Matteo Renzi

Ivan Scalfarotto: «Matteo come Blair e Clinton. Il conflitto sociale va superato»

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ivan-scalfarottodi M. ZE.

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«Appoggiare Renzi non vuol dire essere contro il partito come invece viene considerato da molti». Ivan Scalfarotto, vicepresidente Pd, ripete più volte il concetto. E se lo fa un motivo di sicuro c’è.

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Perché questa sottolineatura? Renzi è del Pd…

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«Io ho preso la mia decisione come faccio sempre: considerando in maniera laica le cose. E invece oggi se qualcuno appoggia Renzi viene sospettato di non tenere al partito, un approccio che non condivido affatto».

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Renzi sta facendo una campagna per le primarie contro tutti i dirigenti del suo partito, senza mai citare i motivi per cui non deve tornare al governo il centrodestra. Non sarà questo a suscitare qualche diffidenza?

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«Non sono affatto d’accordo con questa lettura. Si stima che Renzi abbia circa il 30-40%% del partito che simpatizza per lui. Il fatto che il 99,5%% dei dirigenti, invece, sta con Bersani è un’anomalia. Non dovrebbero anche i dirigenti “dividersi “in due tra il segretario e il sindaco?».

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Forse accade perché se vince ha promesso di fare piazza pulita?

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«Ma il partito non appartiene ai suoi dirigenti. Il Pd americano esiste dal 1792: i dirigenti cambiano e il partito resta. Qui da noi cambiano i partiti ma restano i dirigenti. È normale che in una sfida come questa ci si confronti e ci si attacchi reciprocamente. Perché se sfidi il segretario vieni accusato di sfidare il partito? Ci si contende il partito sfidandosi a viso aperto».

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Scalfarotto ma qui non ci si contende il partito. Le primarie sono per la leadership del centrosinistra.

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«Mi riferivo al confronto che c’è negli altri partiti nel mondo per ribadire che quando ci si contende la leadership non si attenta all’istituzione. Per me appoggiare Renzi vuol dire puntare sul leader che ritengo più adatto a governare il Paese».

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Cosa la convince del programma del sindaco?

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«Uno dei motivi si fonda sul fatto che il rinnovamento non è una cosa priva di contenuti. Il tempo che stiamo vivendo corre veloce – penso al lavoro, alle donne, all’Europa, parole hanno un significato diverso rispetto a venti anni fa – e credo che ci sia bisogno di una classe dirigente cittadina del proprio tempo, in grado di gestire meglio questi cambiamenti. Renzi, poi, esprime una linea di politica economica di sinistra liberale che in Italia, non avendo avuto un Blair o un Clinton, soffre molto. Tra Ichino e Fassina sono sempre stato con Ichino, quindi è chiaro che mi riconosco più in Renzi. A sostenere Bersani, invece, ci sono persone come Fassina e Letta e voglio sapere, se dovesse vincere il segretario, quale sarebbe la linea economica. Mi piacerebbe che durante queste primarie si parlasse di questo: se è meglio una politica economica di sinistra liberale o di sinistra e basta».

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Non dovrebbe essere Renzi a imporre questi temi nella sua campagna elettorale?

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«Non è che Matteo non fa battaglia sui programmi, il punto è che fa più notizia la battuta su D’Alema o sulle regole che non le 27 pagine di programma».

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Ma sono i temi che pone Renzi quando va in tv.

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«Perché gli fanno domande solo su quello. Sono convinto che servirebbe una riflessione, forse vuol dire che nella pancia del Paese c’è maggiore sensibilità verso il rinnovamento che non su altro. Io ho scelto Renzi dopo aver letto il suo programma che mi ha convinto, al contrario della Carta d’Intenti».

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Cosa non la convince?

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«Si parla del fatto che noi dovremmo interpretare il conflitto sociale: se non mi sbaglio quando è nato il Pd l’obiettivo era di superarlo il conflitto. Doveva essere il Pd non di una classe ma di tutto il Paese. Intuisco un ritorno alla sinistra “classica” che invece avremmo dovuto superare».

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A lei non piacciono le regole delle primarie. Perché?

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«Perché tutto si basa sull’elettorato militante di centrosinistra mentre noi dobbiamo puntare ad allargare ad un pubblico più vasto».

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Come mai c’è questa ritrosia a chiedere agli elettori di definirsi di centrosinistra?

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«Queste sono regole introdotte ex novo di cui non si sentiva il bisogno. Non è che perché abbiamo avuto problemi a Napoli bisogna mettere tutto in discussione. Le primarie hanno sempre funzionato perché molto aperte e mi creda questa gimkana che hanno creato scoraggerà gli stessi militanti di partito. Il vero tema è se questo partito è contendibile, se lo è non si deve chiudere ma aprire».

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L’UNITÀ, 23 ottobre 2012