Matteo Renzi

La migliore risposta all’antipolitica

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lastampadi FEDERICO GEREMICCA

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 La notizia che non sorprende – almeno fuori della stretta cerchia degli ultrà di questo o di quel candidato – è che al primo turno non la spunta nessuno, e che la settimana che si apre sarà quella del ballottaggio e del testa a testa decisivo tra Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi. Quella che invece conforta – e che non è per niente retorico sottolineare, soprattutto dopo che nell’ultimo voto siciliano è stata infranta e superata la barriera del 50 per cento di astensioni – è che c’è un pezzo di Paese che resiste, partecipa, vota e crede ancora che abbia un senso impegnarsi per cambiare.

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Questo pezzo di Paese ieri ha risposto all’appello del centrosinistra in maniera addirittura sorprendente: quasi quattro milioni di cittadini in fila ai seggi – a volte per ore – per scegliere il candidato premier da contrapporre, nelle elezioni di primavera, allo schieramento avverso. Il dato è sensazionale, e gonfio di significati. Uno lo si coglie alla perfezione – ad esempio annotando le dichiarazioni stizzite con le quali Beppe Grillo, leader del M5S, ha commentato la giornata di ieri: «L’ennesimo giorno dei morti», «un grottesco viaggio nella follia», «una autocelebrazione di comparse» e via recriminando.

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Nel cuore della notte e a dati tutt’altro che definitivi, le cifre dicono che la partita tra Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi va al secondo tempo, al ballottaggio. Il segretario che stravince soprattutto al Sud – è davanti con un distacco tra i cinque e gli otto punti, lontano dal 51% ma comunque saldamente in testa. Il dato più sorprendente, però, è il risultato ottenuto da Matteo Renzi, che miete consensi nelle «zone rosse» -Toscana e Umbria in testa – e nelle città medie. A quasi metà spoglio è attorno al 35%, e si può dire – in una battuta – che Bersani ha voluto le primarie, ma Renzi ha dato loro un senso e un’anima.

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Il sindaco di Firenze, infatti, aveva contro gli stati maggiori di tutti i partiti del centrosinistra, eppure è riuscito a costringere Bersani al ballottaggio: non è poco. Soprattutto – con i suoi slogan aspri – ha reso chiari i termini della scelta che propone. Rottamazione contro usato sicuro, è stato detto. Tradotto in opzioni politiche: cambiamento radicale contro mantenimento dello status quo. Una sfida elettrizzante, quella di Renzi, ma generatrice – contemporaneamente – di molti timori. Il nuovo, infatti, spesso spaventa: e spaventa ancor di più in fasi come quella attuale, quando la crisi che scuote il Paese non invita certo a «salti nel buio».

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Pier Luigi Bersani, che ha voluto le primarie contro il parere spesso esplicito (da Veltroni a Bindi a D’Alema) di molti leader della sua maggioranza, ora dovrà serrare ulteriormente le file infatti, anche se il suo vantaggio è notevole, è difficile immaginare che tutti i voti raccolti dagli altri tre contendenti (Vendola, Puppato e Tabacci) confluiranno automaticamente sul suo nome al secondo turno. È anche per questo che l’esito finale della sfida resta aperto. Molto dipenderà da se e chi decideranno di votare gli elettori di Vendola. E molto sarà determinato dalle dinamiche politiche (e perfino psicologiche) che il ballottaggio innescherà, dentro e fuori il centrosinistra.

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Il cambiamento – la «piccola rivoluzione» – a molti sembrerà a portata di mano: alcuni ne saranno esaltati, altri forse – spaventati. E così, l’interrogativo – alla fine – resta lo stesso: se è meglio scommettere sulla rottamazione o andare più tranquilli tornando a scegliere l’usato sicuro…

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LA STAMPA, 26 novembre 2012