Matteo Renzi

Perché nel 2017 il Governo fece un clamoroso errore sullo Ius Soli

Estratto da Un’Altra Strada, pagine 75-81, acquistabile nelle librerie e su Amazon

 

Dobbiamo essere in prima fila sul fronte della sicurezza. Dobbiamo rivendicare la ricetta laburista: «Duri con il crimine, duri con le cause del crimine». Ecco perché servono fondi  per le periferie, per la cultura, per il terzo settore. A chi dice: «Avete sottovalutato l’emergenza immigrazione», andrebbe risposto con forza che, se guardiamo i numeri, non c’è alcuna emergenza immigrazione. Ma arriverà se non sarà attuata una strategia degna di questo nome in Africa, se non si investirà nelle nostre città per evitare la formazione di ghetti, se si colpiranno le associazioni che hanno gestito in questi anni i percorsi di accoglienza e integrazione. Nel giro di qualche decennio l’Africa vedrà più che raddoppiata la sua popolazione. Altro che inutili e ridicoli summit europei per bloccare un barcone con cinquanta poveretti. Bisogna intervenire subito con una strategia seria di investimenti e infrastrutture. Altro che porti chiusi e propaganda.

Non è vero che non ci siamo occupati di immigrazione o che abbiamo sottovalutato il problema: lo abbiamo inserito in una cornice politica e non populista. Difficile da spiegare, certo, nel corso di una battaglia in cui gli altri usavano parole più semplici e dirette: immigrazione uguale insicurezza. Ma continuo anche a pensare che, se vogliamo essere credibili, dobbiamo saper spiegare che i corsi di italiano servono, che il lavoro dell’associazionismo è importante, che il miglioramento della qualità della vita nelle aree urbane è decisivo. Dobbiamo fare tesoro degli errori come quello, drammatico, del 2017 sul cosiddetto «Ius soli»: farsi dettare l’agenda e dimostrarsi incapaci di decidere, infatti, fa perdere di credibilità l’intera sfida culturale. Perché la sconfitta su questo provvedimento non è semplicemente una sconfitta parlamentare, di quelle che possono starci nel corso di una legislatura, peraltro molto ricca sul piano dei diritti. La vicenda Ius soli, per come è stata gestita dal governo di allora e da una parte del mondo di riferimento della sinistra, segna una resa culturale e una strumentalizzazione politica. Una delusione cocente sia per l’importanza del contenuto che esprimeva, sia per le modalità con cui la partita non è stata giocata, ma strumentalizzata in funzione di dinamiche interne al Pd.

Sul tema dei diritti di cittadinanza sono cresciuti, prosperati e crollati imperi. L’attribuzione della cittadinanza romana è stata uno degli strumenti attraverso cui l’impero ha posposto la sua fine, gestendo situazioni di grande tensione, evitando guerre e conflitti. Il diritto di cittadinanza non era una concessione o un dono, ma espressione di uno status che consentiva di armonizzare diritti e doveri. Una grande operazione di cultura politica e di politica culturale. Non stiamo dunque parlando di una questione bagatellare ma di un grande tema politico.

Storicamente la relazione tra ius soli – la cittadinanza attribuita sulla base del luogo di nascita – e ius sanguinis – la cittadinanza attribuita in virtù di un vincolo familiare – è sempre stata problematica, con l’emergere costante di frizioni e conflitti. Il mio governo aveva scelto una strada di compromesso, parlando di ius culturae. Si attribuiva, cioè, la cittadinanza non in ragione della semplice nascita sul territorio italiano, ma la si legava al conseguimento di un titolo di studio o comunque alla conclusione di un ciclo, come quello elementare. Una simile scelta era in linea con la valorizzazione dell’identità culturale quale fattore chiave della vita del paese e conferiva centralità alla scuola nel percorso di crescita. Del resto, proprio nella scuola il tema della cittadinanza era ed è molto dibattuto. E diventa occasione di confronti intensi, belli, come quelli in cui mi accadeva spesso di imbattermi durante la mia esperienza di sindaco, quando avevo l’abitudine di incontrare gli studenti una volta alla settimana. Ricordo bene Maria e Miriam, compagne di banco alle medie, che condividevano gli stessi programmi televisivi, idoli, abitudini, amici, addirittura erano nate nello stesso ospedale, ma irrimediabilmente diverse di fronte alla legge. Maria era cittadina italiana, Miriam no. Senza nessuna spiegazione logica. Eppure parlavano e parlano la stessa lingua, con la stessa «c» strascicata, vanno alle stesse feste di compleanno, ma una era inclusa nella comunità, l’altra ne era esclusa.

È una situazione come questa che porta a fenomeni di paura irrazionale. E che crea, in prospettiva, situazioni di emarginazione sociale preoccupanti da tutti i punti di vista: l’esclusione rischia di segnare per sempre la vita di adolescenti nel pieno del processo di maturazione. Non si sottovaluti la questione: in più di una circostanza, in quell’incontro settimanale con gli studenti delle scuole elementari e medie, erano gli stessi ragazzi a domandarmi perché non potessero «appartenere» all’Italia come gli altri. Ricordo Khaled, per esempio, che mi disse: «Eppure io canto l’Inno di Mameli meglio di tutti!». Negare l’appartenenza produce un effetto devastante. E prima di essere ingiusto è inspiegabile.

Non c’erano dubbi sul senso dell’opportunità e sulla giustizia di un provvedimento di riforma della cittadinanza. L’introduzione del principio dello ius culturae, peraltro, aveva ottenuto un’ampia maggioranza alla Camera dei deputati in sede di prima lettura. Si trattava di chiudere la pratica votando il provvedimento senza modifiche al Senato. Per farlo, vincendo l’ostruzionismo ideologico della destra, non c’era che una strada: porre la questione di fiducia. Avevamo un precedente pesante, tra gli altri: sulle unioni civili mi ero assunto la responsabilità di porre fiducia, senza la quale oggi saremmo ancora privi di una legge in materia. In alcuni momenti si può e si deve mettere in discussione la tenuta stessa di un governo a favore di quelle che sono battaglie di civiltà. Nel 2017, però, non ero più io il presidente del Consiglio. E, a differenza di quanto spesso si è scritto, ho sempre avuto rispetto, non solo formale, per le attribuzioni del mio successore e del governo della repubblica. In poco più di un anno di coabitazione penso di aver fatto sentire la mia voce solo quando – nella primavera 2017 – qualche ministro pensò di poter aumentare l’Iva, scelta che sarebbe stata folle e che fortunatamente fu accantonata.

Sulle principali sfide di governo ho sempre espresso la mia opinione, ma non ho mai preteso di sostituirmi alle altrui responsabilità. Sia quando ero d’accordo – cioè nella stragrande maggioranza dei casi, essendo il governo Gentiloni per molti tratti una naturale prosecuzione dell’esperienza dei mille giorni – sia quando non lo ero, come accaduto non solo sullo Ius soli ma, per esempio, in merito alla cancellazione dei voucher per inseguire la Cgil, sulle nomine di Leonardo/Finmeccanica e Banca d’Italia, sulla decisione di rinviare la riduzione fiscale per i piccoli (Iri), sulla gestione del dossier Ema a Milano, af-fidata alla fallimentare consulenza di Enzo Moavero Milanesi, già padre del Fiscal compact con Mario Monti, e adesso ministro degli Esteri del governo populista.In merito allo Ius soli o, meglio, allo Ius culturae, dunque, suggerii di porre rapidamente la questione di fiducia e portare a casa subito il provvedimento. La scelta del governo fu diversa: spalleggiati dalla leadership del gruppo parlamentare Pd al Senato, si decise di fare dello Ius soli un grande tema di dibattito culturale nel paese, agevolati in questo da una certa stampa, da sempre convinta di poter dettare la linea alla politica e alla sinistra. Lo Ius culturae smise di essere un compromesso nobile e divenne una battaglia ideologica da rinviare in parlamento, ma da tenere tutti i giorni sui quotidiani. Era proprio il diritto alla cittadinanza l’argomento principe con il quale si escludeva un possibile voto anticipato che io – insieme a pochi altri – caldeggiavo, nella consapevolezza che ogni giorno che trascorreva una forte capacità dei riformisti di dettare l’agenda, cresceva l’ondata populista. Chiedevo di prendere una decisione immediata, di non tenere il provvedimento nel limbo: ogni ritardo avrebbe finito per consegnare ai cittadini l’immagine di una maggioranza velleitaria, incapace di decide-re sui diritti e subalterna alla polemica leghista che soffiava sul fuoco della paura. Ma chi utilizzava questo tema per evitare l’accelerazione sul voto rimandava continuamente la decisione di porre o meno la questione di fiducia. Oggi no, domani no, dopodomani vediamo.Un principio sacrosanto, la concessione della cittadinanza a chi vive nel nostro paese, parla la nostra lingua – talvolta anche meglio di qualche ministro –, ha valori e radici profondamente italiani. Invece, smette di essere un diritto e diventa lo strumento di pressione per evitare elezioni anticipate.Se si fosse votato, il provvedimento sarebbe passato. L’ala centrista dell’allora maggioranza era troppo sensibile al richiamo della Chiesa, ma anche al rischio di far cadere il governo, per schierarsi contro una legge che peraltro tutti insieme avevamo votato alla Camera: il compromesso sullo Ius culturae era già stato trovato. Bastava porre la fiducia. Ma la masochistica gestione parlamentare di quel provvedimento in Senato consente alla destra più becera di orchestrare una straordinaria campagna di propaganda basata sulla paura. La Lega diventa, anche per scelte di questo genere, egemone nel centrodestra. Salvini arriverà a parlare dell’Italia come della «sala parto d’Europa», slogan terribile, volgare e cinico come pochi, ma quanto mai efficace, nel momento in cui il racconto prevalente è quello di un’invasione in corso, mentre i dati dicono che gli sbarchi stanno crollando e i numeri sono comunque inferiori rispetto alla quantità di rifugiati accolti in Germania dalla Merkel o presenti nei paesi scandinavi. Allungare i tempi della decisione e tenere la questione aperta senza una posizione politica chiara e definita contribuisce a fare del Pd un partito incerto nella sua connotazione ideale, ma anche in rapporto alla forza simbolica di questo tema. Quando, invece, nella precedente legislatura avevamo dimostrato esattamente l’opposto. C’era da fare la battaglia sui diritti civili? Si è fatta. C’era da fare la battaglia sul «dopo di noi»? Si è fatta. C’era da fare la battaglia sul terzo settore? Si è fatta. Avevamo scritto una stagione di diritti importante e cediamo a un racconto di noi incerti e balbettanti. È un punto che ritengo fondamentale: si vincono e si perdono le elezioni non soltanto sulla base dell’espressione di una leadership carismatica e di risultati concreti da offrire, ma anche sulla capacità di dettare l’agenda. Dettare l’agenda vuol dire governare il tempo della politica. Se l’agenda la subisci, perché speri solo in un’azione di contropiede, prima o poi un gol lo incassi. La difesa passiva a oltranza in politica non porta a nulla. Lo Ius soli è l’emblema di un errore figlio della paura e della strumentalizzazione. È ovvio che in politica, e in un regime di democrazia parlamentare, la prassi quotidiana preveda la negoziazione e la ricerca di accordi o di compromessi ragionevoli su istanze tra le più varie con soggetti e compagini tra i più diversi, spesso anche su valori non condivisi. Se non ci sono le condizioni per una convergenza, si può talvolta anche decidere di non perseguire alcune battaglie fino in fondo. Ma ciò che certamente non si può fare è ridurre i valori a merce di scambio. È proprio sul piano dell’immaginario, del simbolico, che nelle battaglie di civiltà bisogna essere radicali e fermi nel contrastare i populisti.I numeri, nell’estate 2017, c’erano. Ma si è preferito utilizzare quella battaglia semplicemente per rinviare le elezioni. Trascinarla fino all’ultimo giorno della legislatura, ovviamente, ha permesso di guadagnare tempo per restare altri sei mesi in aula, ma ha fatto perdere i voti dei centristi richiamati dalla propaganda della paura. Questa vicenda deve essere un monito anche per quel che riguarda il metodo: se vuoi fare una battaglia, devi vincerla. Se credi di non riuscirci, devi chiuderla lì. Tenerla aperta per ritirarti con nonchalance l’ultimo giorno fa soltanto il gioco degli avversari.