Matteo Renzi

Un governo istituzionale per rientrare nella UE. Ed ad ottobre la Leopolda.

Intervista di Laura Cesaretti per Il Giornale, 18 agosto 2019

Matteo Renzi, non è che la sua proposta di governo istituzionale produrrà il paradosso di far tornare Salvini a Canossa?
«Questa è la crisi più pazza del mondo. E come andrà a finire non lo sa nessuno. Certo è che Salvini fino a una settimana fa era l’uomo invincibile osannato da media e social: adesso rincorre Di Maio per elemosinare la pace. Deve scegliere se perdere la poltrona o la faccia, e la prima opzione potrebbe essere troppo dura per lui. Le ultime settimane certificano comunque il suo fallimento come leader: ha sbagliato tutto, e chi sbaglia si dimette, se è persona d’onore. Invece Salvini ha intimato a noi senatori di ‘alzare il culo’ e andare in Senato a votare: noi lo abbiamo alzato e lo abbiamo sconfitto. Tutti si aspettavano che, dopo un’estate in spiaggia tra mojito e cubiste, fosse a quel punto lui ad alzare le terga dalla poltrona del Viminale: invece vi si è inchiodato. Per dimettersi ci vuole dignità. E lui, purtroppo, non ne ha».

Come si spiega questa allergia salviniana a mollare il Viminale?
«Da un lato Salvini ha paura: delle inchieste sui 49 milioni, sui rubli, di altre indagini. Dall’altro, Salvini è passato dal 17 al 34% grazie all’uso sapiente della macchina pubblica: le strutture ministeriali sono piene di giovani della Lega, a cominciare dal team della propaganda guidato da Morisi. Se Salvini si dimette, perdono all’istante il posto di lavoro. E la macchina della Lega ha finito i soldi per pagarli».

Lei intanto continua a perorare la causa di un governo coi grillini?
«No: la causa del rispetto delle istituzioni e del bene degli italiani, se mai: votare a ottobre fa aumentare l’Iva al 25% e innesca la recessione. E’ una follia far pagare agli artigiani del nord o alle famiglie italiane le ambizioni o le paure russe di Salvini. Serve un governo istituzionale, che metta in sicurezza l’Italia e con un ministro degli Interni degno di questo nome».

Ripeto: con quegli stessi grillini che continuano a insultarla?
«Non me ne parli, neppure Berlusconi ha subito dai Cinque Stelle il trattamento riservato a me, ma ci sono momenti in cui le questioni personali devono stare in secondo piano. Se vuoi essere un uomo delle Istituzioni prima viene la voglia di dare una mano al Paese, poi quella di reagire agli insulti. A livello personale, mi mordo la lingua. Ma serve un governo per evitare il voto a ottobre e l’Iva, poi sta ai segretari dei partiti definirne la formula politica. Una cosa è chiara: per la Ue sarebbe un sollievo poter tornare a dialogare con l’Italia, che ora si è tagliata fuori. E senza l’Italia, con l’imminente Brexit, l’Europa diventa pericolosamente una questione a due tra Francia e Germania».

Un governo aperto anche a Forza Italia?
«Se devo basarmi sulle pessime parole della capogruppo Bernini in aula, Forza Italia è vittima della sindrome di Stoccolma verso Salvini. E tuttavia, anche se Fi si è tirata fuori dal Governo istituzionale, convinta di poter avere qualche poltrona da un Capitano che non può garantirle neanche ai suoi, devo riconoscere che in quanto a rispetto delle istituzioni tra Berlusconi e Salvini c’è un abisso. Abbiamo sempre criticato Berlusconi su questi temi. Ma non avevamo ancora visto un Salvini che chiede pieni poteri, pretende la convocazione del Parlamento, attacca Paesi alleati, sottrae competenze a ministri o addirittura al Colle. In Ue è un appestato come Le Pen, mentre Berlusconi ha una casa politica centrale. Di fronte alla sguaiata schizofrenia di Salvini, il Cavaliere è un rassicurante uomo delle istituzioni. Ora si capisce che il ‘Capitano’ era solo una costruzione mediatica di chi (dalla Rai a Mediaset a La7) gli ha consentito per anni di fare comizi senza uno straccio di contraddittorio».

Ha rivalutato anche lei Conte, che ora bacchetta Salvini sui migranti?
«No. Troppo facile cambiare idea quando va di moda. Era Conte o esiste un suo sosia che prima firmava i decreti Salvini e adesso firma le letterine? Detto ciò, sulla Open Arms ha fatto bene:  tardi ma bene. La questione migratoria si affronta lavorando in e con l’Africa, non certo facendo gli show con tre barconi di disperati».

Mettiamo che il governo si faccia. Spera di tornare a Palazzo Chigi e dintorni?
«Non esiste. Se mai girerò per l’Italia e per l’Europa, incontrerò aziende e famiglie per spiegare, da ex premier, che la priorità è salvare il paese dalla recessione e che se Salvini non tocca palla l’Italia può riuscire a tornare in campo a Bruxelles. E vorrei riallacciare con il volontariato, colpito da una campagna di diffamazione senza precedenti. Anche quello cattolico, scandalizzato dalla strumentalizzazione della fede, dei rosari, della Madonna».

Non teme che, alleandosi, un Pd dall’identità così fragile subisca la nefasta egemonia culturale grillista?
«È il grande rischio di questa operazione: sarà la sinistra a costituzionalizzare M5s o M5s a grillizzare la sinistra? Dal giorno dopo, la questione nel Pd sarà questa. Io resto fiducioso, ma molto dipenderà dall’accordo di governo».

E i renziani che parte faranno?
«Faremo ciò che serve al Paese. Voteremo la fiducia, non chiederemo neppure uno strapuntino per noi e faremo proposte concrete per mettere in sicurezza l’Italia. Poi faremo il punto alla Leopolda dal 18 ottobre».