Matteo Renzi

Psicodramma democratico

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corrieredellaseradi ANTONIO POLITO

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Al Pd non potrebbe andar meglio. E’ costantemente in testa nei sondaggi da un anno; il suo principale avversario è a pezzi; è l’unico partito ad avere non uno ma due potenziali candidati premier. Tutto fa presumere che possa vincere le prossime elezioni. Eppure i democratici sembrano in preda a una crisi di nervi. Le correnti sono in guerra; l’assemblea nazionale che si riunisce oggi è così temuta che già Rosy Bindi emana circolari disciplinari; si aggira addirittura lo spettro della scissione, evocato da Walter Veltroni. Perché? La causa scatenante di questo psicodramma sono le primarie. Stavolta sono vere, nel senso che c’è uno sfidante indisciplinato che non si accontenta di arrivare secondo e passare all’incasso. La reazione degli oligarchi, quelli che perdono il loro status se la lotta politica esce dalle stanze fumose per andare all’aperto, è stata furibonda. Da loro viene la spinta per imporre un regolamento che faccia fuori Renzi.

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Ma l’unico modo sarebbe fissare norme che rendano più difficile la partecipazione popolare al voto, inventando filtri, check-point, preregistrazioni, divieti. Un vero controsenso per un partito che fa le primarie innanzitutto per incontrare i suoi elettori; quelli di sempre e, si spera, quelli che vuole conquistare. Secondo alcuni analisti, infatti, la sfida di Renzi sta allargando il bacino di voti potenziali, avvicinando cittadini che fino a ieri non consideravano il Pd un’opzione. Vedremo oggi se Bersani fermerà la mano di chi preferirebbe buttare il bambino fiorentino e tenersi l’acqua sporca, e se firmerà un compromesso accettabile anche per lo sfidante. D’altra parte è già singolare che le regole siano decise a partita cominciata da tempo. Senza contare che andranno poi sottoposte al placet di Vendola, il concorrente esterno. E senza contare che tutto questo ambaradan potrebbe rivelarsi puramente virtuale se, come è probabile, la prossima legge elettorale svuoterà di senso la candidatura alla premiership, restituendo al Parlamento la scelta dopo il voto. C’è però una ragione più profonda, e più politica, dietro tanta tensione. E la ragione è che, di nuovo, il Pd sembra un partito in fuga dal suo passato. La festa per la nascita del governo Monti, che mandava a casa l’avversario di sempre e portava i democratici nella maggioranza, sembra ormai lontana anni luce. Da tempo il Pd si sta preparando in tutti i modi a una campagna elettorale di opposizione. Si moltiplicano i dirigenti che cercano fortuna sparando contro il governo che sostengono. L’Unità tenta una mobilitazione a sinistra con il più astruso dei pretesti, quella Tobin Tax che, se realizzata solo in una parte del continente, allontanerebbe ancor più i capitali dal nostro Paese. Ma fare una campagna elettorale di opposizione dopo un anno in maggioranza è schizofrenico, dunque pericoloso per sé e per gli altri.Il Pd, che potrebbe rivendicare con orgoglio di aver partecipato da protagonista allo sforzo per salvare l’Italia, sembra vergognarsene. Invece di prendersi il merito della popolarità di Monti in Europa, si accredita come chi lo manderà a casa dopo il voto. Rischiando così, nella migliore delle ipotesi, di consegnarsi alla contraddizione di sempre: dover poi agire, una volta al governo, a dispetto dei propri elettori, illusi e subito delusi, e dunque ben presto smarriti.

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