Matteo Renzi

L’intervista a Pietro Ichino: «Con Renzi per vincere senza alleati»

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unitadi Marco Bucciantini su L’Unità

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Sul suo blog ha raccontato l’entusiasmo e le seccature per questa giornata particolare, in fila insieme ai milanesi, alla sezione del Pd dietro la stazione di Porta Genova, per coltivare la democrazia. Il professore Pietro Ichino è probabilmente la causa della distanza fra la Cgil e Renzi («Se vince lui sarebbe un problema»: la contestata battuta a urne aperte del segretario generale Susanna Camusso), ma la cosa non lo rammarica. «Penso che Camusso, così come Rosy Bindi, prima di arrogarsi il ruolo di decidere cosa veramente sia “di sinistra” e cosa no, dovrebbero fare un bilancio dei risultati in materia di politiche del lavoro ottenuti fin qui dalla sinistra con le sue vecchie linee d’azione. Se, come credo, questo bilancio è gravemente in rosso, le vie da battere per la tutela dei più deboli sono evidentemente delle altre».

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Come ha giudicato l’organizzazione di queste primarie?

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«Promettiamo agli elettori di sburocratizzare lo Stato e poi, quando tocca a noi organizzare un servizio, riusciamo a complicare la vita al cittadino inutilmente, moltiplicando compilazioni, firme, code. Dobbiamo ringraziare il cielo che domenica il tempo sia stato mite e non abbia piovuto: altrimenti quelle ore di coda che abbiamo inflitto a oltre tre milioni di persone, per lo più all’aperto, sarebbero state una tortura insopportabile e si sarebbero ritorte pesantemente contro di noi».

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Le regole servivano a proteggere il centro sinistra dalla “scalata” degli elettori di centro destra.

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«Ma l’aumento del carico burocratico ci ha fatto perdere elettori. Anche di centro destra, certo, che magari in questi mesi avevano cambiato idea».

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Professore, che cosa gioca a favore di Bersani nel ballottaggio di domenica?

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«Sicuramente la maggiore facilità di ottenere i voti di Vendola, e questo in particolare nel Mezzogiorno del Paese, dove Bersani appare più forte».

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E cosa a favore di Renzi?

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«L’inerzia di questo voto, e la riflessione che impone: perché Bersani non ce l’ha fatta al primo turno? Quali errori lo hanno impedito? Poi fra chi ha votato per Renzi si diffonderà questo fervore per un’impresa che sembra possibile, un’occasione irripetibile».

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Quale?

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«L’ha tracciata in un sondaggio Roberto D’Alimonte (per Il Sole24 Ore), fatto su un campione rappresentativo di tutti gli elettori italiani: il 35% voterebbe per un centrosinistra guidato da Bersani, mentre per un centrosinistra guidato da Renzi voterebbe il 44%: percentuale che assicura il governo senza confondersi con le alleanze. Agli elettori si offre l’occasione straordinaria per voltar pagina rispetto a mezzo secolo di vocazione minoritaria della sinistra».

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Ma il voto delle grandi città, il cosiddetto voto d’opinione, orientato a uno scenario più robusto sul futuro, ha premiato decisamente Bersani.

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«Abbozzo una chiave di lettura diversa, quella della maggior forza dell’apparato di partito nelle grandi aggregazioni urbane. Ma non sono so se è la lettura giusta».

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Perché il “destrorso” Renzi vince proprio nelle regioni rosse?

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«Forse perché sono le regioni dove l’elettorato è più insofferente della vocazione minoritaria che affligge tradizionalmente la sinistra italiana sul piano nazionale».

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Cosa cambia nel Pd dopo le primarie?

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«Il partito riscopre la propria natura originaria, di grande partite capace di rappresentare tutto il centro sinistra. Per un verso, abbiamo toccato per mano che Vendola è uno dei nostri: non c’è ragione perché stia fuori dal partito. Ma, soprattutto, queste primarie ci hanno dimostrato che il Pd è perfettamente in grado di rappresentare anche il centro; cioè che non abbiamo alcun bisogno di “delegarne” la rappresentanza a terzi».

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Renzi ha raccolto consenso, ma la sua rappresentazione dentro il partito è quasi inesistente… «Questa è una scossa sismica: quando Renzi ha lanciato la sua sfida politica a Bersani aveva l’appoggio di meno del 3% dei parlamentari democratici, e circa il 2% dell’apparato del partito. Già il primo turno, al netto dei risultati di Tabacci e Vendola, assegna a Renzi più del 40% dei voti d’area Pd. Quale sia l’esito del ballottaggio, non si potrà ignorare il peso dell’area liberal nel partito, un profondo mutamento della geografia interna che impone a Bersani una profonda correzione di rotta, da subito. Se non lo farà apparirà un leader distratto, con la testa fra le nuvole…»

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Queste primarie cambiano anche le forme della politica nazionale?

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«Impongono un cambio di passo al Pdl, e rispondono nel modo migliore alla demagogia di Grillo: abbiamo ricostruito un legame stretto tra la cittadinanza e i suoi rappresentanti».

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Poi ci sono il Terzo Polo e Monti.

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«Il Terzo Polo appare oggi altrettanto indietro quanto lo è il centrodestra sul terreno del dialogo con la società civile, con gli elettori. Quanto a Mario Monti, il nostro premier attuale non appartiene al Terzo Polo, ma a tutto il Paese. E spero che il centrosinistra sappia valorizzare al massimo questa ricchezza nella prossima legislatura».