Matteo Renzi

“Renzi vero innovatore, basta guerre nel Pd”, intervista a Graziano Delrio

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unita«E’ fisiologico che la decisione di non ricandidarsi di personalità come Veltroni, Castagnetti e lo stesso D’Alema stia monopolizzando mediaticamente questa prima fase delle primarie. E tuttavia il dato fondamentale è che questa sfida, come aveva giustamente previsto Bersani, si sta rivelando come una grande opportunità per il Pd, e i sondaggi lo confermano», dice Graziano Delrio, sindaco di Reggio Emilia e presidente dell’Anci, che ha annunciato il suo sostegno alla corsa di Matteo Renzi.

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Con tutti questi illustri ritiri il sindaco di Firenze rischia di restare privo del suo argomento principe: la rottamazione.
«Se avesse questo come unico argomento saremmo messi molto male, ma non è così. Io preferisco la parola innovazione, che non contiene un giudizio critico sul passato, ma sono meno giovane e meno esuberante di Matteo, e ho una sensibilità diversa. Però registro che in tanti paesi europei ci sono leader giovani che sono stati scelti senza il timore che siano inadeguati. E ci sono leader che, come Romano Prodi, hanno dimostrato che si può uscire dalla politica in punti di piedi, senza polemiche o minacce».

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Vede il rischio di un eccesso di litigiosità, quasi di una rissa dentro il Pd? «Speriamo di non dover più parlare delle persone, ma solo dei problemi del Paese. Sarebbe insopportabile e suicida continuare a parlare di noi stessi».

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Secondo lei Renzi ha esagerato personalizzando la campagna contro questo o quel dirigente Pd? «Ha certamente esagerato verso alcuni leader, ma ha tenuto dei toni buoni nei confronti di Bersani e questo l’ho molto apprezzato, perché il segretario è il simbolo dell’unità del partito. E da queste primarie bisogna uscire come ne uscirono Obama e Hillary Clinton nel 2008».

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C’è chi parla del rischio di una scissione. «Io non lo vedo. Se il Pd non è capace di accettare un confronto da partito europeo, allora significa che l’avventura andava chiusa a prescindere. Non bisogna avere paura del confronto. Chi oggi paventa scissioni evidentemente non ha mai creduto nel Pd. Per chi come me è entrato in politica credendo in questo nuovo progetto le minacce di scissione sono incomprensibili».

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Perché ha scelto Renzi? «Io ho 52 anni, Matteo pochi anni più del mio primo figlio che ne ha 30, quindi è chiaro che appartengo a tutt’altra generazione. Ma credo all’idea che un sindaco giovane possa rappresentare una grande risorsa per il Paese. La mia scelta è stata molto combattuta, perché conosco il valore e la concretezza di Bersani, la sua saggezza. Ho scelto Renzi perché c’è bisogno di un salto di linguaggio, e di approccio ai problemi. In Matteo c’era all’inizio una ambiguità, aveva vedute un po’ troppo “larghe”, non era chiara la sua appartenenza al campo del centrosinistra. Ma col discorso di Verona ha chiarito i miei dubbi».

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Su che punti li ha chiariti? «Ha chiarito una netta presa di distanza dai 15 anni di Berlusconi, dalle politiche del centrodestra».

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Per uno che si candida alle primarie del centrosinistra sarebbe il minimo… «Per me è stata decisiva questa presa di distanza così netta, così come l’attenzione ai temi sociali, a partire dagli asili nido. Ho visto un lavoro attento sui temi economici, senza slogan. E poi mi ha convinto la sua capacità di parlare alla gente. Sono convinto che alle elezioni Matteo possa avere più consensi di Bersani e questo per me è fondamentale. In fondo è il motivo per cui scelsi Veltroni alle primarie 2007, nonostante la stima e l’amicizia per Rosy Bindi ed Enrico Letta. Walter mi sembrava l’interprete migliore di un partito maggioritario, capace di parlare a tanti settori e a tante storie del Paese. E per questo dico “voto Renzi, ma viva Bersani”. Si sta tutti lavorando per lo stesso obiettivo».

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Anche lei vede una forte continuità tra Renzi e il Lingotto di Veltroni? «C’è una forte analogia, la stessa volontà di affrontare i problemi in modo meno ortodosso».

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Lei dice che gli obiettivi sono gli stessi. Ma tra Bersani e Renzi le ricette economiche sono diverse. Non è solo una questione di stili. «Certo che ci sono delle differenze di impostazione. Le rispondo citando Keynes, un economista molto apprezzato dal mondo vicino a Bersani. Spesso ci si dimentica che per lui l’uguaglianza e l’intervento pubblico andavano di pari passo con la mobilità sociale, il merito, l’efficienza della pubblica amministrazione. Renzi non vuole smobilitare sul welfare, ma ispirarsi alla lezione di Keynes, in un equilibrio tra rigore, efficienza, talento e giustizia sociale».

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Non sono temi estranei alla proposta di Bersani, dna stesso del Pd… «Certo, e infatti le primarie non devono essere una guerra. Ma una battaglia per salvare questo Paese».

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Intervista di ANDREA CARUGATI su l’Unità

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