Matteo Renzi

Renzi al contrattacco: Veltroni non sarà l’unico

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messaggerodi ETTORE COLOMBO

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Matteo Renzi non intende fermarsi sulla strada della rottamazione. Quella dei massimi dirigenti del Pd, che poi è il suo cavallo di battaglia in vista delle primarie. Veltroni annuncia pubblicamente che non si ricandida? «Bene la scelta di Walter», commenta il sindaco di Firenze dalla sua pagina Facebook (che contava, a ieri sera, 167.586 Mi piace e 30.731 amici). Non basta. «Sono sicuro che Veltroni non sarà l’unico a fare questo passo». Renzi è a conoscenza di nuove rinunce? No, pare, ma è convinto che la lista degli auto-rottamandi sta per allungarsi a vista d’occhio ( “il vento non lo fermi con le mani”, ripete anche in questo caso) e ne è più che felice. «Sto vincendo, io e i miei principi», ribadisce ai suoi.

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No comment, invece, per il suo nemico pubblico numero uno, quel Massimo D’Alema nei cui confronti ha messo in piedi una micidiale campagna di pubblicità negativa. In ogni piazza che tocca nel suo tour per l’Italia, Renzi fa vedere un video con D’Alema che lo attacca, poi si rivolge al pubblico e grida: «Se vinco io, al massimo finisce la carriera politica di D’Alema» (seguono, di solito, scroscianti applausi, a volte boati). Di una cosa è convinto, Renzi: se vince le primarie, il limite dei tre mandati (15 anni) fissato nello statuto del Pd sarà rispettato in modo rigido (e, comunque, «cambieremmo tutto, anche se poi, certo, il segretario resterebbe Bersani», dicono i renziani), ma anche se vincesse l’attuale segretario nulla sarà più come prima, per i Renzi boys. «Perché “sottolineano” già oggi si vede quanto Pier Luigi, incalzato da Matteo, è stato costretto a cambiare (niente big sul palco, solo ragazzi intorno) e né D’Alema né Bindi si sentono rassicurati dal segretario».

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Resta un particolare, vincere le primarie. Il tour per le 108 province d’Italia del candidato ha raggiunto i due terzi del percorso (10 mila i chilometri macinati dal camper, 70 mila le persone incontrate): ogni tappa, giurano i suoi e recitano le pagine Facebook e Twitter ufficiali, «pienoni eccezionali, bagni di folla, successi impensati». «Venerdì scorso-racconta entusiasta Renzi stesso su Facebook – a Udine c’erano più persone fuori che dentro il teatro. A Pordenone il palazzetto è pieno». «A Salerno -puntualizza il suo numero due Roberto Reggi – abbiamo fatto il doppio della gente chiamata a raccolta dal potente sindaco De Luca per portarle da Bersani». La litania dei numeri potrebbe continuare all’infinito: 800 comitati in tutt’Italia, 80 mila euro di contributi raccolti da singoli cittadini e tutti rendicontati sul sito e, soprattutto, ragazzi e ragazze («Mica del Pdl, ma del Pd e pure di Sel, spiegano) che arrivano a frotte.

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Poi, però, ci sono anche altri numeri, quelli stabiliti dall’Assemblea nazionale del Pd, per potersi candidare: 96 firme su mille delegati oppure il 3% degli iscritti (18 mila). Qui Reggi si fa preciso e, insieme, polemico: «Abbiamo oltre cento firme di delegati e il doppio delle firme (36 mila, ndr.) già raccolte. Visto, però, che il Pd ci ha dato solo tre giorni per spulciare gli elenchi degli iscritti, faremo così: daremo noi al Pd le nostre e starà a loro controllare se sono in regola». Ma non è finita: i candidati devono raccogliere 20 mila firme tra tutti gli italiani entro il 25 ottobre «e mancano ancora modalità e certificazione», sottolinea Reggi, che però è «più che tranquillo». Con una chiosa: «Il Pd fa di tutto per limitare la partecipazione e Bersani avalla».

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“Il Messaggero”, 16 ottobre 2012

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