Matteo Renzi

L’uomo che rischia

\n

 alessandro-baricco-matteo-renzi-leopolda2012

\n

 

\n

di ALESSANDRO BARICCO

\n

Da che parte sto, si sa: a sinistra. Visto che c’è questa possibilità di scegliere il nostro candidato alle prossime elezioni, ecco cosa farò domenica.

\n

Uscirò di casa, armato di una certa pazienza, e andrò a votare Renzi alle primarie. Perché lo farò è cosa di scarsissimo interesse, ma perché lo farà una sacco di gente, questo è un fenomeno interessante, e non sono proprio sicuro che tutti l’abbiano capito bene. Posso dare, con tutta la modestia possibile, un aiutino?

\n

Io credo che tutto nasca dal fatto che lui non ha scalato un partito, il suo, ma l’ha sfidato. L’ha fatto una prima volta a Firenze, vincendo, e ora ci sta riprovando. In un certo senso sembra aver imparato la lezione di Veltroni: se aspetti che il partito ti digerisca e ti lasci passare, quando ti apriranno le porte sarà irrimediabilmente troppo tardi. Per cui: saltare passaggi, accelerare, aggirare l’apparato e, con coraggio, rischiare. Fare un gesto del genere porta Renzi ad essere, istantaneamente, la punta di un iceberg enorme: tutta quell’Italia che, a tutti i livelli, dal piccolo ufficio pubblico al campo aperto del lavoro e della competizione, è stata stoppata dagli apparati o che è riuscita ad emergere non grazie alla vischiosità del sistema, ma nonostante quella. È un’Italia viva, che ha forza e idee, ma che il sistema riesce a bloccare o, in qualche modo, a disinnescare. Non ha praticamente voce all’interno dell’establishment che guida il Paese. Quell’Italia lì ha un’idea molto precisa in testa: il Paese non va riformato, va rifondato. E bisogna farlo con gente nuova e idee nuove, smantellando tutta una rete di privilegi e rimettendo in circolo energie intatte e menti libere. E elementare: vogliono cambiare, ma cambiare veramente. Quale momento migliore di questo, subito dopo l’implosione del disastro berlusconiano?

\n

Renzi riconduce a una matrice di sinistra, perché rimane fortemente legato a idee di fondo come la tutela dei deboli, la lotta ai privilegi, la centralità dell’educazione, la difesa dei diritti, l’irrinunciabile pretesa di una vera giustizia sociale. Meno di sinistra sembra quando alinea idee e soluzioni: ma lì io sono rimasto a una splendida domanda di Chiamparino: privatizzare un’azienda municipalizzata e con quei soldi aprire degli asili nido è di sinistra o di destra? Dato che non c’è una risposta, mi sono abituato a pensare che al di là delle etichette ci sono soluzioni che migliorano la vita dei cittadini e altre che non lo fanno: il resto è un lusso poetico che non ci possiamo più permettere. 

\n

Se le cose stanno così, tra Renzi e la sinistra non ci dovrebbe poi essere tutto quell’attrito: e invece. Guardate la lista di quelli che appoggiano Renzi e cercate in mezzo a migliaia di nomi normali quelli di coloro che fanno parte dell’establishment di sinistra: va bene se ne trovate quattro. Stranetto no? Cosa succede? Succede che ci siamo messi, inopinatamente, a fare i difficili. È pieno di gente che simpatizza, comprende, stima, capisce, manda amichevoli saluti, ma poi gira al largo. C’è sempre una scusa buona: quelli che Renzi è arrogante, quelli che Renzi alla tivù suona falso, quelli che ha intorno Giorgio Gori, quelli che vuole spaccare il partito, quelli che è andato a cena ad Arcore, quelli che è troppo cattolico, quelli che frequenta i finanzieri delle Cayman, quelli che dietro alla facciata c’è il nulla, quelli che neanche ha un programma. Ora, io capisco tutto e a volte perfino condivido: se volete ve ne aggiungo un altro paio, di difetti, che magari non avete notato. Mi va bene tutto, ma mi chiedo: com’ è che siamo diventati così difficili? Siamo gente a cui andava benissimo Rutelli, che si è buscata Franceschini, e adesso ci lasciamo fermare dal fatto che Renzi era un capo scout? Se non ci va giù l’arroganza, come mai siamo sopravvissuti a D’Alema? Com’ è che i finanzieri non li vogliamo ma i capitani coraggiosi della scalata alla Telecom ci andavano benissimo? Se ci agghiacciano certi compagni di strada di Renzi com’ è che a suo tempo abbiamo flirtato con Fini, uno che ricordo distintamente in una foto esibire, con ardore giovanile, il saluto fascista? E Casini, vogliamo ricordare quando ci sembrava l’ultimo baluardo della democrazia? E quanto ai programmi, c’è qualcuno che in questo esatto momento, smettendo un attimo di fare quel che fa, è in grado di dirmi al volo un paio di punti del programma di Bersani o di Vendola (non chiedo, per pietà, di quello di Tabacci), o anche un solo punto del programma di Obama? Possibile che ancora crediamo che si voti per il programma?Avete bisogno di conoscere il programma di Alfano per sapere che non lo voterete? Insomma, posso permettermi di annotare che tanta improvvisa suscettibilità suona un po’ esagerata e quindi sospetta? Cosa c’è dietro?

\n

Posso sbagliarmi, ma dietro c’è una cosa molto semplice. C’è molta sinistra che non osa dirselo ma in realtà non ha davvero voglia di cambiare. Molti vivono tutelati dal sistema, o si illudono di vivere tutelati dal sistema, e quindi non hanno interesse a cambiare troppo le cose. Molti trovano più facile esibirsi sul palcoscenico dello scontento che su quello della trasformazione. Molti sono stanchi, o impauriti, e basta. Il risultato è che di rovesciare il tavolo non hanno proprio voglia. Non dev’ essere facile ammetterlo, perché se sei di sinistra, tu ti immagini sempre in tiro per la rivoluzione. Ma questa volta devi ammettere che saresti per qualcosa di più blando, diciamo che saresti più tranquillo se ci si limitasse a migliorarlo un po’, il mondo, a fare le pulizie, ecco, un po’ di pulizie. Non dev’ esser facile, e allora ci si mette a fare i difficili. Abbiamo l’antipolitica in anticamera, e facciamo i difficili. Abbiamo un uomo nuovo che crede ancora che si possa cambiare il Paese usando bene la politica e non facendone a meno, e ci attardiamo a fargli i test per sapere se è abbastanza di sinistra. Il primo partito della Sicilia è guidato da un uomo che definisce la nostra classe politica un’accozzaglia di morti viventi, e perdiamo tempo a discutere se la parola rottamazione non sia forse un po’ troppo fortina. Per usare un’espressione degna di Bersani (il migliore Segretario del Partito dai tempi di Berlinguer, tra l’altro), la casa va a fuoco e noi stiamo a discutere sulla temperatura del consommè.

\n

Non so. Posso giusto sottolineare che lo spettacolo è piuttosto surreale?

\n

In questo affascinante scenario domenica andremo a votare. Per quel che ci capisco io, possono solo accadere due cose: che la si prenda per una liturgia democratica di un partito democratico, e allora passa Bersani e il quieto vivere; oppure l’Italia che non ne può più esce di casa, e fa un improvviso e memorabile outing, chiarendo a se stessa e agli altri che ha la voglia e la forza di ribaltare questo Paese: e allora si va al ballottaggio tra Vendola e Renzi. Così, a occhio, caschiamo comunque in piedi, e questa è già una bella notizia. Quanto ai desideri, alla fame, all’immaginazione, be’, quella è un’altra storia.

\n

LA REPUBBLICA, 24 novembre 2012