recenti. Il mondo cambia, e non è un male. Ma i politici restano».

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T. «Su questo devo darti ragione. Infatti la gente la pensa come te. La tua fortuna nasce dal fatto che i dirigenti romani non si rendono conto di quanto le persone siano stanche delle solite facce. Quando penso ai miei sogni di ragazzo, un po’ mi spiace che non si siano realizzati».

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M. «Sei orgoglioso della tua generazione, di quello che avete fatto?».

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T. «No, io non voglio essere orgoglioso. Voglio essere felice, che è una parola più bella. Se c’è una cosa che mi rende orgoglioso, al massimo, è che la mia famiglia provi a essere unita. E quando penso a voi figli, non sono orgoglioso dite. Sono orgoglioso, casomai, della scelta di tuo fratello».

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M. «Ti riferisci alla decisione di Samuele, il fratello più piccolo, il medico, che ha lasciato Firenze per non essere accusato di essere un “raccomandato “?».

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T. «Sì. Non era scontato. Poteva giocarsi le sue carte nella sua terra. Invece, adesso, è in Svizzera e nessuno può dirgli di esserci arrivato grazie alle spinte».

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M. «Siete stati voi, la vostra generazione, a farci passare il messaggio che si trova lavoro perché si conosce qualcuno. Noi saremo quelli che cambieranno questo atteggiamento: voglio che i ragazzi trovino lavoro, perché conoscono bene qualcosa, non perché conoscono qualcuno».

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T. «Te lo auguro con tutto il cuore. Ma non sarà facile. Del resto, abbiamo condiviso l’esperienza dello scoutismo, no? Ci ha insegnato che la strada più bella è quella non battuta, che la sfida più bella è l’avventura. Su questo noto in te caratteristiche che mi assomigliano molto, anche se, per il resto, sei più simile a tua madre. Ma non dimenticarti mai che non dovete rottamare solo quelli che stanno in Parlamento da troppo tempo».

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M. «E chi dobbiamo rottamare ancora?».

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T. «Dovete rottamare anche qualche giovane, tra quelli che non hanno voglia di sognare. Troppo comodo fare solo una rivendicazione anagrafica. Mandate a casa anche quei ragazzi che sono giovani solo sulla carta d’identità, ma pigri dentro».

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M. «Lo faremo, stai tranquillo. Ma dimmi un’ultima cosa. Quando pensi ai tuoi sogni di ragazzo e all’Italia che ci state lasciando, che cosa ti viene in mente?».

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T. «Penso che potevamo fare di più e meglio. Ma che qualcosa di bello abbiamo fatto. Sono curioso di vedere come d’ora in poi ve la caverete… voi».

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