Renzi: "Un errore i quesiti rivolti al passato la premier ormai festeggia l'astensione".
Intervista a Matteo Renzi per «La Stampa» del 10-06-2025
di Niccolò Carratelli
Matteo Renzi ha sempre sostenuto che questo referendum fosse «un regalo a Meloni». Ora, dopo il quorum fallito, il leader di Italia Viva, non infierisce nei confronti di Maurizio Landini, suo partner nei duelli televisivi delle ultime settimane, e di Elly Schlein, con cui punta ad allearsi senza se e senza ma. Però ribadisce che «è stato un evidente errore costruire un referendum criticando le leggi dei governi di centrosinistra di dieci anni fa».
Per i promotori è una sconfitta politica?
«Certo non è una vittoria, ma capisco poco l'entusiasmo del governo: festeggiano il mantenimento del Jobs Act, che hanno combattuto quando erano all'opposizione. E soprattutto ormai assistiamo alla trasformazione di Giorgia Meloni: un tempo festeggiava i risultati delle elezioni, adesso festeggia solo quando la gente non va a votare».
Restiamo al centrosinistra. Dice Schlein che aver portato ai seggi 14 milioni di persone è comunque un risultato politico, o no?
«Alle ultime Politiche la destra ha vinto grazie alle divisioni della sinistra, non grazie a Giorgia Meloni. Se andiamo insieme nel 2027, loro vanno a casa, liberando il Palazzo dalla loro ingordigia e dalla loro incapacità. Spero che sia chiara la dimensione della sfida: è il momento di mettere da parte gli screzi ideologici e costruire insieme un'alleanza credibile e vincente. Io ci credo».
E gli altri? Conte, Fratoianni e Bonelli non vi hanno voluto alla grande manifestazione per Gaza, per mostrare in modo esplicito chi sta dentro e chi sta fuori...
«Diciamo che si sta facendo strada un'alleanza a due cerchi. Da una parte c'è un nucleo di sinistra più dura, rigorosa, per me anche un po' ideologica. Ma è una sinistra che c'è e che va rispettata: è un pezzo di Paese numericamente rilevante, bisogna prenderne atto. Però non basta. Serve una grande tenda riformista, che sarà decisiva alle prossime elezioni: mentre in tanti fanno polemica e mettono i veti, io ho preparato i picchetti e ho iniziato a montarla. Non mi interessa chi sarà il capo di quest'area politica: mi basta che ci sia, altrimenti si perde».
Giuseppe Conte non la vede proprio così: secondo lui, il trio Pd-M5s-Avs è sufficiente per battere la destra. Quindi?
«Non sono il miglior amico di Giuseppe Conte e non credo che lo diventerò mai. Ma sono certo che lui sappia benissimo che nessuno di noi può prendersi la responsabilità storica di lasciare altri cinque anni il governo a questa destra. Che alza la pressione fiscale, aumenta il debito, riduce i salari, allunga le liste d'attesa sulla sanità. Non scherziamo col fuoco, per favore. Per di più nella prossima legislatura si eleggerà il Capo dello Stato. La politica è molto più dell'aritmetica, ma la politica senza aritmetica è pura ideologia».
Da Palazzo Chigi ovviamente dicono che con il fallimento dei referendum «ora il governo è più forte». È davvero così?
«Sono chiusi nel fortino a sperare che la gente non voti. Perché quando la gente vota, loro perdono. A Genova come a Taranto oggi e, in prospettiva, nelle Marche o in Calabria, dove stanno governando. Meloni vive in un mondo tutto suo. Ricordo cosa diceva dopo il referendum delle trivelle, quando mi accusava di aver paura del voto della gente: oggi lei fa peggio. Ma, soprattutto, crescono i reati per le strade e questi hanno cinquecento agenti in Albania: prima o poi la gente chiederà conto di queste follie».
Intanto non hanno voluto chiarire il caso Paragon: l'azienda israeliana ha smentito il Copasir sul caso Cancellato. Cosa si sta nascondendo, secondo lei?
«Il direttore del giornale che ha fatto uno scoop contro Fratelli d'Italia è finito intercettato con il trojan comprato dai servizi segreti. Il governo nega di averlo usato, ma Paragon ha disdettato il contratto e lo ha fatto solo con l'Italia di Meloni. Quando un Paese intercetta i giornalisti, che fanno articoli contro il partito della premier, è uno scandalo come il Watergate».
Alla fine riusciremo a capire chi ha spiato e perché?
«Non sappiamo ancora la verità su chi ha spiato. Ma sappiamo chi non vuole la verità: Palazzo Chigi con Alfredo Mantovano e Giorgia Meloni. È un fatto di rara gravità. Quando i giornali esteri inizieranno a capire cosa sta succedendo, la credibilità internazionale di Meloni crollerà tutta insieme».
Sempre in tema di spionaggio, che idea si è fatto della vicenda Giambruno e del coinvolgimento dei nostri servizi?
«Anche qui siamo a metà tra un'emergenza istituzionale e una commedia all'italiana: le pare normale che alcuni componenti della scorta di Meloni, scelti da Meloni, siano fermati mentre armeggiano sulla macchina del fidanzato di Meloni, sotto casa di Meloni? I servizi segreti dovrebbero essere messi al lavoro sulle cose serie, non sulle loro dinamiche private».
Unendo i puntini emerge un rapporto particolare della premier Meloni, del sottosegretario Mantovano e del governo in generale con i nostri servizi di intelligence, non trova?
«Si sono presi i pieni poteri. A differenza di Salvini che li chiedeva a sproposito, ma poi ballava con le cubiste al Papeete e si faceva fotografare con il mojito, Mantovano non chiede i pieni poteri: se li è presi. L'articolo 31 del decreto Sicurezza dà ai servizi la possibilità di organizzare e dirigere associazioni terroristiche ed eversive. Quando ho letto il testo in Aula alcuni senatori della maggioranza mi hanno detto: ma stai scherzando? Votano ciò che non hanno letto. Perché, se qualcuno dissente, lo buttano fuori. Con questo stile governano, terrorizzando i propri, intervenendo nelle operazioni di libero mercato, facendo leggi ad personam contro gli avversari. Alla fine faranno solo un tonfo più grosso, è solo questione di tempo».