Matteo Renzi

Perché Renzi raccoglie consensi?

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“Ecco perché Renzi raccoglie consensi”

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di ANGELO BENESSIA su La Stampa

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lastampaChiediamoci perché il «rottamatore» fiorentino, con la sua verve dissacratrice, sembra crescere in popolarità. Non appaga la risposta secondo la quale la chiave starebbe nella disputa, francamente stucchevole, fra i giovani da promuovere e gli anziani che non vogliono cedere il passo.
Neppure può dirsi che soddisfi la semplice esigenza di un ricambio elettorale, anche perché la seconda repubblica è iniziata, a ben vedere, con una grande capacità di mettere in luce nuovi esponenti politici, a cominciare dall’ex capo del governo, i quali hanno segnato il ventennio scorso. Il fatto è che la scelta di quel ceto politico si è rivelata assai infelice, e anzi proprio il tessuto amministrativo più vicino alla popolazione, quello dei grandi enti locali, ha ben presto rivelato che il nuovo è nato vecchio. E che alla fine della giornata i padroni di casa, cioè gli amministrati, hanno scoperto che stava sparendo l’argenteria.

Da qui la nascita di un increscioso quanto diffuso sentimento di ribellione contro la politica e i «politicanti»: sia verso quelli che hanno governato, perché hanno tradito le attese di rinnovamento di chi li aveva votati; sia verso quelli dell’opposizione perché, in tanti anni, non hanno saputo offrire un progetto alternativo in grado di imporsi.

Accade così che la stessa espressione «rottamazione» evochi in molti non solo l’idea del necessario turnaround, ma soprattutto quella della sostituzione in blocco di una classe politica che, nel suo complesso, ha fallito il mandato di modernizzare il Paese. Al punto che, per la prima volta – e che si sappia anche l’unica –, si è dato in Italia il caso di un governo che ha dovuto dimettersi sull’onda non già della spinta dell’opposizione, ma del discredito che lo aveva escluso dal contesto decisorio internazionale.

Non è quindi il mantra «largo ai giovani» a spiegare i vasti favori di cui gode il Sindaco di Firenze, ma il dichiarato proposito di rinnovare profondamente il gruppo dirigente del suo partito, lasciando a casa gli oligarchi. Non perché vecchi, ma perché invecchiati vanamente nelle stanze del potere mentre il sistema Italia accumulava in ogni campo ritardi paurosi. E siccome la ricetta è universale, fatalmente essa riscuote simpatie anche presso la destra, afflitta dall’incapacità di offrire un credibile progetto di ricostruzione senza il suo leader carismatico.

Secondo Vilfredo Pareto, cui si deve l’elaborazione più compiuta della teoria della circolazione delle élites, la società romana del tardo Impero era andata decadendo al punto che «in Occidente l’invasione barbarica venne a spezzare questa società irrigidita alla quale, coll’anarchia, recò pure qualche scioltezza e libertà». Mentre nell’Impero romano d’Oriente ove «seguitò lo stato irrigidito che era stato spezzato in quello di Occidente», poteva accadere che un famoso lenone «dopo avere trascorso la gioventù in sì bel negozio» volesse in età matura ottenere dall’Imperatore un comando nell’esercito, riuscendoci grazie ai favori, diremmo oggi, di due lobbisti «che paiono essere stati del pari poco di buono». Sicché, «con simili modi di costituire la classe governante» era fatale che si perdessero prima le provincie dell’Impero e poi la stessa capitale.

Fra i lenoni che non mancano, e le persistenti rigidità che si frappongono a ogni prova di incisivo rinnovamento, abbiamo l’impressione che ci vorrà ben altro che il povero Renzi, pur armato di buone intenzioni, a provocare l’indispensabile ricambio delle élites politiche di paretiana memoria. Sapendo che se alla fine, con il concorso di tutti, non ce la facessimo, ci attenderebbe la magra prospettiva delle invasioni barbariche.

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di ANGELO BENESSIA su La Stampa