Matteo Renzi

Enews 411, 1 febbraio 2016

Matteo Renzi a Ventotene sulla tomba di Altiero Spinelli

Altro che chiacchiere, facciamo leggi.

C’è una esilarante pagina su Facebook che mi prende in giro. Si chiama “Matteo Renzi che fa cose” e ironizza sulla mia insistenza nel dire che le cose vanno fatte. La pagina è molto divertente, ma sono costretto a insistere: la concretezza, fare leggi e non chiacchiere è una caratteristica chiave del nostro Governo. Dopo anni di immobilismo finalmente siamo ripartiti grazie alla concretezza.
La settimana appena trascorsa ha visto tre iniziative dell’esecutivo in questa direzione: dopo anni siamo intervenuti su povertà, lavoratori autonomi, cinema.
Abbiamo licenziato il “disegno di legge delega sui temi della povertà”: è la prima volta in 70 anni che l’Italia si dota di un provvedimento organico di contrasto alla povertà. Sono 700 milioni per il 2016, e supereremo il miliardo il prossimo anno. Naturalmente confermo ciò che ho sempre detto: la prima misura contro la povertà è la crescita. Insistere su tutto ciò che rimuove gli ostacoli all’economia e allo sviluppo significa fare il bene dei più deboli, altro che poteri forti. Ma questo non toglie urgenza rispetto alla necessità di intervenire subito per chi è in difficoltà.
Secondo impegno rispettato, il “JobsAct dei lavoratori autonomi”, uno Statuto che per la prima volta parla a oltre due milioni di professionisti e partite Iva, mettendo insieme equità, merito e crescita professionale. Anche in questo caso si tratta di un provvedimento di cui da anni si parlava e che finalmente passa dalle chiacchiere alla realtà. Una realtà fatta di deducibilità integrale delle spese di formazione e di orientamento sul mercato, di rispetto dei termini di pagamento e di parità di accesso agli appalti pubblici. Una realtà fatta anche di più diritti in tema di maternità e malattia.

Infine, la nuova legge sul cinema. Abbiamo presentato il testo licenziato dal Consiglio dei Ministri ai registi italiani premi Oscar (Bertolucci, Tornatore, Benigni e Sorrentino. Assente giustificato Salvatores). Via le commissioni che davano i finanziamenti spesso agli amici degli amici, trasparenza totale nell’attribuzione delle risorse, aumento degli investimenti pubblici e privati, progetto per aumentare qualità e quantità delle sale – specie quelle storiche – nelle nostre città troppo spesso circondate dai soli multisala. Andiamo al cinema meno degli altri e investiamo nel settore meno degli altri, ma siamo l’Italia un Paese che deve tutto alla propria cultura. E il cinema è parte integrante della nostra identità culturale.

Lo spirito di Ventotene.

I giorni appena passati sono stati caratterizzati da una intensa attività anche internazionale, a cominciare dalla storica visita del presidente Rouhani che ha scelto l’Italia come prima tappa dopo l’accordo sul nucleare e la fine delle sanzioni. Ma l’attenzione dei media si è concentrata soprattutto sull’incontro con Angela Merkel (qui la mia intervista al New York Times, qui ancora la mia intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung). Sintetizzo così: l’Italia per anni aveva un debito morale con le istituzioni europee – e io dico soprattutto con i propri concittadini – perché parlava di riforme che non riusciva a realizzare. Adesso le cose sono cambiate. Le riforme sono leggi e dopo tre anni di recessione è tornato il segno più nei fondamentali economici. Possiamo tornare a fare il nostro mestiere, dunque. E il nostro mestiere è guidare l’Europa, non andare in qualche palazzo di Bruxelles a prendere ordini.
Del resto l’Europa è figlia di un grande sogno, ideale e idealista. Il sogno di chi – rinchiuso in un’isola al confino – ebbe il coraggio e la forza di sognare gli Stati Uniti d’Europa. Mi riferisco naturalmente al manifesto di Ventotene, voluto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e altri compagni di prigionia. L’incontro con Angela Merkel è stato utile: insieme abbiamo ribadito che il più grande pericolo per l’Europa sono populismo e demagogia e io personalmente continuo a credere che populismo e demagogia crescano con più forza dove c’è disoccupazione, dove manca la crescita, dove l’austerity cieca annulla le prospettive di sviluppo. Ma quello che manca all’Europa di oggi è la dimensione ideale, la forza del sogno, la capacità di dire no a chi immagina muri e frontiere.
E allora il giorno dopo Berlino, ho visitato Ventotene per annunciare l’impegno del governo italiano a rilanciare questo spirito europeo. E anche per presentare il progetto di recupero del carcere di Santo Stefano (dove tra l’altro sono stati rinchiusi alcuni tra i più grandi protagonisti della Resistenza e del dopoguerra, da Sandro Pertini a Umberto Terracini). Coinvolgeremo le migliori università europee, a cominciare dall’Istituto Universitario Europeo. E faremo del carcere una foresteria dove ospitare incontri, stage, corsi di formazione per giovani europei e del Mediterraneo. Quel posto, così carico di memoria, rischia di diventare un insieme di ruderi. Noi vogliamo salvarlo e rilanciarlo.
Non salveremo l’Europa con i professionisti dello zero virgola, ma con la coscienza di una nuova generazione di cittadini europei.
Solo lo spirito di Ventotene potrà salvare l’Europa da chi vorrebbe erigere muri e chiudere Schengen.

Di nuovo, in Africa.

“Adesso basta! Rimandiamoli a casa. E al massimo aiutiamoli lì” gridano in tanti quando si parla di immigrazione. E questo atteggiamento diventa in alcuni casi programma politico. Si pensi alla superficialità con cui questo concetto viene espresso tutti i giorni nei talk da partiti che quando sono stati al Governo hanno praticamente disintegrato i fondi per la cooperazione internazionale e cancellato l’Africa dalla cartina geopolitica. Bene, non è tempo di polemiche. Noi crediamo che la grande – drammatica – questione della migrazione vada affrontata con una strategia complessiva. Occorre uno sforzo diplomatico forte, continuo. Ma è cruciale anche investire con la cooperazione allo sviluppo e con gli investimenti. In questo senso l’Africa è decisiva: un continente ricco di opportunità che per troppo tempo la nostra politica ha fatto finta di non vedere. Per la terza volta in meno di due anni una delegazione di Palazzo Chigi scende sotto il Sahara (non era mai accaduto nei 70 anni precedenti), allo scopo di rafforzare il ruolo, l’amicizia, gli interessi, i valori dell’Italia. Da oggi a mercoledì visiteremo Nigeria, Ghana e Senegal. Vi terrò informati via Facebook, come accaduto a ottobre durante la missione in Sud America. Ma quello che voglio da subito condividere è il principio di fondo: l’Italia può giocare un ruolo se ha il coraggio di avere una strategia politica di ampio respiro. Non due battute buone per fare un po’ di demagogia in tv. Noi investiamo sull’Africa perché pensiamo che sia doveroso per il nostro posizionamento geografico e geopolitico. Se vogliamo combattere la povertà, sradicare il terrorismo, affermare valori condivisi l’Africa oggi è la priorità. E dopo anni di assenza, l’Italia ci deve essere.

Pensierino della Sera. Siamo ancora qui. Nel senso che la mozione di sfiducia – anzi, le mozioni di sfiducia, perché ne hanno fatte due, non badano a spese quelli dell’opposizione – non è passata. Non sono passate. In Senato ho dovuto contenermi, mantenendo un certo ruolo istituzionale e non potendo dire tutto quello che avrei voluto dire: ma per chi ha un quarto d’ora di tempo da perdere, qui c’è il video. Con le risposte alla tante polemiche strumentali e sterili di queste settimane sulle banche e sul Governo. Nel frattempo, a ogni voto in Senato, i numeri delle opposizioni diminuiscono. Credo sia il segno più evidente del fatto che la tecnica di spararla grossa, di fare polemica per il gusto della polemica, di attaccare a testa bassa a livello personale ignorando la realtà non soltanto non funziona. Ma è controproducente. Ogni volta che si vota in Parlamento, le opposizioni perdono pezzi, senza che noi facciamo niente. Fanno tutto da soli, è incredibile. Il disfattismo non paga, prima o poi se ne accorgeranno anche loro. Ma non c’è fretta: loro pensino pure alle varie macchine del fango, noi pensiamo all’Italia.

Un sorriso,
Matteo

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