Matteo Renzi

Vendola convince, il Pd no. Partito dell’amore? Geniale

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Intervista di David Allegranti pubblicata sul Corriere Fiorentino il 27 gennaio 2010.  

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Sindaco Matteo Renzi, il trionfo di Vendola in Puglia, le dimissioni del sindaco Delbono a Bologna, la candidatura della radicale Bonino nel Lazio. Il partito a guida Bersani è tutto fuori che stabile. E’ questo il Pd-Pd che sognava?
«Il problema del Pd di oggi non è la vittoria di Vendola, casomai non aver capito che è tramontata l’ipotesi di primarie governate a tavolino dai maggiorenti romani. La vicenda Delbono è una vicenda personale con evidenti ricadute pubbliche, ma non mi pare sia collegabile a valutazioni della segretaria nazionale. Delbono ha fatto degli errori, ha sbagliato, ed ha avuto la dignità di prendere e lasciare il cam­po. Invece continuo a non capire che senso abbia candidare la Bonino nel Lazio senza chiederle di fare un passo indietro in Lombardia, dove capeggia la lista contro Filippo Penati. Il proble­ma del Pd non è cambiare leader ogni 3 mesi, ma cambiare linguaggio una volta per sempre, altrimenti non an­diamo da nessuna parte».

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Su Facebook lei concorda con Vendola quando dice che c’è una ter­za via «tra la casta e il populismo». Che vuol dire?
«Che abbiamo bisogno di un grup­po dirigente con un linguaggio più capace di cogliere gli umori della no­stra gente e di risvegliare le emozioni del nostro popolo. Vendola ha vinto perché ha saputo appassionare, gli equilibri di caminetto sulle coalizioni invece no. Sono stati migliaia i cattoli­ci pugliesi che con convinzione han­no votato Vendola».

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È solo un problema di narrazione della politica?
«Il racconto di quale partito voglia­mo è senz’altro un tema che sta sullo sfondo. Ma più che di quale partito, di quale Italia vogliamo. C’è un pen­siero di Silvio Berlusconi che è ogget­to di pesante ironia da parte della clas­se dirigente del centrosinistra, che commette l’ennesimo errore di valutazione dell’uomo: è quando Berlusconi dice che il Pdl è il partito dell’amore.
Chi ha una minima memoria politica ricorda che questa espressione è stata utilizzata dalle pornostar Ilona Staller quando Pozzi, quando nel 1991 fondarono il Partito dell’amore. Nessuno si ricorda delle pornostar ma gli italiani colgono il tratto sociale e so­ciologico che Berlusconi propone: noi, dice lui, siamo quelli che voglio­no bene all’Italia, non siamo tristi, non siamo arrabbiati col mondo, e im­plicitamente definisce la sinistra co­me quelli tristi, col muso lungo, che recriminano su ciò che non funziona piuttosto che proporre un’alternativa. Berlusconi non sta sdoganando i suoi comportamenti morali: dà il tratto so­ciologico di una diversità profonda tra la destra e la sinistra. Un’operazio­ne geniale, e la sinistra che ironizza non capisce quanto male ci possa fa­re. Berlusconi, nelle mosse che sem­brano essere quelle più banali, più di pancia, ha in realtà un profondo con­tenuto politico che noi ci sforziamo di non comprendere».

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Quindi ha ragione Luca Ricolfi quando dice che la sinistra è anti­patica?
«Ha ragione, anche nel momento in cui tu guardi in televisione delle facce che esprimono, perfino somati­camente, una sorta di profondo disgu­sto verso il popolo italiano. E sono di alcuni autorevoli parlamentari della sinistra cooptati da anni e abituati al rumore sordo delle stanze dei parla­menti ma forse non più delle piazze, visto che la sinistra non ha ancora ini­ziato una efficace campagna contro il Porcellum e questa legge elettorale in­fame che toglie le preferenze».

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II presidente della Cei Angelo Bagnasco sogna «una generazione nuova di italiani e di cattolici che av­vertono 1a responsabilità davanti a Dio decisiva per l’agire politico». Che vuol dire per lei essere un catto­lico impegnato in politica?
«La storia di questo Paese dimo­stra che quando i politici cattolici hanno assunto un impegno civile lo hanno fatto da laici. Una errata inter­pretazione della laicità, un malinteso senso dell’impegno cattolico porta chi non ha sufficiente capacità laica a fare dei pasticci in politica. L’integra­lismo è un problema, l’impegno cat­tolico un’opportunità. Il ragionamen­to di Bagnasco è in continuità con quello di Ruini, rispetto al fatto che i politici cattolici possano essere chia­mati a interpretare la propria vocazio­ne nella costruzione di un progetto culturale per il Paese, giocando laica­mente in prima persona».

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Ma in quanto cattolico non do­vrebbe essere d’accordo con il l’arci­vescovo di Firenze Giuseppe Betori quando dice, a proposito dei bando per giovani coppie, che «ci si aspet­terebbe un aiuto e una promozione di politiche sociali a favore della fa­miglia fondata sul matrimonio, quel­la che la Costituzione tutela»?
«Primo: l’impegno politico dei cattolici non si risolve nell’affrontare le questioni etiche. Il politico cattolico fa sentire la sua voce secondo scien­za e coscienza sulle questioni morali, ma si impegna anche sulla questioni sociali, culturali, economiche. Parte dei laicisti e delle gerarchie cattoli­che paradossalmente convergono sul fatto che sia fondamentale la pre­senza dei cattolici soprattutto o solo quando si parla di questioni morali o etiche. Io rifiuto questa impostazio­ne. Secondo: il vescovo ha titolo per portare la sua voce di leader sociale, spirituale e religioso importante come il pastore della chiesa cattolica di Firenze, e chi volesse ridurla al silen­zio commetterebbe un errore atroce. Questo non vuol dire che bisogna es­sere sempre d’accordo con il vesco­vo. Terzo: nel merito penso che la fa­miglia vada riscoperta in modo laico e che quando si parla di under 35 è molto difficile immaginare che ci sia un provvedimento per la famiglia, perché può piacere o meno, ma sono rarissimi i casi di giovani che vivono un’esperienza di famiglia ed è molto più forte l’esperienza, varia, di convivenza. A queste forme di convivenza a vario titolo abbiamo cercato di da­re una risposta con quel provvedi­mento, che difendiamo. L’orienta­mento sessuale non è il criterio per valutare se si dà una mano a due gio­vani per restare a Firenze anziché an­dare a Scandicci. Poi, condivido il fat­to che dobbiamo fare degli interven­ti a favore della famiglia. Noi però ab­biamo fatto un provvedimento che non è finalizzato alla famiglia, ma a persone che non ci pensano. Che es­se pensino o meno alla famiglia è un fatto educativo, non amministrativo. Io fotografo una realtà dei fatti. Chi ha dei figli è comunque valorizzato anche nel bando, ma non è questo il tratto costitutivo dell’intervento dell’’amministrazione comunale sulla fa­miglia, che è anche sulle tariffe, sulle mense e così via».

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Perché non si è sentito con l’ex as­sessore Barbara Cavandoli dopo le sue dimissioni?
«Perché non me le ha comunica­te. Se mi avesse chiamato, ci avrei parlato. Che si dimetteva l’ho saputo dai giornalisti».

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A proposito di politica vecchia e nuova. La Cavandoli per dimettersi le ha scritto una lettera con toni inu­suali. Ci ha visto un modo diverso di far politica?
«Non faccio l’esegesi delle lettere di dimissioni».

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Senta Renzi, ma non è che l’uomo solo al comando alla lunga può perdere colpi?
«E’ un tema caro ad alcuni editorialisti del Corriere Fiorentino. Sono pronto a fare un dibattito su questo. Il punto riguarda le modalità di esercizio del potere, in un momento nel quale la rappresentanza e la rappresentatività di determinate categorie e soggetti sociali protagonisti, come i partiti, è in crisi. Un sindaco che gioca la carta della concretezza del fare è evidente che esprime una modalità di guida differente rispetto agli stereotipi del passato. Aver detto ieri (lunedì, ndr) che questo è il primo cambio nella giunta ma non è l’ultimo, forse ha creato qualche turbamento fra gli assessori, ma conferma l’impostazione di una relazione profonda tra la città e l’amministrazione che non passa attraverso lo spezzettamento delle deleghe, ma attraverso il rapporto diretto con il sindaco; così come mi prendo io gli accidenti sui ritardi dell’Ataf, mi prendo anche la responsabilità di cambiare le deleghe se queste non mi sembrano coerenti con il disegno impostato. Ma non è vero che c’è un uomo solo al comando: c’è Renzi, ma anche Nardella e una giunta di persone molto giovani. È chiaro: c’è una figura forte di sindaco, è quella che i fiorentini han­no chiesto. La stessa cosa vale in Puglia per Vendola: si sono fidati più della relazione con la persona che non dell’organigramma dell’alleanza conclusa in un caminetto. Questa pe­rò non è una scelta del sindaco di Fi­renze, è una conseguenza di un com­plesso processo di trasformazione politica della rappresentanza, che qui ha visto una profonda novità. E che dovrà riguardare anche altri sog­getti della vita cittadina. Quali? Lo scopriremo solo vivendo».

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