Matteo Renzi

La parabola del giustizialista – Anticipazione da Un’altra strada

Anticipazione di L’Avvenire, 14 febbraio 2019.

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Tratto caratterizzante il populismo è l’abilità di tenere insieme le notizie false con un atteggiamento forcaiolo. La storia, peraltro, ci insegna che i populisti sono i primi a finire vittima dei loro stessi marchingegni. Non è il caso di risalire ai giacobini o alla ghigliottina sotto cui caddero molte più teste di rivoluzionari che di nobili, ma è la stessa storia italiana a certificare il rischio di un contrappasso.
L’effetto boomerang di chi si presuppone custode di una morale che chiede di applicare agli altri, ma che sovente ignora per se stesso, è caratteristica saliente della coalizione tra Lega e Movimento 5 Stelle. Coloro che ci rimproverano di non aver scongiurato l’alleanza tra queste due forze, dimenticano che nascono entrambe dalla stessa matrice, ovvero il cappio esibito ai partiti della prima repubblica dalla Lega Nord. Quella Lega che ha ostentato la bandiera dell’onestà giustizialista vent’anni prima del Movimento 5 Stelle e che ha al suo interno tali e tanti elementi di contraddizione che suona assurdo, per chi non è garantista come noi, ignorare i procedimenti, le sanzioni, le condanne.
Cosa sarebbe accaduto se i capigruppo di Camera e Senato del Pd fossero stati condannati, ancorché in via non definitiva, per peculato? È questa, infatti, la definizione del reato per cui Massimiliano Molinari e Riccardo Romeo, capigruppo della Lega alla Camera e al Senato, sono stati condannati, cioè per aver sottratto alla disponibilità degli italiani e utilizzato a fini personali finanziamenti pubblici.
Quale sarebbe stata la reazione della macchina del fango propalato dal Movimento 5 Stelle se queste condanne fossero state inflitte a due parlamentari del Pd? Possiamo facilmente immaginarlo, visto il polverone che si solleva ogni volta anche solo per l’apertura di un fascicolo di indagine, per non dire di un avviso di garanzia. È sotto gli occhi di tutti il massacro mediatico dei 5 Stelle il cui manganello virtuale si abbatte sugli esponenti del Pd, mentre per la Lega tutto ciò non vale.
Il populista è giustizialista con gli avversari ma garantista con gli amici.
Nel decreto pomposamente ribattezzato «Anticorruzione», che porta la firma del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, sono entrate delle norme ad personam proprio allo scopo di salvaguardare alcuni dirigenti leghisti dall’accusa di peculato. Si può essere più o meno favorevoli alle modifiche legislative, ma intervenire con dei provvedimenti ad hoc quando c’è un procedimento in corso – in presenza di un’indagine e di alcune sentenze che riguardano i dirigenti di uno dei partiti di maggioranza – è un’attività che pensavamo relegata agli anni d’oro del berlusconismo. Invece oggi tutto ciò viene ammantato di purezza dalla soffice coltre del mantello grillino, che in nome dell’anticorruzione salva dall’accusa di peculato i dirigenti leghisti.
Io non credo che a gogna si debba rispondere con gogna uguale e contraria. Penso sia da difendere non la dignità di un partito, ma l’onore delle istituzioni. Il giustizialismo squalifica la giustizia, distrugge l’idea della sentenza di un tribunale fondato sul principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Le istituzioni hanno un valore. Se le sentenze vengono emesse dal tribunale del popolo che ha sede su un blog, a essere colpito non è soltanto il bersaglio della persecuzione, ma l’idea stessa della dignità delle istituzioni.
In questo la sinistra ha più di qualcosa da farsi perdonare.
Un atteggiamento eccessivamente subalterno al giustizialismo e ad alcune procure ha caratterizzato l’esperienza della sinistra nel periodo iniziale della cosiddetta seconda repubblica. Sono fiero di aver concorso, insieme ad altri, a modificare questo approccio.
Lo spirito di riforma che animava provvedimenti come l’introduzione della responsabilità civile dei magistrati voleva evitare nuovi casi giudiziari come quello, devastante, legato al nome di Enzo Tortora.
Ma occorreva, e occorre, anche una battaglia culturale per creare un clima in cui, se un avversario riceve un avviso di garanzia, non se ne chiedono le dimissioni, ma si attende il processo.
Tutti i cittadini sono innocenti finché non c’è una sentenza passata in giudicato. Così prescrive la Costituzione e a questo principio mi sono costantemente attenuto, suscitando gli sfottò di avversari e talvolta anche di compagni di partito. Ho sempre pensato che bisogna combattere in nome del rispetto istituzionale che si deve agli avversari.
È un sabato di novembre del 2018 quando le agenzie battono la notizia dell’assoluzione di Virginia Raggi, indagata e poi rinviata a giudizio per reati collegati all’abuso d’ufficio e al falso ideologico. Non ho mai avuto un rapporto particolarmente felice con il sindaco Raggi; anche nei mesi in cui abbiamo condiviso responsabilità istituzionali, non abbiamo avuto occasioni di particolare consuetudine. Anzi. Tuttavia, pur contestando alla radice il modo in cui amministra la città, appreso della sua assoluzione, chiesi immediatamente di poterle parlare per esprimerle la mia vicinanza, il mio affettuoso in bocca al lupo per il futuro. Dal giorno dopo, avversari come prima. Perché è sul piano politico che dobbiamo sconfiggerla, non su quello giudiziario. È lo stesso atteggiamento che ho sempre avuto verso Silvio Berlusconi e che mi ha attirato valanghe di critiche da parte della sinistra massimalista, la quale sembra essere capace di stare insieme solo se contro qualcuno. Il garantismo a mio parere deve prevalere sempre, non solo in base alle convenienze. In politica si hanno avversari, non nemici, ci si divide nelle aule del parlamento, non si è divisi dalle aule giudiziarie.

Se la Lega – quella dei diamanti acquistati coi soldi pubblici e nascosti in Tanzania, delle lauree finte comprate in Albania, dei rimborsi elettorali utilizzati per le spese della famiglia Bossi – ha un passato burrascoso da farsi perdonare, il Movimento 5 Stelle non è da meno. Non si tratta dei singoli procedimenti che riguardano i suoi esponenti, né di inseguire sulla via della criminalizzazione i loro parenti. Si tratta, invece, di fare un passo ulteriore nella comprensione di questi fenomeni: la natura ideologica delle posizioni del Movimento 5 Stelle sulla giustizia è esplicitata da un libro di Gianroberto Casaleggio in cui si propone in modo paradossale l’esposizione dei condannati agli angoli delle strade. Questa è la filosofia che ispira il Movimento 5 Stelle, questo è il pensiero del loro guru scomparso: «La corruzione è vista come una malattia contagiosa. Corrotti e corruttori sono esposti in apposite gabbie sulle circonvallazioni delle città».
L’ostentazione del corpo del reo massacrato preventivamente dalla gogna digitale dei social e poi esposto al pubblico ludibrio è pura barbarie, il cui paradigma culturale è quotidianamente ribadito da alcuni magistrati, per fortuna in minoranza, anche dentro il Csm, nonché da alcune redazioni di quotidiani.
La polemica aperta sui media dopo la cattura di Cesare Battisti in Bolivia, per esempio, non ha riguardato l’ormai classico, quasi scontato e tradizionale, show del ministro dell’Interno Salvini, ma ha coinvolto in profondità colui che riveste l’alto e nobile ruolo del guardasigilli, Alfonso Bonafede. Appartengo alla stragrande maggioranza degli italiani soddisfatta dall’arresto di un terrorista come Battisti. Ricordo come, già nel 2016, con il cambio di governo da Dilma Rousseff a Michel Temer, l’Italia avesse formalmente avanzato la richiesta di una risoluzione del caso. Il fatto che il presidente Jair Bolsonaro e il presidente Evo Morales abbiano consentito alle straordinarie donne e uomini della polizia e dell’intelligence italiane di catturarlo dopo averlo inseguito per mesi è un fatto positivo per chi crede nella giustizia, non per chi esige vendetta. Non è un caso che parole di profonda civiltà siano state pronunciate dai familiari delle vittime, molto più sensibili al rispetto istituzionale di quanto non lo siano stati i ministri della Giustizia e dell’Interno, i quali hanno scelto non solo di aderire a un’indecorosa parata pseudoistituzionale, ma addirittura di dedicare un video, con tanto di prelevamento delle impronte digitali e accompagnamento in carcere, esponendo il detenuto a una procedura illegale e producendo anche l’effetto paradossale di consentire l’identificazione degli agenti, la cui identità è di solito sotto tutela. Il tutto per una manciata di like.
Questa manifestazione di cattivo gusto non mi sorprende: conosco Bonafede anche a livello personale. Dieci anni fa si era candidato contro di me nella corsa a sindaco di Firenze. Il risultato del Movimento 5 Stelle fu del tutto trascurabile, ma ricordo che Bonafede, pur non essendo stato eletto, si presentava regolarmente alla sede di Palazzo Vecchio armato di una telecamerina: «Intendo mostrare ai cittadini cosa accade realmente nelle stanze del potere», diceva. Ebbi gioco facile nel dirgli che le sedute del Consiglio erano già da tempo in streaming e che quindi avremmo potuto fare a meno del suo nobile gesto: il punto non è la passione per i video, ma la riduzione della giustizia a uno squallido spettacolo mediatico che serve solo a registrare un effimero gradimento in rete.
Su questo tema una politica di sinistra deve essere radicale, intransigente e chiara.