Matteo Renzi

Renzi e una sinistra allargata, tornano ideali e valori del primo Pd

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corrieredellaseradi MICHELE SALVATI

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Caro direttore, al seggio dove ho votato uno degli scrutatori mi dice preoccupato: «Sai, Salvati, che hanno votato anche alcuni che conosco e che avevano votato per Berlusconi? Brave persone, per carità, ma sicuramente di destra!». Se soltanto le primarie servissero a eliminare queste reazioni di pelle, ad accogliere con soddisfazione chi si sposta dal Pdl al Pd, ad evitare etichette approssimative di destra o sinistra, avrebbero già raggiunto un buon risultato. Perché è evidente che il Pd non riuscirà mai a governare se questi spostamenti non avvengono. O meglio, non riuscirà mai a governare da solo, in un sistema di alternanza, e lo potrà solo fare coalizzandosi con altri partiti cui delega la rappresentanza di un mitico «centro», mentre si riserva quella di rappresentare la «vera» sinistra.

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Mi si potrebbe però obiettare: nel caso prevalga Bersani nel ballottaggio e poi la coalizione Bersani-Vendola sia la più votata alle elezioni, se si rimane coll’attuale legge elettorale essa potrebbe ottenere un premio che le garantisce la maggioranza alla Camera. Ma anche in questo caso estremo ed eccezionale – dovuto al collasso del berlusconismo e dopo il quale c’è solo da augurarsi che nasca una destra civile e competitiva – una maggioranza così ottenuta potrebbe mai governare un Paese attraversato da una crisi economica e lacerazioni sociali così intense? Basandoci sui sondaggi più recenti, facciamo l’ipotesi che la coalizione Bersani-Vendola ottenga il 38% e che l’astensionismo raggiunga il 30% (in Sicilia ha superato il 50!): questo vorrebbe dire che quella coalizione, tutta spostata a sinistra, rappresenta soltanto circa un quarto degli italiani. Al di là dei conflitti che insorgerebbero al suo interno, come sono insorti durante i due governi di Prodi, ribadisco il mio giudizio: è impossibile governare una situazione così difficile con questo deficit di rappresentanza, dovuto a un premio che risulterebbe scandalosamente elevato.

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Che cosa c’entrano questi ragionamenti con la scelta tra Renzi e Bersani? C’entrano, perché è sicuramente Bersani quello che, decidendo l’alleanza con Vendola prima di convocare le primarie, ha impresso un forte marchio identitario di sinistra tradizionale alla sua candidatura. Ed è invece Renzi che ha raccolto la fiaccola di un partito democratico diverso dai partiti di sinistra che gli hanno dato origine, che aspira a rappresentare anche elettori che non si sentono eredi della tradizione di sinistra del nostro Paese. Che coltiva l’idea di un elettorato mobile e sensibile all’offerta politica concreta dei partiti, non congelato in due blocchi ideologici estranei l’uno all’altro. Che maggiormente si allontana dalla guerra di religione che ha ammorbato il nostro Paese nel corso della Seconda Repubblica. E che per questi motivi potrebbe raccogliere – così dicono alcuni sondaggi – un consenso elettorale ma ore di Bersani. In tutti i grandi partiti della sinistra europea esistono componenti più tradizionali, più vicine alle posizioni di Bersani e componenti più vicine alle posizioni di Renzi: il discorso con cui Renzi ha concluso il convegno della Leopolda, il 17 novembre, poteva esser fatto da non pochi leader socialdemocratici europei. Mi auguro pertanto che la stessa dialettica pacifica, accompagnata da un forte senso di appartenenza allo stesso partito, possa stabilirsi anche all’interno del Pd.

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In questa dialettica mi schiero, per quel che vale, con la componente renziana. Essa mi sembra più vicina a quel disegno di Partito democratico per il quale mi ero speso quando facevo attività politica, mentre il grosso della sinistra era contrario. Un partito di sinistra liberale, altrettanto attento ai valori del merito individuale che a quelli della giustizia sociale. Un partito che combatte le rendite, dovute all’assenza di concorrenza o a privilegi normativi, ovunque si accumulino. Ma che ha come stella polare il meraviglioso secondo comma dell’articolo 3 della nostra Costituzione, l’incessante tentativo di realizzare una crescente eguaglianza di opportunità. E insieme un partito capace di analisi realistiche, che declina i valori della sinistra tenendo conto della situazione in cui essa si trova ad agire oggi e non di quella, assai più favorevole, in cui i partiti socialisti si trovarono ad agire nei primi trent’anni del dopoguerra, in quella età dell’oro della grande crescita economica nella quale si realizzarono le grandi conquiste socialdemocratiche.

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CORRIERE DELLA SERA, 28 novembre 2012