Matteo Renzi

Per ora c’è solo Renzi ed ecco perché il suo “format” nel Pd spopola

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Per ora c’è solo Renzi ed ecco perché il suo “format” nel Pd spopola
di Federico Mello su Pubblico Giornale

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pubblico giornaleNella hall, il deserto: neanche qualche giornalista ancora attaccato al telefono. Dentro, una folla stipata, quasi 1500 persone al buio, con gli occhi fissi su un palco illuminato a giorno. Al centro, lui, in piedi, con cravatta ma senza giacca, spesso una mano in tasca e nell’altra il microfono, ammaliante e spaccone come fosse un Elvis Presley. Dietro, due enormi parallelepipedi rossi e blu che dicono: “Matteo2012” e ribadiscono: “Adesso!”.
Il presentatore, o meglio, il candidato, parla a braccio, ma è evidente che ha in testa un canovaccio chiaro da modellare, adattare e rendere aderente ai desideri dei spettatori assiepati. Quella che va in scena è l’ennesima puntata di un format televisivo di successo. Un format che, come l’ultima serie da scaricare su Internet, è pronta a diventare tormentone.

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Il cuore del format sono i video che con regia puntuale partono da un megaschermo alle sue spalle.\nSi comincia con la “sigla”, quella firmata dal regista Fausto Brizzi, lo stesso di “Notte prima degli esami”. Si vedono Gorbaciov, Bill Gates, Reagan, Steve Jobs, il Papa. Un Pantheon, non al quale votarsi, ma da rottamare: «Questi sono tutti coloro che hanno fatto la storia negli ultimi 25 anni, ora noi dobbiamo costruire il Pan- theon per gli anni a venire». Le idee enunciate numerose, indicano scenari più che proposte.

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C’è la centralità dell’istruzione, i fondi europei usati male, l’evasione da debellare. Ma sono due i tasti che, appena schiacciati, alla platea fanno scaldare più le mani. Il partito, innanzitutto, da rivoltare come un calzino. E i costi della politica: sul dimezzamento dei parlamentare cade giù l’auditorium. In mezzo, continuano i video – gli “Rvm” si direbbe se fossimo dalla De Filippi. Per l’evasione fiscale parla il Cetto La Qualunque di Albanese; per la corsa alle primarie, “La ricerca della felicità” di Muccino («Non permettere a nessuno di dire che non puoi raggiungere un traguardo»). Quindi, il gran finale. Sullo schermo compare Obama, è il suo discorso a Tucson dopo la strage nella quale venne uccisa anche Christina Taylor Green, nove anni, nata l’11 settembre 2001. Compito dell’America, dice Obama, è dare vita alle speranze di Christina. Ma mentre parla il presidente americano, con Renzi là davanti, allo spettatore sembra di assistere ad un endorse- ment a distanza, quasi una fusione, come se l’Obama-Yoda fosse lì a benedire Matteo- SkyWalker («Renzi dentro grande forza ha»). Eppure un ultimo tassello va inserito in scaletta per chiudere il racconto del renzismo. Ed è proprio il post-show, quando la platea si svuota e i più vanno a ricercare i loro scooter incatenati in mezzo agli altri. Renzi non va via per quasi un’ora. Non ha intorno cordoni di protezione. Non guardie del corpo o assistenti in tacco dodici. Parla con tutti, ha una battuta per ciascuno, anche una pattuglia che denuncia con scritta nera su maglietta bianca di essere “esodati”.

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Perché, alla fine, ciò che ha decretato la “presa di Roma” del sindaco di Firenze, e che ogni giorno che passa lo rilancia come candidato possibile per la vittoria alle primarie (e magari alle politiche), è che Matteo, “c’è”: il format è costruito intorno a lui e non il contrario. Il sindaco che dall’inizio del mandato va nelle scuole di Firenze tutte le settimane; quello che su Twitter e Facebook risponde in prima persona; quello che è partito in tour mentre ancora nulla si sa della campagna di Bersani, è l’unico nel panorama italiana che può permettersi, per esempio, di parlare di tagli della politica: la sua storia ancora è da scrivere. La politica di oggi, e ancora di più la contesa delle primarie, si gioca sulle biografie. Lo insegnano Vendola, De Magistris, Zedda a Cagliari. Lo insegna, su tutti, Obama.
La storia di un “underdog”, di uno svantaggiato dato per sconfitto che ci crede fino alla vittoria inaspettata, è la trama più avvincente che qualsiasi format possa mettere oggi in scena. Renzi se l’è “rischiata”. Bersani, Bindi, D’Alema, Veltroni, Rutelli, tutto il “cerchio barnum” del Pd, non ha più promesse da fare perché non ha più biografie da raccontare. Quindi Matteo, alla fine, piace. Anche se, che ci arrivi in scooter o in camper, la strada che porta a Palazzo Chigi è ancora tutta da percorrere.

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di Federico Mello su Pubblico Giornale

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