Matteo Renzi

Renzi: è finita l’epoca in cui Roma dava la linea

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Articolo tratto da La Stampa, di Fabio Martini

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“Non sappiamo parlare più né alla pancia né al cuore”, sostiene Matteo Renzi, trentacinquenne sindaco (democratico) di una delle città pi famose al mondo, Firenze: «Davanti alla disfatta democratica di questi giorni e vedendo in tv i nostri dirigenti, mi è apparso ancora più chiaro che il problema non è tanto cambiare leader ogni tre mesi, ma cambiare una volta per sempre il nostro linguaggio. Siamo lontani, astratti, autoreferenziali, non parliamo alla pancia e neppure al cuore della gente».

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Nella giovane vita del Pd, il primo a sfidare – e battere – la nomenclatura del partito è stato proprio lui, Matteo Renzi, che sette mesi fa è riuscito a diventare sindaco della sua città. E ora, davanti alla vittoria popolare di un altro outsider come Nichi Vendola, il sindaco rincara la dose: «Lo vogliamo capire che è finito il tempo nel quale la linea veniva imposta da Roma? Le Primarie non si possono fare a giorni alterni, si devono fare sempre. E si fanno senza indicare, da Roma, il preferito . Perché se tu infili la maglia rosa a Boccia e poi vince Vendola, allora nasce un problema».

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Un anno fa la nomenclatura del Pd fiorentino non capì gli umori del popolo democratico e lei sbaragliò il campo. In Puglia si è determinato lo stesso abbaglio? «I risultati sono talmente schaccianti che dimostrano proprio questo: anche lì non si è capito che il popolo democratico del Pd preferiva nettamente Vendola».

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Craxi iniziò il suo declino quando in occasione di un referendum disse “tutti al mare”, non capendo che il Paese stava cambiando. D’Alema ha vissuto la medesima incomprensione?
«Sono periodi diversi, difficile fare parallellismi. Noi dobbiamo saper costruire un partito che sia una terza via tra il modello berlusconiano dell’uomo solo al comando e che decide per tutti e il partito centralista nel quale qualcuno a Roma dispone ciò che si deve fare nel Lazio, in Lombardia, in Puglia. I dirigenti del Pd non devono capire quali sono gli umori del loro popolo, devono ascoltarlo e farlo decidere».

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Facile a dirsi…
«Le Primarie devono per davvero diventare un tratto costitutivo del Pd, perché sono l’unico strumento valido per vincere le crisi di rappresentanza e di rappresentatività di questa stagione politica e sociale».

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Per statuto dovrebbero farsi sempre, ma non sempre vengono indette: perché?
«Di solito le Primarie si fanno quando c’è la ragionevole certezza che si può procedere in provetta, facendo prevalere il candidato portato dalla segreteria nazionale. Ma se vuoi le Primarie, non le puoi imbrigliare».

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Qualcuno può dire che le Primarie spesso premiano personaggi tutti chiacchiere e distintivo come lei e Vendola…
«Se è per questo le Primarie hanno premiato anche Bersani. E comunque in questi primi mesi di mandato abbiamo messo la parola fine a questioni di cui si chiacchierava da anni: dalla pedonalizzazione del Duomo al centro sportivo della Fiorentina. Qui più che di fare chiacchiere mi accusano dell’eccesso di decisionismo. Ma è ciò che serve alla città».

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I primi cento giorni di Bersani?
«Può dare giudizi solo chi si mette in gioco e io in questi mesi ho pensato dalla mattina alla sera soltanto a Firenze. Certo se dobbiamo cercare un senso a questa storia, facciamo fatica a trovarlo. Tre esempi: la vicenda Bonino, che corre con noi nel Lazio e contro di noi in Lombardia; la tarantella pugliese, lo spaesamento davanti al governo Berlusconi. Credo che siamo avvitati su noi stessi. Siamo chiusi nella nostra soap opera mentre fuori il nostro popolo si aspetta uno scatto di passione».