Matteo Renzi

Perché Adesso tocca a noi

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fotoilLe ragioni, le idee e il senso di una sfida italiana
di MATTEO RENZI

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da IL del Sole 24 Ore

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Niccolò avrà vent’anni tra vent’anni. Niccolò nascerà in una giornata probabilmente fredda di fine novembre. Niccolò era atteso da molto tempo. Sua mamma, Sara, è un’architetta. Non lavora granché, in questo periodo. C’è la crisi dell’edilizia, si sa. E poi comunque lo studio non ha ingranato. Quante discussioni dopo la laurea su come mettere a frutto quel lungo periodo di studio. Ma oggi è in arrivo il piccolo e Sara è concentrata soltanto su quello. Come tutta la sua famiglia, del resto. Ha 33 anni, Sara. E’ figlia unica, con le nonne acciaccate, ma ancora lucide e i genitori apprensivi e disponibili. Sono tutti per lei e il parto riempie le loro giornate di sereni e attivi pensionati del settore pubblico. L’Onu dice che tra qualche lustro arriverà il momento in cui ci saranno più nonni che nipoti. In tante parti d’Italia è già così. E questo paradossalmente dà serenità anche ad Andrea, il papà di Niccolò. Che con la sua laurea in Scienze politiche ha fatto un sacco di lavoretti. Niente di eccezionale, s’intende. Un’onesta esistenza da centrocampista di fatica, con i suoi sprazzi e le sue difficoltà. Oggi se la cava in un’azienda che ancora tira perché lavora con l’export. Non c’entra niente con quello che ha studiato, sia chiaro. Ma almeno il lavoro c’è. Anzi, cresce. Perché nonostante la crisi molte aziende funzionano anche se i giornali non ne parlano: continuano a esportare i prodotti italiani, nonostante la politica italiana. Il mondo ha fame di bellezza e di qualità. E gli italiani, che sono solo lo 0, 89%% della popolazione mondiale, hanno questi prodotti in abbondanza, dalla cultura all’agroalimentare, dal manifatturiero al turistico. Non hanno mai saputo raccontare se stessi come una comunità orgogliosa e capace. Ma gli italiani sono qualcosa di più di un indistinto insieme di codici fiscali: sono un popolo che deve soltanto ritrovare la dignità della propria vocazione. Niccolò nascerà mentre l’Italia andrà a votare per le primarie del centrosinistra. Si metteranno in coda ai seggi delle parrocchie e delle case del popolo, delle palestre e dei circoli ricreativi, tre milioni di persone. In attesa dello scrutinio, quella domenica pomeriggio, tanti burocrati del partito si affretteranno a esultare per «la grande partecipazione democratica, risposta alla crisi della politica, affermazione della giusta intuizione di fare le primarie». Li riconoscerete. Sono proprio gli stessi che fino al mese prima hanno brigato in tutti i modi leciti possibile per ridurre la partecipazione, alzare la soglia d’accesso, impedire l’afflusso ai gazebo. Sono quelli che adesso lanciano agenzie in pubblico e lanciano insulti in privato. Perché le primarie sono il loro grande nemico: tolgono il diritto di selezione della classe dirigente agli apparati, restituendo un minimo di ruolo – e dunque di speranza – ai cittadini.

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Le primarie di novembre sono state caratterizzate da una simpatica contraddizione, che Sara e Andrea ovviamente ignorano. Come la stragrande maggioranza dei cittadini. Il gruppo dirigente del centrosinistra ha fatto di tutto per aumentare il numero dei candidati e per diminuire il numero degli elettori. Difficile capire la logica. Forse la paura di una sorpresa nelle urne? Forse. Ma questo non è il tempo della paura. E’ finito il tempo della paura. Se continuiamo ad abitare le nostre inquietudini, l’Italia diventerà un Paese depresso, non solo a livello economico, quanto nell’anima. Perché -checché ne dicano i tecnici abituati a ragionare con le slide, checché ne pensino i professionisti della burocrazia – un Paese è qualcosa di più del suo Documento di programmazione economica e finanziaria. Ha un’anima, l’Italia. E non vuole perderla. E non può permettersi di perderla, se vuole offrire a Niccolò un futuro. Già, perché quello che sembra mancare oggi a Niccolò è proprio il futuro. Ha tutto, quel piccolo scrigno di stupore che sta venendo al mondo: ha l’affetto dei suoi cari, ha una casa, ha una culla e sono già pronti per lui giochini in abbondanza, non ha difficoltà economiche. Ma la crisi economica che l’Occidente sta attraversando si abbatte su di lui nella forma più subdola: il domani si manifesta a lui come minaccia. Il futuro non è più quello di una volta, ripetono i suoi nonni. Con un atteggiamento culturale rassegnato e cinico, ricordano che beh, sì, quando eravamo giovani noi. E i suoi genitori non reagiscono come potrebbero. E forse dovrebbero. Sono subalterni alla cultura e alla generazione post sessantottina che vuole ritagliata soltanto per sé l’idea di essere stati la meglio gioventù. Se solo volessero Sara e Andrea potrebbero farsi sotto. Potrebbero raccontare come i nati negli anni ’70-’80 stiano cambiando il mondo. Di come la rivoluzione tecnologica e informatica stia cambiando per sempre l’economia, la sociologia, la cultura. In una parola la civiltà del mondo -piatto- che viviamo. Ma Sara e Andrea non sentono il morso dell’appartenenza a una generazione. Vivono piuttosto slegati dai propri coetanei. E lasciano che la narrazione della stagione che viviamo sia affidata ai ricordi, più spesso ai rimpianti, della generazione dei padri. Del resto, diciamo la verità: tutti i posti di responsabilità o quasi -in Italia- sono saldamente in mano a quella generazione lì. Difficile immaginare un racconto alternativo convincente quando tutte le volte che c’è un’opportunità, gli under 40 si ritraggono, si tirano indietro, si guardano la punta delle scarpe.

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Niccolò ha molti motivi per temere il futuro. Grazie alla disgraziata mancanza di visione dei suoi leader, il suo Paese gli consegna, assieme al certificato di nascita, un debito pubblico procapite di quasi 33 mila euro. Che alla fine fa il 123 per cento del Pil. Detta in un altro modo: gli italiani pagano per gli interessi sul debito quasi 80 miliardi di euro. Ben più di quanto facciano sulle spese per l’educazione o per il welfare (circa 60 miliardi di euro in entrambi i settori). Nasce nel Paese che più di ogni altro ha dato genialità al mondo, il fortunato Niccolò. Ma nasce anche nel Paese che oggi spende più per le colpe dei padri che non per l’educazione dei figli o per l’assistenza dei nonni. Non mi candido perché voglio cambiare palazzo. Io mi candido per parlare a Niccolò. Che ovviamente non mi voterà, come forse non mi voterà la sua famiglia, troppo impegnata all’ospedale nei giorni di festa per seguire l’ennesima discussione interna di quelli là, dei politici. Ma io mi candido per parlare a Niccolò. Per dirgli che vogliamo immaginare per lui un futuro che non sia una continua emergenza, una continua minaccia, una continua paura. Per raccontargli che potrà andare in giro per il pianeta – orgoglioso cittadino del mondo, come tutti i suoi coetanei – portando l’imprinting di un patriottismo dolce, che non derivi solo da Leonardo o Michelangelo, dall’Impero Romano o dal Rinascimento, ma che sia profondamente inserito nella quotidianità. Vinceremo la nostra sfida se Niccolò potrà essere orgoglioso di appartenere all’Italia di oggi e non solo di ricordare il passato o i luoghi comuni della nostra tradizione. E’ per questo che parliamo di rottamazione e che vogliamo mandare a casa chi ha governato – e anche chi ha fatto opposizione – in questi anni. Ci hanno trascinato in un tunnel di cinismo e oggi si presentano come quelli che vogliono tirarci fuori di lì. Camaleonti della politica, non si rendono conto che quando i cittadini chiedono facce nuove non li capiscono. Pensano che possa bastare un chirurgo estetico, quando qui serve uno tsunami politico. Certo, la supplenza del professor Monti è stata una bella occasione per rifarsi il trucco. Ha riportato credibilità e autorevolezza, ovvio: ma dopo la performance del Governo precedente, del resto, non era un’impresa impossibile. Ma adesso, in attesa di sistemare Mario Monti in qualche prestigiosa casella istituzionale, sentono che tocca a loro. Io li capisco. Li combatto a viso aperto, provo a sconfiggerli, cerco di pensionarli, sia chiaro. Ma li capisco. Perché loro sentono questo momento come il loro momento. Sono come quel centravanti che dopo una partita giocata tutta in difesa, si trova improvvisamente lanciato a rete, senza difensori davanti. Vede il portiere, sente la porta, annusa il goal. Ma c’è un problema. Il difensore non è andato a prendere il caffè: il difensore è salito al momento giusto. E quel centravanti che da tutta la partita aspettava la palla goal è drammaticamente, terribilmente, definitivamente in fuorigioco. Quando si alza la bandierina il centravanti è talmente concentrato che non si rende conto che stanno parlando di lui: continua a correre verso la porta. Ma è in fuorigioco, non ce n’è.

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Questo non è il loro momento. Questo non è più il loro momento. Tocca ad altri, tocca a noi. Adesso! Può darsi che noi stiamo sbagliando e che gli italiani preferiscano il sistema dell’usato sicuro alla nostra proposta -genuina e forse persino ingenua- della rottamazione. Nel caso, accetterò di buon grado la sconfitta. Non chiederò premi di consolazione. Non farò quello che fanno tutti dopo aver perso le primarie: cercarsi un premio di consolazione, farsi comprare con un incarico. Ricordate la foto di gruppo delle primarie di Romano Prodi del 2005? Folla impressionante ai seggi e grande confronto democratico. Vince Prodi e perdono i Bertinotti, che diventa presidente della Camera. Vince Prodi e perdono i Mastella, i Pecoraro Scanio e i Di Pietro, che per premio diventano ministri. Vince Prodi, ma alla fine perde il centrosinistra che non si mette d’accordo su nulla. E infatti dopo tante suggestioni, il Governo dura lo spazio di un mattino, aprendo la strada al ritorno di Silvio Berlusconi. Simpatico, no? Molti di quelli che si sono riempiti la bocca di antiberlusconismo in questi anni sono stati tra i principali sostenitori -più o meno inconsapevoli -del Cavaliere, contribuendo a riportarlo in auge quando sembrava definitivamente sconfitto. Però ancora oggi ci danno lezioni su cosa sia la vera sinistra dal pulpito della loro ideologia, delle loro certezze, delle loro verità. Mentre decido di candidarmi mi ripeto allo specchio: se perdi, niente Parlamento, niente Governo, niente indennità, niente vitalizio. Se perdi rimani dove sei, finché i fiorentini ti vorranno. E se non ti vorranno neanche loro proverai l’ebbrezza di tornare a lavorare nel privato: non è così drammatico, lo fanno ogni giorno altri milioni di italiani come te. Ma se vinciamo, caro Niccolò, proveremo a costruire un’Italia all’altezza dei tuoi sogni. Un’Italia che vada orgogliosa di quella bellezza che forse non salverà il mondo ma certo potrà creare posti di lavoro e occasioni di identità. Un’Italia che respiri ambiente, dicendo basta al consumo selvaggio di suolo e recuperando i milioni di metri cubi abbandonati a partire da quell’autentica vergogna che sono le caserme abbandonate o sottoutilizzate nel centro delle città. Un’Italia in cui il tasso di occupazione femminile sia più vicino alla Scandinavia che al Medio Oriente, in cui il tasso di bambini all’asilo nido raggiunga i cugini francesi, in cui la politica non abbia bisogna di quote rosa perché è già sufficientemente colorata. Un’Italia in cui le aziende spendano in ricerca e in cui la scuola non abbia paura del merito, superando la cultura dell’egualitarismo che tanti danni ha fatto alla cultura dell’eguaglianza. Un’Italia in cui il lavoro non sia tassato tre volte di più della rendita finanziaria, in cui non ci siano dodici riviste specializzate in diritto del lavoro ma poche norme, chiare e traducibili in inglese. Un’Italia fondata sul lavoro e non affondata sulla rendita di chi gode di mille garanzie mentre il precario di vent’anni o il licenziato di cinquant’anni sono costretti ai margini della rappresentanza, fantasmi per i sindacati e per i partiti. Un’Italia in cui chi ha di più possa dare di più, certo. Ma soprattutto un’Italia in cui inizi a dare chi non ha mai dato vivendo da parassita grazie alla complicità vergognosa di un sistema fiscale talmente complicato da far acqua da tutte le parti. Un’Italia in cui il benessere non sia solo il metro di giudizio del proprio patrimonio economico, ma un modo di stare al mondo, di relazionarsi con gli altri, di vivere la qualità della vita indipendentemente dal conto corrente in banca: un modo di stare bene con sé e con gli altri dentro una società sempre più malata di stress e di tensioni. Un’Italia che segni la superiorità morale non della sinistra sulla destra, come vorrebbero certi radicai-chic che hanno distrutto le nostre speranze, ma la superiorità morale dell’altruismo sull’egoismo. Un’Italia in cui la comunità si senta solida perché solidale, investendo su forme innovative di welfare basate sulla sussidiarietà e sulla relazione umana. Ma anche un’Italia che non nasconda la parola merito, insabbiandola nei corporativismi e nelle rendite di posizione di chi pensa che compito dello Stato sia far arrivare tutti allo stesso punto: compito dello Stato è far partire tutti dallo stesso punto, senza dimenticare chi resta indietro ma senza tarpare le ali a chi vorrebbe fare di più. Un’Italia che taglia le Province, ridimensiona le Regioni ma valorizza i Comuni che sono il luogo in cui il cittadino dà del tu alle istituzioni, e non intende smettere di farlo. Ci dicono che questa Italia, la nostra Italia, non sarebbe autorevole in Europa. Non sarebbe credibile. Farebbe ridere la Merkel. Poco importa se quelli che lo dicono sono gli stessi che quando tornavano dai vertici internazionali facevano piangere gli italiani. Ti screditano perché non hai l’età. E quando lo dicono loro pensano a Gigliola Cinguetti mentre noi pensiamo a Tony Blair. E’ stata la fortuna del New Labour la polemica dei conservatori: non affidate a un ragazzino il lavoro di un uomo. Si è visto come è andata a finire. Magari succedesse la stessa cosa dalle nostre parti. Ma prendiamo sul serio la critica. Davvero questa Italia non avrebbe cittadinanza in Europa? Davvero questa Italia che finalmente cambia se stessa non sarebbe un punto di riferimento? Difficile affermarlo. Ma la nostra Italia saprebbe innanzitutto rovesciare l’atteggiamento. Smettere di ascoltare ciò che dice l’Europa e iniziare a dire qualcosa all’Europa. Noi siamo italiani, dunque abbiamo il dovere di farci sentire.
Non siamo un paesucolo alla periferia dell’impero: siamo il cuore del Mediterraneo, i fondatori dell’Europa, contribuenti attivi del bilancio comunitario. E allora vogliamo dirlo sui tetti che abbiamo il desiderio di realizzare gli Stati Uniti d’Europa, con l’elezione diretta dei politici, con le istituzioni più al servizio delle famiglie europee che non delle banche mondiali, con un servizio civile europeo che restituisca un senso d’identità nuova a una generazione cui l’Erasmus non basta più. Ma mentre lo diciamo sappiamo che dobbiamo cambiare innanzitutto nel modo di spendere i denari europei. Perché il grande ideale ha un senso solo se viene concretizzato nella dinamica di tutti i giorni. Altrimenti è pura retorica, astratta dialettica. Ma non è politica. Nella programmazione di sei anni l’Italia ha un budget di poco meno di cento miliardi di euro. Non li spende tutti, purtroppo. E li spende male. Il Governo assicura che i denari siano investiti in quasi cinquecentomila progetti diversi. Una follia. Un infinito elenco di richieste dal territorio senza la capacità di stabilire priorità e progetti precisi. L’esempio più emblematico è la formazione professionale, troppo spesso finalizzata a pagare i formatori più che a formare i bisognosi. Ma pensandoci bene, noi non lo facciamo per te, caro Niccolò. Lo facciamo per noi. Che ci meritiamo qualcosa di più degli scandali quotidiani di questo periodo. Lo facciamo per guardarci allo specchio senza vergognarci. Per non dirci che quando è arrivato il nostro momento non ci abbiamo provato. Per non avere rimpianti. Lo facciamo perché non siamo soli. Per la prima volta nella storia della politica italiana un’esperienza che può scardinare il sistema si muove dentro la politica – e non fuori, in un’aula di tribunale o in un’azienda che si fa partito – ma si muove dal basso. Ci stiamo provando, con un’organizzazione totalmente innovativa. Dovresti vedere le facce dei volontari che stanno costituendo e animando comitati spontanei, che discutono su internet del programma, che parlano continuamente del tuo futuro. Hanno un entusiasmo e una passione che i politici di professione hanno perso da tempo. E la piattaforma internet www.matteorenzi.it non è più il sito di un candidato ma lo spazio di una comunità che avverte il fascino della sfida. Spostatevi, per favore. E lasciate passare l’Italia che è viva. Quella di chi vi contagia con il suo coraggio. Quella di chi non ha paura. Quella di chi ci crede. Quella di chi ci prova anche quando gli suggeriscono che sarebbe più prudente non rischiare. Quella di chi vi chiede di spostarvi, per favore. Perché adesso tocca a noi. In attesa che sia Niccolò e la sua generazione a rottamarci prima possibile ?

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