Matteo Renzi

Matteo Renzi a Varese fa breccia nei cuori dei leghisti delusi

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Dentro la sala ci sono bimbi in braccio ai genitori, coppie, ragazzi, pensionati e sindaci del territorio. «Metà della gente non la conosco, buon segno», soppesa un dirigente del Pd. «Non succede alle iniziative di partito…». Renzi se ne accorge e dalla tana del centrodestra usa la metafora dei bobbisti giamaicani che vanno alle Olimpiadi solo per partecipare per descrivere lo sconfittismo del centrosinistra: «anche a Roma i nostri vanno ma non sembrano interessati a vincere. E se poi perdono parte un coro bulgaro di piagnistei. Noi invece partecipiamo per vincere…». Non a caso dal palco declina in salsa nordista le tre parole canovaccio del suo giro d’Italia: futuro, Europa e merito. Ad esempio quando parla di infrastrutture: «l’Italia spende più della media Ue per costruirle, in 10 anni 600 miliardi». Solo che «ogni chilometro da noi costa il doppio. Dobbiamo spendere meno ma meglio». Quando denuncia «il patto di stupidità che impedisce ai comuni di pagare i lavori alle tante Pmi». Quando infilza il pregiudizio di certa sinistra verso i padroncini: «piccola impresa uguale potenziale evasore». E ovviamente quando invoca il tema clou: «un taglio delle tasse su imprese e famiglie».

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Mostrando di gradire la maglietta su cui i ragazzi del suo comitato elettorale hanno tradotto in dialetto Lumbard (A l’è ul mument!) lo slogan Adesso!. Un’eresia lessicale finora in monopolio alla Lega, altro tabù infranto da Renzi. «L’ampolla del Dio Po ancora non l’ho capita», ironizza il Rottamatore. «Se a Firenze vedo uno che passa con l’ampolla del Dio Arno, gli faccio un Trattamento Sanitario Obbligatorio». Fuori di battuta, «credo che la Lega abbia urlato per 20 anni contro Roma Ladrona ma poi ha dimostrato di non saper cambiare l’Italia: non riuscendo a fare il federalismo, pulizia e a migliorare la Pa». Per questo è il momento di sfondare al nord «parlando dei problemi della gente. Se non riusciamo a vincere dopo il fallimento del governo Berlusconi-Bossi, non vinceremo più…».

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La platea applaude e segue attenta. Renzi sembra meno emozionale delle prime uscite, entra nel merito delle cose, sforna numeri sulla crisi attento a dare un orizzonte di speranza su un futuro «che non è una discarica bensì uno spazio da riprenderci». Un format inframezzato da brevi clip (Troisi in Non ci resta che piangere, Crozza che imita Renzi, Cetto la Qualunque sull’evasione fiscale, Will Smith sui sogni e Obama sulla bimba morta nella strage di Tucson) che danno tempi televisivi e una veste «pop» al suo intervento.

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L’attualità politica resta sullo sfondo. Sulle primarie Renzi ribadisce «fiducia in Bersani che ha accettato la sfida, le regole non saranno cambiate». Sulla legge elettorale si limita ad una battuta: «I politici a Roma si stanno impegnando per peggiorarla dopo che loro stessi l’hanno definita una porcata». E su Monti riconosce che «il suo governo ci ha ridato prestigio e autorevolezza visto che prima mandavano in Europa Borghezio, Bossi e Calderoli, ma non la speranza. Governare non significa fare la lista della spesa…».

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Quando scende dal palco ci mette venti minuti ad uscire dal teatro. Si ferma a parlare di crisi industriali, firma autografi, sorride ai bambini. In platea ci sono alcuni militanti leghisti delusi. Il sindaco punta a recuperare il voto padano. «La Lega ha tradito la loro fiducia», sibila. «Li facciamo andare a ingrossare le fila degli astenuti o cerchiamo di portarli con noi»? Poi una telefonata al sindaco maroniano di Varese, Fontana, e via verso Monza, Bergamo e Brescia, altre tappe sold out in un fortino forzaleghista che vacilla come non mai.