Matteo Renzi

Un partito che funziona il nuovo non lo tiene fuori

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unitaMatteo Renzi ha letto le interviste ai “colleghi” Pisapia ed Emiliano, pubblicate dall’Unità. Sul Pd e più ampiamente sul centrosinistra. Sulla riorganizzazione «dell’altra parte del campo», e sulle voglie di Montezemolo. Sulle liste civiche e sul protagonismo dei sindaci. In generale, sul momento particolare dei Paese, ma lui è «uno che ha scelto il Pd», lo ha «fondato», come ricorda, «insieme a quei cittadini, e sono milioni, che ci credono». Condivide molto della diagnosi, ma propone una sua cura. Se dovessimo riassumerla in una parola, è un’intervista «orgogliosa».

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Emiliano chiama i sindaci a raccolta.

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«In un momento di difficoltà dei gruppi dirigenti, davanti a un loro deficit di autorevolezza, l’idea di coinvolgere le espressioni delle amministrazioni comunali e regionali, e dunque per ruolo più vicini ai cittadini, è un fatto positivo».

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Ma?
«Questa esperienza va spesa dentro il nostro partito. Invece si spinge per una lista civica nazionale che è tutt’altro approdo, perfino contraddittorio rispetto alla vocazione maggioritaria che è fondamento del Pd, e al dovere di rappresentazione che è missione per ogni partito».

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L’idea sarebbe di creare una galassia seducente attorno al Pd, e poi aggregare tutto per allargare i numeri.
«Varrebbe come una resa, perché un partito democratico che funziona non “perde” costole. Dentro il suo corpo robusto dà spazio a questo protagonismo sia degli amministratori periferici che della società civile. È davvero discutibile vedere la soluzione nella “lista Repubblica”, cosiddetta perché teorizzata da Eugenio Scalfari, Una spruzzata di tutto».

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Qual è per lei il rischio di una lista civica laterale al Pd?
«La fine del partito, spolpato della sua vocazione. Altro che nuovo inizio. Se il Pd per avere consenso deve rinunciare al suo ruolo e confinarsi nella mera rappresentazione dei burocrati, è la fine. Siccome credo nelle possibilità dei democratici, trovo questo ragionamento perfino offensivo».

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Se girano queste proposte, anche dall’interno, significa che il partito non riesce a prendersi queste possibilità.
«Questo è un altro discorso, ma il Pd non può castrarsi ammettendo di non poter rappresentare la vivacità della società civile. Io faccio battaglie che si possono più o meno accettare e accompagnare. Ma sto dentro al Pd, non m’invento qualcosa di nuovo al di fuori. E questo chiedo ai nostri dirigenti, e ai nostri sindaci: non perdiamo l’ambizione di rappresentare una sintesi di esperienze diverse, dal mondo della società civile a quello dell’impresa e della cultura».

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La cura di Renzi?
«Mi aiuto con il messaggio arrivato dalle elezioni amministrative, che segnano il bisogno dì una pacifica rivoluzione nel Paese: di persone, di obiettivi, di sentimenti comuni. Una richiesta che è esattemente l’obiettivo per il quale esiste il Pd, che deve destarsi, e misurarsi con la messa in soffitta dell’usato sicuro».

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Ecco la rottamazione…
«Ma no, però davanti alla voglia di nuovo che chiedono i cittadini non possiamo cavarcela con la cosmetica, come fa il Pdl, che si trucca e si ributta sul mercato con la stessa gente e gli stessi modi».

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Come?
«Siamo dotati di uno strumento di metodo formidabile: le primarie. Che non sono un regolamento di conti interno nel partito, ma la grande occasione per infondere nel gruppo dirigente la voglia di innovarsi, e per dargli la legittimazione per l’assalto al cielo: il cambiamento strutturale del Paese».

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Quali primarie?
«Quelle di partito».

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Parteciperà?
«Da tempo una parte dei gruppo dirigente fa un’onesta e leale e trasparente battaglia. Al dunque, troverà un candidato che la rappresenti. Bersani non dubiti della nostra lealtà ma non ci faccia dubitare del suo coraggio. E nel momento in cui si accinge a fare una proposta politica al Paese, trovo fisiologico sfidarsi».

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Montezemolo la corteggia…
«Ma io sono coerentemente, coraggiosamente e orgogliosamente dentro il Pd. Ciò che sta fuori non m’interessa. Il mio campo è questo: sono l’unico sindaco del Pd che governa con una giunta monocolore. E chi è stato eletto a Palazzo Vecchio dentro le liste civiche, è iscritto al Pd: lezioni di appartenenza e lealtà non le prendo».

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Per cambiare il Paese con chi?
«Se penso a Giuliano Pisapia, che stimo moltissimo, a Massimo Zedda… non ho dubbi sulla loro integrale appartenenza al centrosinistra. Ma so anche che in passato con Vendola e Di Pietro abbiamo avuto problemi, camminando su strade diverse e che anche oggi loro si oppongono a un governo che noi – da posizioni spesso critiche – sosteniamo nell’interesse nazionale. Ma è passato tempo, dobbiamo trovare qualcosa da dire insieme nel futuro, progettare e concretizzare un’idea comune per questo Paese».

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Intervista de L’Unità pubblicata il 29 maggio 2012

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