Matteo Renzi

«M5S, ora lavoriamo insieme. Il governo non tiri a campare»

Intervista di  Barbara Jerkov a Matteo Renzi pubblicata su “Il Messaggero” del 29 maggio 2013

Grillo attacca, il centrosinistra esulta, il centrodestra rilancia. Queste elezioni le hanno vinto davvero le larghe intese, sindaco?«Prima di parlare di chi ha vinto o chi ha perso», premette Matteo Renzi, «dobbiamo parlare dell’astensione, che per le sue dimensioni ci deve preoccupare tutti, e molto. Quelli che il 25 febbraio avevano votato contro il sistema, stavolta a votare nemmeno ci sono andati. E’ un avvertimento allarmante per tutti, sinistra e destra».
Sta dicendo che è inutile cantare vittoria perché in realtà hanno perso tutti?
«No, no, il centrosinistra ha oggettivamente vinto e arrivo a dire che è andata molto bene. Però dal punto di vista del risultato è una squadra che vince 1-0 giocando con il catenaccio, per dire, e lo ripeto con forza, che conta anche il bel gioco. Il centrosinistra ha vinto anche perché ha mediamente una classe dirigente sul territorio più riconoscibile. E questo ci deve essere da insegnamento anche per la riforma elettorale. Se la faccia ce la mettono Berlusconi o Grillo, le cose vanno in un certo modo. Se poi ce la mette il candidato del posto secondo me vanno meglio».
Sta dicendo che si dovrebbe tornare alle preferenze?
«Sto parlando di un sistema elettorale che deve essere quello dei sindaci e quindi, aggiungo, si deve accompagnare a un sistema istituzionale che preveda il bipolarismo e il semipresidenzialismo alla francese. E’ bello e utile, ne sono convinto, quando gli elettori possono riconoscere il proprio leader e sceglierlo proprio come avviene oggi per i sindaci».
Ovvero il premier come il sindaco d’Italia?
«Questo è un tema assolutamente fondamentale. Ma se non si può arrivare a tanto, sia chiaro che il porcellinum di cui si sente parlare in queste ore sarebbe perfino peggio del porcellum. Allora almeno si torni al Mattarellum. Tanto più che in Parlamento i numeri per farlo, tra noi e i grillini, in teoria ci sono».

Tornando ai riflessi del voto sul governo, sindaco?
«La durata di Letta dipende dal governo, non dalle elezioni amministrative. Si parla di riforme? Bene. Hanno la forza e la capacità di farle e di risolvere i problemi reali del Paese, o tutto si ridurrà nell’istituzione di un’ennesima commissione? Hanno la capacità di fare la riforma del fisco, la riforma della burocrazia, la riforma elettorale? Perché non vorrei che anche stavolta la montagna partorisse il topolino. Intendiamoci, io sono ottimista. Certo però il rischio di una tecnica democristiana vecchio stile, per cui si annuncia una cosa e poi si rinvia, esiste sempre».
Veramente il Pdl ha già chiarito che sulla legge elettorale è ammesso solo qualche ritocco, altro che riforma profonda se non si vuole mettere a rischio la stabilità.
«E’ giusto che un governo di larghe intese tenga conto delle richieste di una delle componenti della maggioranza, ma questo non è il governo del Pdl. Massimo rispetto per il Pdl, ma così come su alcuni temi – penso all’Imu – opportunamente il centrosinistra è venuto incontro alle loro richieste, è altrettanto chiaro che sulla legge elettorale non è che se la scrivono di nuovo Verdini e Calderoli e poi ci mandano un tweet. Anche per ché visti certi precedenti…».
Come se ne esce allora?
«Dobbiamo sfidare il centrodestra sul tema del semipresidenzialismo. Non hanno sempre detto, a parole, che si stavano? In ogni caso, ripeto, ci vuole una legge elettorale come quella dei sindaci per cui il giorno dopo le elezioni si sa chi ha vinto e chi ha perso».
Secondo Grillo a questo giro ha perso l’Italia migliore e vinto la peggiore.
«Ai suoi insulti sono abituato, non ho mai voluto polemizzare perché non si vincono le elezioni insultando gli altri ma convincendoli a votare per noi. Io nella mia città ho dimezzato gli assessori, eliminato le auto blu, ridotto le spese passive, messo on line tutte le spese. Chiudendosi nel suo Aventino, per paradosso, Grillo fa il gioco degli altri».
Ovvero quello della sinistra, sindaco?
«Io l’avevo previsto già mesi fa: si spaccheranno molto rapidamente. C’è una parte dei 5Stelle che giustamente vuole ragionare con noi. E proprio le riforme sono il terreno su cui possiamo e dobbiamo sfidare Grillo. Grillo ha chiaramente perso le elezioni. Volevano dimezzare i parlamentari, l’unica cosa che hanno dimezzato sono i loro voti. Però i temi che Grillo pone, dall’abolizione del finanziamento pubblico alla semplificazione istituzionale, non è che siano meno forti di prima. Allora dico: ragazzi, lavoriamo insieme».
Come, in concreto?
«C’è un banco di prova. Esiste la possibilità di superare il bicameralismo perfetto trasformando il Senato in una Camera delle autonomie formata dai sindaci e dai presidenti delle Regioni, senza indennità. E’ una cosa semplice, si fa con una riforma costituzionale. Facciamolo insieme. Volete come noi eliminare il finanziamento pubblico? Firmate la nostra proposta di legge e insieme aboliamo i soldi ai partiti e il Senato. Ai deputati 5Stelle dico: anziché pensar solo agli scontrini, dateci una mano a cambiare le cose sul serio».
Epifani ha commentato il risultato delle amministrative dandone il merito a Bersani. E’ d’accordo?
«Mi sembra un riconoscimento molto signorile. Il punto però non è Bersani, Bersani appartiene alla storia del nostro partito, ora guardiamo al futuro. Il Pd a Roma, come in molte altre città, ha vinto proprio perché ha avuto il coraggio di rinnovarsi. Roma è la Capitale, ci che accade qui va ben oltre gli schemi di un voto locale. Non conosco moltissimo Marino, ma ho apprezzato davvero la sua decisione dimettersi da senatore prima di conoscere l’esito delle elezioni. Un gesto raro, in questa Italia». Serracchiani ha detto a caldo: Marino è andato bene «nonostante» il Pd, anziché grazie al Pd. Condivide?
«Debora ha vinto in Friuli nel momento peggiore del Pd, nel pieno della polemica su Prodi. A Roma è stata tutt’un’altra storia, non stiamo sempre a buttarci giù. Proviamo invece a rovesciare i termini della questione: il Pd per tornare a vincere in Italia ha bisogno di ripartire proprio dai sindaci, dai territori. Per il Campidoglio, tornando allo specifico, si riproduce lo stesso ragionamento che si pose di fronte ai romani qualche anno fa: chi vuole cambiare, oggi vota per Marino; chi vuol mantenere le cose come stanno vota per Alemanno. Punto. Il ballottaggio, per sua stessa natura, non accetta discussioni, filosofie, ragionamenti. Qui o si cambia o si rimane come stiamo. Se Marino vuole sarò al suo fianco in vista del secondo turno, mi deve solo dire la data e io arrivo».
Secondo alcuni, l’alleanza con Sel dev’ essere strategica per il Pd. Secondo lei?
«Roma è un conto, la politica nazionale è altro. Adesso preoccupiamoci di Roma, non carichiamo questa sfida di altri significati, faremmo solo del male a Marino».