Matteo Renzi

«Sull’incarico decide il Colle. Leali ma il partito ora cambi»

messaggeroDa Il Messaggero del 7 Marzo 2013

«Questa legislatura ha ogni caratteristica per battere i record di durata in negativo. Se fallisce il tentativo di Pier Luigi? É chiaro che si aprirebbe uno scenario diverso»
C’è chi lo vede già designato premier di un governo di responsabilità nazionale o candidato alle primarie per guidare il Pd a nuove elezioni. Di certo Matteo Renzi ragionava su scenari ben diversi, con il punto fermo della ricandidatura a sindaco di Firenze nel 2014 per poi, semmai, forte di quella vittoria annunciata, affrontare nuovamente la corsa per la leadership di un centrosinistra di governo. Lo tsunami elettorale lo sta costringendo a rivedere in fretta le prossime tappe. Intanto ieri ha partecipato alla direzione pd per la terza volta dacché è in campo, e quindi comunque un segnale lo voleva dare. Poi però se n’è andato senza parlare.
Un segnale pure questo, sindaco?
«Non sono abituato a partecipare alle liturgie del partito anche perché da sindaco sono impegnato con cose più concrete. Mi sembrava indelicato non partecipare proprio oggi ma quello che avevo da dire l’ho detto già. Penso però che la sconfitta ci costringa ad aprire una riflessione sulla forma partito, che dovremo fare una volta chiusa l’impasse istituzionale».
Addirittura? Sta dicendo che il Pd è superato?
«Il modello di partito solido, vecchia maniera, è stato profondamente messo in discussione e questa è una parte del ragionamento su cui alle nostre primarie abbiamo solo cominciato a discutere».
Quale modello ha in mente?
«Per esempio un partito che fa a meno del finanziamento pubblico. Sarebbe tra l’altro un segnale molto importante per dimostrare che ci si avvicina a ciò che ci chiede la gente».
Bersani ha detto che ripensare il finanziamento pubblico è giusto, eliminarlo però no.
«Già durante le primarie era un argomento che ci divideva ma è uno dei punti, sempre nel rispetto e nella lealtà per Bersani che le primarie le ha vinte, che la gente più ci chiede. E lo ritengo più importante oggi di prima».
Bersani ha lanciato otto proposte su cui invita Grillo a confrontarsi. Le condivide o lei punterebbe su altro?
«Qui non c’è bisogno di uno che faccia il controcanto tutti i giorni. E’ noto che io su alcuni temi sarei molto più tranchant rispetto a Pier Luigi: sul finanziamento pubblico ai partiti, appunto, ma anche sul ricambio del gruppo dirigente, sul tema dell’innovazione tecnologica e su tutto quello che si chiama Freedom information act. Ma oggi io non mi pongo come l’anti Bersani. Oggi io e tutti gli altri facciamo la nostra parte perché il suo tentativo vada bene».
Ecco, sindaco. Ma se bene non dovesse andare? Il segretario esclude piani B: e lei?
«Se le cose non andassero in porto è chiaro che si aprirebbe uno scenario diverso».
Appunto: quale? Il Capo dello Stato ha messo per iscritto il suo appello ai partiti a non arroccarsi su posizioni predeterminate.
«Oggi sarebbe assurdo prefigurare scenari alternativi quando stiamo ancora lavorando al piano A. Ciò premesso, è chiaro che il Capo dello Stato si ascolta sempre, in particolare questo capo dello Stato che ha sempre dimostrato in ogni circostanza una capacità di giudizio, di saggezza, di lungimiranza che gli vanno riconosciute. Se Napolitano ha sentito il bisogno di fare una nota scritta su questi temi, a maggior ragione non possiamo prescinderne».
Con questo Pdl è impossibile ogni accordo di governo, ha detto Bersani. Un’affermazione che blocca in nuce qualsiasi tentativo di larghe intese?
«E’ una posizione che Pier Luigi ha spiegato con grande chiarezza sin dal giorno dopo il voto e su cui oggi è attestato tutto il partito. In un Paese normale, all’indomani di elezioni con questo esito faresti un accordo di grande coalizione, come accadde in Germania, tra centrodestra e centrosinistra. Le anomalie del sistema italiano sono evidenti laddove manca un reciproco riconoscimento tra destra e sinistra. Io mi sono speso proprio nel tentativo di riportare i toni alla civiltà del confronto, per cercare come dire? – di portare il dialogo tra chi vince e chi perde su un piano più americano e meno caciarone. Invano».
Dunque come se ne esce, se fallisse il tentativo di Bersani di coinvolgere i 5Stelle? Si parla molto in queste ore di un governo del presidente, magari con un premier tecnico.
«Sono valutazioni che competono esclusivamente alla sensibilità, oltre che alla competenza, del Capo dello Stato. Mi limito a dire che questa legislatura ha tutte le caratteristiche per battere tutti i record di durata in negativo».
Se mai dovesse finire proprio con elezioni a ottobre, il Pd dovrebbe comunque fare in fretta e furia le sue primarie?
«Le primarie le ritengo inevitabili perché sono un elemento costitutivo del Pd…».
E lei sarebbe in campo?
«Vediamo, è l’ultimo dei problemi. Da sindaco vedo dei numeri sconvolgenti, l’assurdità di alcune regole come questo patto di stabilità interno, con 20 mila cantieri bloccati, nove miliardi di euro fermi… Sono cose reali che gravano sulle spalle delle persone, delle imprese, degli artigiani, di lavoratori che non hanno lo stipendio. Ma vogliamo ragionare di un nuovo modello di sviluppo economico per il Paese o continuiamo a guardarci l’ombelico?».
Sindaco, può anche provare a glissare, ma lei sa bene che nel Pd sono sempre di più quelli che guardano a lei come al prossimo leader.
«Ho perso le primarie e oggi scopro che su molti temi avevamo ragione. Poiché però non sono un particolare sostenitore di De Coubertin preferivo vincere: il risultato elettorale ha dimostrato che con alcuni dei miei temi, a cominciare dalla volontà di parlare agli elettori delusi del centrodestra, io ho perso le primarie ma forse avremmo vinto le elezioni».
Con lei candidato premier questo voto sarebbe stata tutt’altra storia, sta dicendo?
«Non sono in grado di dire di sì ma soprattutto non ho voglia di dire se. A 38 anni ho il diritto di non cullarmi nella nostalgia o nei rimpianti, ma devo cercare di costruire delle occasioni, dei percorsi. Io ho fatto una campagna per le primarie che assomigliava molto a quella che dovrebbe essere una campagna per le politiche: parlavo a un mondo più vasto di chi era già nostro elettore e di questo dovrò far tesoro per il futuro».
Si nota una certa tendenza nel Pd a considerare i sostenitori di Grillo «compagni che sbagliano». Anche lei li considera una costola della sinistra con cui è possibile un dialogo privilegiato?
«No, io ho un’idea di elettorato molto più fluida. Grillo ha preso voti da molti ex elettori delusi di Berlusconi e della Lega, voti che la prossima volta potrebbero andare a noi. Poi, certo, tra loro ci sono anche persone che prima votavano a sinistra. Tutti questi come li riprendi? Con un gioco tattico? Secondo me, no. Grillo devi andare a sfidarlo in mare aperto. Tra loro c’è quello che dice che in America mettono il microchip sottopelle e c’è quella che difende il fascismo? Che siano dichiarazioni allucinanti è evidente, non è però che recuperi parlando male di loro. Recuperi dicendo quel che vuoi fare tu: lo abolisci o no il finanziamento pubblico ai partiti? Rinunci a tutte le forme di vitalizio per gli ex parlamentari? Io a Firenze gli open data li ho fatti, le amministrazioni 5 Stelle no. Su questi argomenti è in grado il centrosinistra di portare la sfida a Grillo fino in fondo? E’ questa la domanda che aspetta una risposta».
Barbara Jerkov