Matteo Renzi

Renzi sfida noi cattodem

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europaPIERLUIGI CASTAGNETTI

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Ma è proprio vero che Renzi mette in crisi i cattolici del Pd? Personalmente penso di no, perché la sua modernità elude le questioni e, se vogliamo, la questione. Renzi è sicuramente un credente serio ma, per molti versi, è estraneo ai problemi che a suo tempo affrontarono De Gasperi e Dossetti, Moro e Zaccagnini, De Mita e Martinazzoli. Si pone oltre questa frontiera e in questo è sicuramente moderno. Ci vorrebbe “un Renzi” figlio della storia comunista che interloquisse con lui, per vedere quale amalgama i due potrebbero realizzare, visto che noi non ci siamo (ancora) riusciti. 

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I cattolici in effetti sono e restano animali politici complicati, ovunque e sempre. Non sono sembrati esserlo quelli che hanno fatto l’opzione a destra, forse perché là si sono trovati in un non-partito guidato da un proprietario che di tanto in tanto ha “servito” alcuni interessi materiali della Chiesa, liberandoli dal senso di colpa per la loro sottomissione e il loro silenzio. Da questa parte non è così perché la fatica di conciliare le due appartenenze, al popolo di Dio e al popolo di Cesare, non può che continuare a tormentare tutti i giorni. E perché, da questa parte, diversamente che a destra, si sente il peso e nello stesso tempo il senso di sicurezza di una importante eredità storica che si è conclusa e non si può ricostruire.

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Nel centrosinistra, dunque, il tema è problematizzato, mentre nel centrodestra è taciuto e in Renzi è probabilmente superato. Ma da questa parte il problema esiste anche perché l’essere cattolici in politica oltreché essere un problema in sé è problema anche per chi vive nella stessa casa provenendo da un’altra storia, e ciò, inutile negarlo, fa problema.
Non è Renzi allora a “minacciare” quanti nel Pd vengono dalla storia del cattolicesimo democratico, ma è la loro timidezza a misurarsi con l’originalità e la fecondità del loro substrato culturale. L’originalità dei cattolici all’Assemblea costituente e nel lungo percorso di costruzione della nostra democrazia repubblicana si è manifestata infatti nell’accettazione della sfida, non tanto quella etica quanto quella politica in senso proprio, della costruzione del nuovo. Essi hanno infatti saputo darsi e realizzare un’idea di stato democratico e una prospettiva di sovranità sovranazionale, in un tempo in cui non erano esplose le questioni poste dalla globalizzazione ma si intuivano già gli inevitabili percorsi della storia futura.
La stessa sfida si pone oggi su un piano diverso, ma non tanto. Volendo evocare Luhmann possiamo dire che il sistema del potere, che è quello preposto a orientare la storia, si è da tempo frazionato in tanti sub-sistemi equipotenti: quello politico, quello economico, quello finanziario, quello informativo-informatico. “Inventare” il modo per consentire al subsistema politico di assolvere la sua funzione di risolutore delle contraddizioni e facitore del futuro, dialogando, armonizzando e guidando gli altri subsistemi di potere, è ad esempio una delle più importanti sfide di oggi, per tutte le forze politiche e il Pd in primo luogo e per tutte le democrazie moderne minacciate dalla paralisi o peggio dalla subordinazione a logiche esterne.
E, nei tempi brevi, inventare il modo come conciliare il subsistema dei governi nazionali con il più ampio sistema di governo comunitario, in una situazione di federalismo europeo di fatto e non istituzionalizzato, sarà la sfida immediata, concreta e difficilissima, per chi dovrà governare dopo il 2013. La risposta non potrà essere ideologica o passatista, né potrà essere trovata in una ricerca identitaria in famiglie politiche europee nate in altri contesti storici e con altri obiettivi politici.
È vero che si tratta di questioni che debbono essere messe al centro del dibattito democratico e, in particolare, di quello del Partito democratico, ma non è men vero che i cattolici di questo partito debbono sentire l’ambizione di guidare questa ricerca. Soprattutto loro, figli di una storia non appesantita da ideologie chiuse e lente, anzi figli di una storia politica particolarmente fantasiosa e innovativa, sempre organizzata attorno al principio della libertà. È l’unico modo per loro (io fra loro, ovviamente) per rendere un servizio e agire una rilevanza in un partito in cui i numeri “interni” non li avvantaggiano in partenza, ma l’attenzione e la potenzialità “esterna” mostrano per essi molta aspettativa.
Gli esempi che io ho fatto possono sembrare troppo astratti rispetto alla concretezza delle domande che i cittadini pongono alla politica. Eppure la politica, in particolare dopo la storicamente fortuita e fortunatamente provvidenziale esperienza del governo Monti, non potrà ripiegarsi sulle presunte sicurezze di un passato che è già passato, né potrà illudersi di dare risposte concrete ai problemi quotidiani senza avere e trasmettere un’idea di futuro.
Dopo Monti dovrà tornare la politica, ma non quella di ieri. Dovrà tornare l’intelligenza delle cose nuove.
Non è un caso che Monti sembra sottrarsi all’ultimo endorsement di Berlusconi, perché è il primo ad essere consapevole che non ha senso governare per “tirare avanti” e non per cambiare. Vale per lui, ma vale anche per noi.

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EuropaQuotidiano.it, 11 ottobre 2012