Renzi: «Meloni non potrà fare la populista. L'egoismo tedesco fa male all'Europa»

Intervista di Eugenio Fatigante, "Avvenire", 2 ottobre 2022.

Senatore Matteo Renzi, il quadro internazionale si va complicando di ora in ora. In Europa si è registrato ancora un rinvio sul prezzo del gas, al consiglio dei ministri dell'Energia: è la ricerca di faticosi passi avanti o l’esibizione di nuovi egoismi nazionali?

«L’egoismo nazionale tedesco è frutto di miopia e fa male all’Europa intera – risponde l’ex premier e leader di Italia Viva e, ora, anche del Terzo polo –. Sarà importante capire se il nuovo governo sarà capace di costruire una strategia europea. Altro che slogan meschini come "la pacchia è finita": Meloni si accorgerà presto che il Consiglio Europeo non è Atreju (la manifestazione di Fdi, ndr) e che Bruxelles non è Instagram. Le servirà intelligenza, visione e buona politica per convincere i colleghi europei a darci una mano. Noi facciamo il tifo per l’Italia e per l’Europa».

Le annessioni decise da Putin rendono più arduo un percorso verso la pace?

«Sì. Ogni giorno la situazione peggiora. Io sono preoccupatissimo e condivido l’allarme di papa Francesco. Dal primo giorno di guerra dico sì alle sanzioni contro la Russia, ma dico anche che serve un inviato speciale europeo: la pace si costruisce con la diplomazia, non con l’escalation di queste ore. Il mondo non è mai stato così vicino al pericolo nucleare dai tempi della crisi di Cuba sessant'anni fa. Serve saggezza, tanta saggezza.

Veniamo a noi: cosa si aspetta dal probabile governo Meloni?

«Non mi aspetto molto. La destra è divisa, le sfide complesse, il governo avrà pochi giorni di luna di miele. Però ho difeso sulla Cnn la Meloni dall’accusa di fascismo. Basta con la narrazione anti-italiana. Noi faremo opposizione in Parlamento a questa maggioranza, non strizziamo l’occhio a chi ha pregiudizi sul nostro Paese».

Pensa di poterla convincere sul premierato "forte", in alternativa al presidenzialismo?

«Non mi interessa convincerla. E non credo che sia questa la sua priorità oggi. Ma se tra qualche mese - una volta affrontate le sfide internazionali che oggi mi tolgono il sonno - vorranno aprire il dialogo sulle riforme, noi ci saremo. Meloni, Salvini e Berlusconi preferirono mandare a casa il mio governo che votare una riforma che serviva a tutti. Noi dimostreremo che siamo diversi e se ci sarà da votare una riforma seria ci saremo. Ma sinceramente mi sembra l’ultimo dei temi in agenda».

Ha indicato una disponibilità sulle riforme. Su quali altri punti pensa che si possa sviluppare un dialogo?

«Dialogo su tutto, ma loro sono la maggioranza e noi l’opposizione. Civile ma dura, durissima. Perché all’Italia oggi serve europeismo, non sovranismo. Tuttavia mi aspetto che la Meloni cambi posizione su molte cose. Sulle trivelle ci votò contro, ora scommetto che cambierà idea. Sul rigassificatore, sulle misure per il lavoro, sulle scelte fiscali scommetto che sarà costretta a fare ciò che dicevamo noi. Bene, il tempo è galantuomo. Noi non polemizziamo, ma mostreremo al Paese quanto è utile una opposizione civile e non ideologica».

Il basso profilo assunto in questi giorni dalla "candidata premier in pectore" indica qualcosa?

«Meloni è in Parlamento dal 2006. Non è una ragazzina alla prima esperienza. Sa che deve essere prudente e io spero per l’Italia che lo sarà. Non può fare la populista, perché altrimenti salta il Paese. E dunque la vedrete molto diversa da come è stata quando faceva la barricadera dell’opposizione. Del resto ha avuto il 26%, non un plebiscito. Governa solo perché Enrico Letta le ha sbagliate tutte. Mai vista una leadership così incapace nella storia della politica italiana. Qualsiasi altra scelta Letta avesse fatto, oggi non avremmo un governo Meloni. Penso che Giorgia dovrebbe mandargli almeno dei fiori».

Lei ha definito «strepitoso» il risultato di Azione-Iv. I leader avversari lo presentano invece come un dato negativo. La verità sta nel mezzo?

«I miei avversari dicevano prima che avremmo faticato a prendere il 2% e che saremmo rimasti fuori dal Parlamento. Molti di quelli che lo dicevano ora ci guarderanno in tv, mentre noi siamo in aula. In un mese di campagna abbiamo preso l’8%, siamo il partito più votato nelle università e - per molti sondaggi - quelli più scelto dai giovani, abbiamo eletto più donne degli altri. Se in un mese abbiamo fatto questo, è chiaro che da qui alle europee del 2024 possiamo diventare il primo partito».

Cosa risponde a chi dice che lei e Calenda non saprete andare avanti insieme?

«Abbiamo governato insieme facendo misure come "Industria 4.0" e il piano per il Made in Italy. Abbiamo fatto una campagna elettorale insieme portando una lista neonata allo stesso livello di partiti che esistono da 30 anni, come Lega e Fi. Abbiamo chiara la responsabilità di non poter rompere il "giocattolino": la nostra gente non ce lo perdonerebbe. A quelli che dicono che non andremo avanti insieme, replico: la realtà è la migliore risposta ai vostri pregiudizi».

Letizia Moratti sarà la candidata del Terzo polo in Lombardia?

«Mi sembra tutto prematuro. Lo scontro Fontana-Moratti potrebbe risolversi in un accordo di potere con la formazione di governo. Dopo la nascita del governo, ne parleremo insieme con Calenda e gli amici del Terzo polo».

Il Pd si avvia all’ennesima rifondazione. Per Andreatta vanno rottamati tutti i dirigenti con un legame coi partiti fondatori. Cosa ne pensa, qual è il suo consiglio (non richiesto dal Pd)?

«Il Pd è finito. Lo sanno tutti, anche quelli che non lo ammettono. Ci sarà una destra forte, un partito di sinistra populista con Conte, D’Alema e Bettini e l’area macroniana liberal-democratica. Il Pd sta col Reddito di cittadinanza o col Jobs act? Con Blair o con Melenchon? Mi impressiona che possano ritenere Conte leader della sinistra. Dopo che ha firmato i decreti Salvini sull’immigrazione e che è stato elogiato da Trump. Mi fa piacere che Andreatta scopra la rottamazione con appena 12 anni di ritardo, ma la verità è che le scelte di Letta sono state letali per il Pd. È solo una questione di mesi».

Quella del voto cattolico è una diaspora inevitabile? E quale e quanto spazio ci può essere per la cultura cattolica nel vostro polo?

«I sovranisti e i populisti prendono pezzi di mondo cattolico, ma l’anima culturale del pensiero politico popolare guarda al centro riformista. Del resto è accaduto anche in Francia: non ci sarebbe stato Macron senza il supporto di Bayrou (cattolico, presidente del Modem, ndr). Il mondo cattolico ha un’anima sociale e politica che è già una componente cruciale del Terzo polo. E se è vero che esiste una rilevante presenza liberal-democratica dentro Renew, è anche vero che la storia di molti di noi è la storia di persone educate all’impegno politico dalla formazione democratica e cristiana. Non esiste più il partito dei cattolici, ma molti cattolici si troveranno fisiologicamente a votare per noi».

Pensa che le prossime elezioni politiche si giocheranno fra la destra e Renew Europe, come in Francia?

«Si giocheranno a tre: sovranisti di destra, populisti di sinistra e noi. Se saremo bravi, torneremo a guidare l’Italia. Ma prima cerchiamo di evitare che chi la guiderà da fine ottobre, cioè Meloni, la porti a sbattere».