Matteo Renzi

Renzi: “Né inciucio né dialogo e lasciamo perdere l’inaffidabile Fini”

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Intervista pubblicata su La Repubblica del 28 aprile, di Goffredo De Marchis. 

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ROMA – No all’inciucio, sì alle emozioni. No a Fini, sì a un Bersani “che non si fa trascinare nel dibattito del Pdl”. No a Mario Draghi o Luca di Montezemolo “alle logiche politiciste nella scelta del leader”, sì a Nichi Vendola “che piace anche a mio padre, cattolico e vecchio democristiano”. Matteo Renzi, sindaco di Firenze, risponde al telefono da Chicago, la città di Obama. È solo una coincidenza, per il momento. Il consigliere del presidente americano Rahm Emanuel ha riunito per una conferenza 20 sindaci di grandi città europee. 

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Perché il Pd non dovrebbe aprire la porta a un patto repubblicano con Fini se questo può servire a destabilizzare la maggioranza?
“Perché noi dobbiamo stabilizzare il Pd, non preoccuparci degli altri. Perché dobbiamo uscire dalla sudditanza psicologica. E perché Fini è un interlocutore assolutamente inaffidabile”.

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Non crede alla sua svolta?
“Fini doveva fare la rivoluzione e oggi dice che fa un seminario. Doveva fare una corrente e farà uno spiffero. Doveva portare Berlusconi alla realtà e per adesso Berlusconi lo ha riportato alla lealtà. Per 17 anni ha fatto Cip e Ciop con il Cavaliere, ha votato tutte le leggi ad personam senza un sussulto. E siccome si parla tanto di memoria storica, ricordo bene le sue gitarelle in Europa con Le Pen. Ma la vogliamo smettere di farci del male. Se Bersani ci costringe a discutere di riforme e di patto repubblicano, ci addormenta tutti”.

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Bersani però di riforme non vuole parlare. Le considera impossibili con Berlusconi.
“Meglio così. Io lo difendo e non sparo sul quartier generale. Dico che tutti insieme possiamo fare la strada non solo per vincere ma per cambiare il Paese. Senza discutere di riforme, per carità, che non interessano nessuno. Il titolo V fa venire i brividi alla gente. Bersani carichi la sveglia e costringa su due tre punti il nostro popolo a muoversi e il governo a rincorrere. Non si preoccupi del ceto politico ma di ridare dignità alla politica”.

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Sono proprio quei due tre punti che il Pd fatica a identificare. Quali sono per lei?
“Dimezzamento del numero dei parlamentari e sia Bersani a porre il tema in Parlamento. Nuovo Welfare, città e tasse. Per parlare al mondo dei più giovani. Io a Firenze faccio pagare di più le mense scolastiche ai ricchi e ho tolto la retta ai cassintegrati. Mentre il Pdl sulla riforma fiscale ci prende per il naso da anni. Sono due esempi. Ma bisogna cominciare a parlare il linguaggio del Paese, non con quello degli iniziati. Eppoi basta con il tristismo della sinistra. Quando andiamo in televisione sembra che ce l’ha ordinato il dottore di fare politica”.

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Una soluzione sarebbe scegliere adesso il leader?
“Non scanniamoci sul leader, non ripetiamo gli errori del passato. Abbiamo altro da fare. Poi, sei mesi prima del voto si facciano le primarie. Altrimenti il pericolo è scadere nella tecnocrazia o nel politichese. Ripeto: meglio Nichi Vendola di Mario Draghi o di Montezemolo”.

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Lei però ha cominciato il dopo regionali scannandosi con Nicola Zingaretti.
“Ho fatto una dichiarazione, lui ha risposto con una lettera velenosa. L’ho invitato a Firenze, ci mangiamo una bistecca al sangue e tutto finisce”.

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Alle volte dà l’impressione di essere un eterno disfattista.
“Il contrario. Sono molto ottimista. Se il Pd è solo il gruppo dirigente c’è da stare preoccupati. Ma se è l’esperienza di popolo, quello non ossessionato da Berlusconi, allora vedo entusiasmo ed energia. Non ce l’ho con Bersani, anzi siamo pronti a dare una mano. Ma al Pd non al disegno di Fini”.