Matteo Renzi

Primarie col trucco

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ilfoglioPerché Renzi fa bene a insorgere contro i caveat dei soliti oligarchi.

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Fa bene Matteo Renzi a insorgere contro la bozza di regolamento per le primarie ufficializzata ieri dagli apparatchik del Partito democratico, in vista dell’assemblea nazionale che sabato prossimo sarà chiamata a discuterla e vidimarla. A prescindere dal giudizio di valore sui candidati alla premiership di centrosinistra, c’è poco da cincischiare: l’inserimento delle nuove regole d’ingaggio (doppio turno, albo degli elettori e patto di coalizione) appare come un mezzuccio destinato a ostacolare la galoppata del sindaco di Firenze contro il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani.

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Un espediente che, a ben vedere, getta un’ombra fosca sulle primarie del passato, quelle che hanno incoronato Prodi, Veltroni e lo stesso Bersani, denudandone la vocazione consociativa fondata sul malcelato criterio della cooptazione (in poche parole: una competizione cucita sulle misure del vincitore predestinato da un accordo di nomenclatura). I nuovi caveat contro i quali Renzi rivolge la sua legittima preoccupazione sono rivestiti di candore democratico ma, non appena si gratti sulla superficie del regolamento, ecco spuntare la ruggine dell’imbroglio arrangiato ad arte. Proprio nel momento in cui si dichiara la premiership del centrosinistra come un traguardo apertamente contendibile, in una logica di coalizione centrata sulla concorrenza di idee, storie e latitudini politiche così variegate (da Tabacci a Vendola), il tentativo di pilotare burocraticamente l’esito delle primarie le immiserisce, e tradisce una volontà di autoperpetuazione della solita oligarchia.

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