Matteo Renzi

Renzi e la battaglia che manca

Renzi e la battaglia che manca

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Matteo Renzi non deve stupirsi se in questa fase della campagna i suoi antipatizzanti indirizzeranno gran parte delle proprie critiche sulla questione del suo rapporto con la parola “quattrini” continuando magari a spendere molte energie per chiedere al sindaco “trasparenza” e “chiarezza” e “sincerità” sulla natura dei suoi finanziamenti elettorali.

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Renzi, bisogna dirlo, sull’argomento finora non ha mostrato segnali di nervosismo e di fronte a ogni richiesta di chiarimento sul tema (“Chi te li dà?”, “Come li spendi?”, “Cosa ci fai?”) ha sempre risposto di non aver timore a pubblicare l’elenco dei finanziatori e a quanto sappiamo i responsabili della raccolta fondi della campagna da qualche giorno già chiedono ai potenziali sovvenzionatori una liberatoria per rendere pubblici i loro nomi. Bene, bravi, bis. Ma a pensarci meglio in realtà Renzi potrebbe fare qualcosa di più. D’accordo pubblicare i nomi dei finanziatori, ma se il sindaco ha davvero intenzione di portare un po’ di sano spirito americano nel nostro sistema politico dovrebbe avere il coraggio di dire la verità sul rapporto patologico che la sinistra ha con la parola quattrini e cominciare per esempio a spiegare al suo partito che il modo migliore per rendere davvero “trasparente” una battaglia elettorale non è quello di fissare le spese (per le primarie del Pd il tetto dovrebbe essere intorno ai 250 mila euro) ma è invece quello di dare la possibilità a chi vuole di raccogliere liberamente fondi nel privato e fare poi con quei soldi quello che diavolo desidera.

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In America, pur essendoci limiti alle donazioni dei privati, il sistema funziona bene e i candidati hanno la possibilità di scegliere se abbeverarsi dai fondi federali (che in questo caso un tetto lo prevedono) o di farsi due conti e raccogliere i soldi da soli.

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Ecco: pensaci, caro Matteo. Sarebbe una bella battaglia, e forse sarebbe anche un modo utile per dimostrare non solo che i soldi raccolti sono la misura di una capacità politica di un candidato ma anche che un modello alternativo al finanziamento pubblico ai partiti esiste già, e sarebbe sciocco continuarlo a negare.

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Editoriale Giuliano Ferrara
Il Foglio, 25 settembre 2012