Matteo Renzi

Renzi ha ragione, contro il declino si premia il merito

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sole24oredi Gianluca Violante su Il Sole 24 Ore

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Premiare il merito. È questa la priorità del programma di Matteo Renzi per far ripartire l’economia italiana. Permettere ai giovani più talentuosi, più studiosi, più creativi e più imprenditoriali di mettersi in gioco fino in fondo e realizzare tutto il proprio potenziale. Perché la meritocrazia (una brutta parola con bellissimi contenuti) è alla radice della crescita economica. E l’assenza di crescita è il vero problema dell’Italia. 
Per convincersene, è sufficiente soffermarsi su una statistica drammatica: il ranking mondiale della crescita economica nel decennio 2001-2010 vede l’Italia al 167esimo posto su 179 Paesi (fonte Fmi). La performance di crescita in quest’ultimo decennio è stata determinata, in gran parte, da come i Paesi del mondo hanno affrontato la vera sfida del secondo millennio: la globalizzazione dei mercati. Da una parte c’è la Cina, che sta mostrando un’impressionante capacità di adattamento e si sta imponendo come potenza economica mondiale. All’estremo opposto c’è l’Italia, che per ora la sfida la sta perdendo nettamente. 
L’apertura globale dei mercati di beni e servizi viene vista da molti come una minaccia ai posti di lavoro nei settori tradizionali, nei quali i Paesi in via di sviluppo sono avvantaggiati dal basso costo del lavoro. E purtroppo, in parte è così. Ma è anche, e soprattutto, una grande opportunità perché, per la prima volta nella storia, il talento e il merito individuale ricevono un riconoscimento e una remunerazione su scala globale.

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Se Mark Zuckerberg fosse vissuto trent’anni fa, forse sarebbe solo riuscito a migliorare un po’ il modo comunicare tra gli studenti all’interno del campus di Harvard. Oggi, invece, inventando Facebook, ha connesso il pianeta intero e, a 28 anni, è a capo di un gigante tecnologico che dà lavoro a migliaia di dipendenti in tutto il mondo.
Ci si potrebbe chiedere: perché Facebook non è italiano? Le risposte possibili sono tante. Una di queste è che in Italia il talento individuale è rimasto soffocato per troppo tempo. Le ragioni di questo soffocamento sono diverse. Cominciando da una scuola superiore incapace di incanalare i ragazzi nella direzione giusta, in base alle loro capacità e alle loro passioni, per via di un’offerta formativa che è ferma agli anni 70; e da un’università priva, a parte pochissime eccezioni, di quelle punte di eccellenza che dovrebbero selezionare le future classi dirigenti. Continuando con un mercato del lavoro che iperprotegge gli insiders e dove si avanza quasi solo per anzianità. Finendo con l’esistenza di una vasta rete di privilegi, corporativismi e rendite di monopolio (alimentata anche dalla cattiva politica) che strozza l’iniziativa economica privata.
La cultura dell’egalitarismo, presente sia a sinistra che a destra, ha anch’essa enormi responsabilità. Si dice che la meritocrazia porti a una diseguaglianza eccessiva. È vero che premiare il merito condurrebbe a una distribuzione dei redditi più diseguale. Quello che non si dice, però, è che si tratta di una diseguaglianza “giusta”. Come si fa a dire che chi studia di più, chi è più produttivo sul lavoro, o chi rischia di più nella propria impresa, non meriti anche di guadagnare di più?
La diseguaglianza “iniqua” è invece quella di oggi, tra il giovane precario con prospettive di avanzamento professionale bloccate e l’improduttivo, ma illicenziabile, collega che gli chiude la strada, o tra il piccolo imprenditore onesto che combatte quotidianamente contro la lentezza e l’ottusità di una certa burocrazia e quello che, ben connesso con il politico che conta, vince gli appalti pubblici pur senza meritarlo.

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Non dimentichiamo che la mobilità sociale in Italia è già oggi una delle più basse tra i Paesi sviluppati. L’eguaglianza da perseguire con tenacia è quella delle opportunità, in modo da dare a tutti i giovani, indipendentemente dalle condizioni familiari, la possibilità di raggiungere il benessere economico.
Renzi riconosce, con coraggio, che non si può pensare di fermare la globalizzazione o aprire i rubinetti degli aiuti statali (come sostengono la sinistra radicale e la destra populista) ogni volta che un’impresa chiude i battenti perché non è più competitiva. Significherebbe prolungare il declino italiano inesorabilmente, fino a un’implosione stile Grecia. Serve invece attrezzarsi, mettendo il merito al centro delle riforme di scuola e università, lavoro e imprenditorialità, per sfruttare le immense opportunità di crescita che la globalizzazione stessa ci offre.

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