Matteo Renzi

Renzi: “Di Pietro va rottamato”

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Se vincesse le primarie, se fosse per lui insomma, Tonino Di Pietro andrebbe «rottamato come tutti gli altri» e Vendola potrebbe stare in coalizione solo con precise garanzie. Se arrivasse secondo o terzo, invece, rimarrebbe a Firenze, «senza andare a fare il capogruppo o il vicepresidente della Camera come altri», leggi Bindi e Franceschini.

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Matteo Renzi spara a zero sulla nomenklatura del Pd e traccia un solco su tre temi chiave che lo dividono a suo dire da Bersani; e per quel che riguarda Monti, «deve arrivare al marzo 2013 e poi dare spazio a chi ha idee per il futuro dell’Italia, ma se vuole fare il leader si deve candidare. Perché questo schema che si va alle elezioni divisi e qualunque sia il risultato poi arriva Monti, serve solo a garantire una classe dirigente che immagina questo passaggio come il proprio ultimo giro di giostra».

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La prima domanda è d’obbligo: lei crede all’ipotesi di un voto anticipato di cui si parla in queste ore?

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«Sinceramente no. La crisi inizia e finisce, qui invece non si vede la fine. E la politica deve capire che bisogna prenderla come un’opportunità per riscrivere le regole del gioco. Insomma, questo è il tempo della politica, non di una scorciatoia elettorale come giochino per evitare i problemi e tutelare una classe dirigente. Il punto dunque non è il dopo-Monti, ma cosa si fa subito».

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Se si votasse in autunno, le primarie vanno in soffitta?

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«Ecco, le primarie servono a dimostrare se chi si candida ha delle idee per risolvere i problemi oppure no. Non mi convince la tesi che se lo spread va giù è merito dei tecnici, se invece va su è colpa dell’incertezza della politica o dell’incognita elezioni. Le elezioni sono la salvaguardia democratica, il problema è se hai il coraggio di presentare progetti per calmare i mercati e coinvolgere i cittadini».

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Indichi tre differenze sostanziali tra lei e il segretario del Pd.

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«Primo, io dico che bisogna rivoluzionare radicalmente la burocrazia, il che non significa licenziare i dipendenti pubblici, ma rendere più efficiente la macchina pubblica e semplificare le procedure anche per riuscire ad attirare i finanziamenti stranieri. I fondi americani o inglesi non comprano una caserma se poi per trasformarla in un albergo servono tre anni. Secondo, il Pd non deve essere il partito delle tasse. Il nostro sistema di lotta all’evasione non convince: se vuoi recuperare gettito, non metti la gente fuori dai negozi, assumi dieci hacker – è una provocazione, ovvio – e vai a controllare i conti incrociando i dati. Terzo, il discorso generazionale: quello che potevano fare i Bersani i D’Alema, le Bindi, i Veltroni, i Marini, l’hanno già fatto. Ora tocca ad altri perché loro hanno dimostrato di non saper realizzare ciò di cui c’era bisogno. Insomma sarebbe ben strano se alle urne si presentassero Bersani e Berlusconi che stanno lì da 20 anni».

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Veniamo ai contenuti: ad esempio, lei metterebbe una patrimoniale sulle rendite finanziarie per abbattere il debito? Cosa ne farebbe dell’Imu? Legge per le unioni gay, sì o no?

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«Non si abbatte il debito con una patrimoniale. Aumentare la tassazione sulle rendite sì, ma senza toccare i titoli di Stato. Ma sarebbe una provocazione farlo prima di dimezzare indennità dei politici e stipendi dei manager, e senza aver messo mano alle burocrazie, informatizzando giustizia, sanità e scuola. L’Imu la farei diventare una vera imposta municipale, oggi è una timida patrimoniale statale che si fa scudo della faccia dei sindaci. Sulle coppie di fatto, proposi già nel novembre scorso la cosiddetta civil partnership, ben prima dell’uscita di Bersani sulle unioni gay. E non si capisce perché loro non abbiano fatto nulla in questi anni».

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E Di Pietro deve restare in un’alleanza di centrosinistra?

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«Lui è un altro di quelli che sta in Parlamento da anni e lo rottamerei volentieri. E su Vendola il discorso è semplice: se è quello ideologico che portò a far cadere il governo Prodi nel ’98 no, se è quello del buon governo alla Pisapia e Zedda allora sì. Nell’alleanza ci può stare, ma a queste precise condizioni».

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Una curiosità, è vero che i maggiorenti del Pd temono le primarie perché pure se sconfitto diventerebbe lei il più influente nel partito dopo Bersani?

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«Forse vedono le primarie come una bega e non come una gigantesca opportunità per dire cosa faremo se vinceremo noi le elezioni. In caso di sconfitta, loro vanno tutti a casa e se Bersani vede le primarie anche come un’occasione per liberarsi da un abbraccio troppo stretto del patto di sindacato tra le correnti fa bene. A me non interessa avere una fetta del Pd e se non vinco non farò quello che si accontenta di un posto al sole. Ed ogni riferimento ad altri è voluto».

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Intervista di Carlo Bertini su La Stampa del 22 luglio 2012

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