Matteo Renzi

Renzi: “Rottamarli? Macché, si stanno liquefacendo da soli”

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lastampa2«Bisognava intervenire sulle pensioni, senza riforme fra tre anni saremo daccapo con queste comiche»

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Intervista di Federico Geremicca pubblicata su La Stampa del 18 agosto 2011

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ROMA
Dice, lui che è diventato suo malgrado famoso proponendosi come rottamatore di un’intera classe dirigente, che gli hanno praticamente rubato il lavoro: «Si stanno liquefacendo da soli, sono all’ultimo giro e temo che non se ne siano nemmeno accorti». Spiega che la manovra è quel pasticcio iniquo e inutile che è sotto gli occhi di tutti «perché da Berlusconi mi aspettavo, e ancora ci spero, un colpo d’ala che non è arrivato, e da Bersani maggior coraggio». E rimettendo al centro del dibattito un tema che non gli procurerà simpatie a sinistra, argomenta: «Una manovra che non affronta la questione ineludibile della riforma delle pensioni non può che ridursi a quel che è: tasse, balzelli e tagli lineari. Che sono il contrario della capacità di scegliere e governare». Parla Matteo Renzi, sindaco di Firenze. E ne ha per tutti: Tremonti in testa, naturalmente.

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Perché Tremonti, scusi?
«Perché le sue vicende personali, che qui non commento, gli hanno tolto lucidità e autorevolezza. Le misure che propone lo dimostrano. Ormai somiglia all’imitazione che fa di lui Corrado Guzzanti: solo che Guzzanti, almeno, fa ridere».

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Ammetterà che intervenire nel pieno della crisi non è facile.
«Governare non è mai facile: ma con Bankitalia e il Quirinale a far quotidianamente da sponda, era lecito attendersi di più. Invece hanno confermato di essere al capolinea. E Berlusconi è messo così male da pendere dalle labbra di Bossi. Che è quanto dire».

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E’ l’ultimo alleato rimastogli.
«Sarà. Però ormai è il capo dei conservatori. Fa tristezza. Lui, che ha cominciato come rivoluzionario, si è fatto nominare ministro delle Riforme per bloccare qualunque riforma. Ma non è che un Paese moderno possa accettare l’idea che di pensioni non si può nemmeno discutere perché arriva Bossi e dice no».

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Anche i sindacati erano contrari, in verità.
«Hanno tra i pensionati il maggior numero di iscritti: non condivido ma capisco le difficoltà. Certe prudenze di Bersani, invece, non me le spiego. Ho letto le cose scritte da Prodi sulla crisi, e stavolta l’ho trovato più avanti del mio segretario».

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Renzi spara sul quartier generale: siamo alle solite?
«Niente affatto. Però ci vuole più coraggio. Quando si liberalizza, bisogna farlo sul serio. Prenda la vicenda delle licenze per i taxi. A Firenze abbiamo deciso di aumentarne il numero e vorremmo venderne un paio di centinaia. Fatti i conti, il Comune ci farebbe un bel po’ di quattrini. Poi, in un codicillo nascosto, ho scoperto che l’80% del ricavato deve essere redistribuito tra i tassisti… Direi che così proprio non va».

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Ripeto: Renzi spara sul quartier generale?
«E io ripeto: niente affatto. Anzi, alcune delle proposte avanzate da Pier Luigi sono del tutto condivisibili. Il prelievo sui “capitali scudati”; l’aumento dell’Iva sui beni di lusso; la lotta all’evasione… Ma l’Italia, nonostante tutto, è un Paese grande, moderno e vitale. Bisogna capirlo e non averne paura».

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E che c’entra, scusi?
«L’aumento dell’aspettativa di vita fa parte della crescita e del benessere di un Paese. Vivere di più, lavorare più a lungo e andare in pensione più tardi ne è una inevitabile conseguenza. Dobbiamo convincercene: anche perché in assenza di riforme strutturali che riducano la spesa non “una tantum” ma stabilmente, tra tre anni saremo punto e a capo con queste comiche».

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Addirittura?
«Ma sì. A Firenze taglieranno, a occhio e croce, 50 milioni di euro: però mi permettono di portare l’addizionale Irpef dallo 0,3 allo 0,8%, così ne recupero 35… Le Province? Da abolire, ma solo un po’. Come direbbe Flaiano, la ragazza è incinta ma soltanto un po’. E’ da ridere. E in aggiunta, dove occorrerebbe il bisturi, usano la sega elettrica: e dunque vai con i tagli lineari… Una classe dirigente seria avrebbe cominciato dalla previdenza: ma questi sono al lumicino e si vanno spegnendo come una candela».

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Le sue critiche sono aspre, ma sull’abolizione delle Province anche lei ha dei dubbi, no?
«Nemmeno per idea. Solo che o le aboliamo tutte o non ha senso cancellarne una qui e una lì. Il governo aveva la possibilità di riscrivere la storia dei rapporti tra istituzioni in questo Paese: ha scelto di riscriverne la geografia».

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Sarà d’accordo con lei Formigoni, secondo il quale con questa manovra il federalismo fiscale è morto.
«Già, ma sono io a non condividere il suo ottimismo. Parla del federalismo come di una cosa che c’era: io non l’ho mai visto. E mi conceda una battuta sulla “macelleria sociale”: suona offesa verso i macellai, perché per tagliare un buon filetto ci vuole cura e attenzione. Lei in questa manovra ne ha viste, per caso?».

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Non molte, in verità. E lei invece ha altre battute?
«No, solo una considerazione amara. Che a quelli della mia generazione i genitori hanno lasciato qualche soldo in banca e magari una casa in cui vivere: ai nostri figli, dopo aver lautamente mangiato, lasceremo il conto del ristorante da pagare. Non mi pare un successo di cui vantarsi…».