Matteo Renzi

Renzi, un giovane per un paese di vecchi

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lastampa

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MARIELLA GRAMAGLIA

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Si avverte una sensazione di leggera follia quando il dibattito, o il giudizio, su Matteo Renzi e le sue qualità di eventuale candidato alla presidenza del Consiglio vertono sull’età.

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Come se il grande sonno culturale e politico dell’Italia dell’ultimo ventennio ci avesse giocato qualche brutto scherzo anche alla memoria.

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Correva l’anno 1988 quando Alessandro Natta fu colto da un leggero malore cardiaco che per fortuna non gli impedì di vivere in relativa serenità fino al 2001. Le elezioni politiche del 1987 erano andate male per il Pci di allora, la crisi finale del comunismo era alle porte e il trionfale pontificato di Giovanni Paolo II, il papa polacco, testimoniava da tempo la sua eclissi simbolica. Un gruppo di giovani uomini (oggi si direbbe di ragazzi) energici, ambiziosi, con l’adrenalina alle stelle e una voglia matta di contare, premeva alle porte. Achille Occhetto, il più vecchio, aveva 52 anni, Claudio Petruccioli 46, Massimo D’Alema e Piero Fassino 39, Fabio Mussi 38, Walter Veltroni 33. Di lì a poco il muro di Berlino sarebbe caduto, il Pci sarebbe scomparso e sarebbe nato il Pds, di cui D’Alema fu il secondo segretario a 45 anni. Il futuro era già lì e non c’era tempo per concedere caritatevoli attese al vecchio capo. Nella tradizione comunista la malattia era sempre stata un valido sostituto delle impronunciabili dimissioni.

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Alle dimissioni, invece, era stato costretto nel Psi, un partito più correntizio e scomposto, un altro anziano leader, Francesco De Martino: era stato bruscamente congedato poco più di dieci anni prima, nel 1976, da due “ragazzi” terribili che per un quindicennio segnarono l’Italia. Bettino Craxi di anni 45 e Claudio Martelli di anni 34.

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Questi ultimi uscirono di scena. Dell’antica tribù di giovani maschi del Pds, solidali e competitivi, individualisti e conflittualmente simbiotici, le cronache politiche continuano, invece, a seguire le piste ancora oggi. (continua su LaStampa.it)