Linee politico-programmatiche della candidatura di Matteo Renzi a Presidente Nazionale di Italia Viva
Linee politico-programmatiche della candidatura di Matteo Renzi a Presidente Nazionale di Italia Viva Matteo Renzi
Italia Viva ha salvato il Paese dal rischio di avere un Governo Salvini prima e un Governo Conte ter dopo.
Con Mario Draghi abbiamo restituito fiducia e credibilità all’Italia.
Oggi siamo - dal centro - l’unica alternativa credibile al Governo sovranista e all’opposizione populista.
Questo documento congressuale vuole stimolare la riflessione e il dibattito nel primo grande appuntamento di democrazia interna di una comunità che ha già dato molto al Paese ma che dovrà fare ancora di più nei prossimi mesi.
1) Il nostro tempo: il contesto internazionale
Il cambiamento del contesto internazionale è impressionante e senza precedenti.
Il mondo vede nuovi e inattesi conflitti, dall’Ucraina all’Azerbaigian, dai Balcani al SudEst asiatico.
L’ONU è il grande assente della politica mondiale.
Noi stiamo come sempre dalla parte dell’alleanza atlantica grati agli Stati Uniti per decenni di amicizia e sostegno. E tuttavia l’amicizia non ci impedisce di vedere come l’indebolimento della democrazia americana rafforza un progressivo multipolarismo. È un nuovo disordine globale quello che vede oggi la Cina crescere nella propria influenza, nonostante la crisi immobiliare, che vede nuove potenze emergere sia a livello demografico che economico a cominciare dall’India, che vede molti Paesi ripensare se stessi, dal Brasile ai Paesi Arabi, dal Giappone all’Australia.
La drammatica e criminale invasione dell’Ucraina ha profondamente danneggiato il ruolo internazionale della Russia.
L’Africa conosce un boom demografico e l’ennesima involuzione democratica ma non vede un protagonismo europeo che sarebbe quantomai necessario.
2) Il ruolo dell’Europa
Già, l’Europa. L’Europa purtroppo sembra assopita. La necessità di svegliare Bruxelles e farle recuperare un ruolo è sempre più impellente. Dai vaccini allo spazio, dall’educazione all’intelligenza artificiale, l’Europa sembra ferma ma in realtà potrebbe e dovrebbe giocare un ruolo di straordinario impatto nel nuovo contesto internazionale multipolare. Servirebbe tuttavia avere il desiderio di combattere alcune battaglie di grande sostanza rispetto a quelle semplicemente ideologiche fino ad oggi incarnate. Il Green New Deal di Timmermans si è rivelato uno spot efficace per la comunicazione, ma un clamoroso autogol nella sostanza se è vero che l’utilizzo del carbone nell’ultimo anno è aumentato in Europa del 7% mentre è diminuito negli Stati Uniti del 9%. Per non parlare della masochista battaglia contro la manifattura europea che si è trovata a competere non solo con i concorrenti globali ma anche con il legislatore continentale: effetti in questa direzione si sono visti non solo nella pur fondamentale filiera dell’automotive.
Noi siamo orgogliosamente fieri della nostra vocazione europeista. E proprio per questo vogliamo un’Europa dove si elegga direttamente il Presidente della Commissione, dove ci siano liste transnazionali, dove si costruisca un esercito comune, dove si superi il principio del diritto di veto. Dove si immagini un’Europa a più velocità.
Serve allora un profondo ripensamento dell’architettura istituzionale, ma soprattutto una nuova agenda europea ridando impulso ad un cammino comune. Dall’eredità dei padri fondatori, al lavoro dei figli sognatori.
L’impegno dentro il Partito Democratico Europeo - e attraverso l’EDP nella famiglia di Renew Europe - nasce dalla consapevolezza che il futuro dell’Europa o sarà ambizioso o non sarà. Il declino demografico del nostro continente, non solo del nostro Paese, impone una svolta.
3) Dove va l’Italia
Anche l’Italia non è passata immune dall’ondata populista e sovranista che ha attraversato il mondo in questi ultimi anni, toccando l’apice con l’amministrazione Trump negli USA e contemporaneamente il Governo Conte I composto da Lega e Movimento Cinque Stelle.
La crisi del governo Conte I dopo appena un anno e l’ubriacatura populista e sovranista di Salvini che invocava pieni poteri dalle spiagge del Papeete, cercando di trascinare al voto anticipato il Paese, ci hanno chiamato ad una faticosa e politicamente dolorosa assunzione di responsabilità per far nascere il governo giallo-rosso ed evitare che non soltanto Salvini andasse a Palazzo Chigi ma soprattutto che i sovranisti eleggessero uno di loro al Quirinale. Quelli che ci criticano per le scelte del 2019 dovrebbero comprendere come il sacrificio politico che abbiamo fatto in quell’anno ci ha permesso di non lasciare oggi la più alta carica dello Stato nelle mani dell’estremismo sovranista.
Con la nascita di quel Governo - insomma - abbiamo evitato che Salvini diventasse presidente del consiglio e che la destra sovranista potesse scegliere il successore di Mattarella nel 2022: possiamo esserne fieri.
Tuttavia, l’incapacità del Conte II di affrontare le emergenze dell’Italia durante la pandemia Covid, dalla vaccinazione, alla riapertura delle scuole, dalla presentazione del PNRR, alla crisi economica, ci ha indotto a porre fine a quella esperienza, correndo il rischio dell’impopolarità in tempi di populismo ma gustando una sfida di coraggio in tempi di debolezza della politica.
La scelta di Italia Viva di mandare a casa Conte per favorire l’insediamento di un governo di emergenza nazionale guidato da Mario Draghi ha consentito al Paese di non perdere i 200 miliardi di euro del piano Next Generation EU, di avviare un importante percorso di riforme e di far ripartire l’economia, grazie anche al successo della campagna di vaccinazione.
Dopo la caduta del Governo Draghi causata dall’asse tra M5S e centrodestra, le elezioni politiche del 2022 hanno consegnato alla destra la maggioranza in Parlamento per dare vita al Governo Meloni. Responsabile massimo di quella scelta è stato il PD di Enrico Letta che è stato incapace di offrire un’alternativa riformista privilegiando le ragioni del rancore personale rispetto a quelle dell’interesse del Paese.
Ad un anno dalle elezioni politiche, possiamo dire che il primo governo di destra a trazione sovranista della storia repubblicana ha fallito.
Nonostante, l’abilità comunicativa della Premier, i dati sono oggettivi e i numeri sono argomenti testardi.
L’Italia sta peggio di un anno fa. E i prossimi mesi potrebbero drammaticamente aggravare la situazione.
La crescita economica si è fermata, il PNRR è stato ridimensionato e rallentato, le riforme sono scomparse dall’agenda politica, l’immigrazione irregolare è raddoppiata, le tasse non sono diminuite ma in compenso il costo della benzina è aumentato.
In poche parole, le famiglie italiane sono più povere di un anno fa perché il costo della vita - anche per fattori esogeni - è salito e il governo non è stato capace di contrapporre alcuna contromisura.
L’esecutivo Meloni è incapace di governare: assistiamo ad una maggioranza divisa su tutto, ad un vero e proprio stallo su ogni decisione necessaria alla vita di persone ed imprese. In compenso, però, siamo sommersi da una proliferazione di norme utili solo a riempire i dibattiti dei talk shows, come quelle sui rave party o le ONG.
A fronteggiare una destra immobile ed incapace, abbiamo tuttavia una opposizione inconcludente e spesso demagogica.
Siamo, cioè, schiacciati tra una opzione sovranista e una populista che assume i contorni del M5S e del nuovo PD a guida Schlein sempre più appiattito sulle posizioni di Conte e Landini.
La priorità del PD di oggi di fronte alla situazione drammatica del Paese non è inchiodare la Meloni alle proprie responsabilità, ma intraprendere una battaglia iconoclasta di rinnegazione e cancellazione di tutte le principali riforme volute e votate dal PD stesso al tempo del nostro Governo, a cominciare dalla battaglia per abrogare con un referendum il Jobs Act. Eppure nessuno si vuole confrontare sulla realtà che mostra come il JobsAct abbia aumentato i diritti dei lavoratori e il numero degli occupati.
La principale ossessione del PD di Elly Schlein sembra quindi la resa dei conti con la sua componente riformista ormai ridotta al silenzio.
I principali alleati di Giorgia Meloni non sono Salvini e Tajani, ma Conte e Schlein incapaci di interpretare agli occhi dell’elettorato una alternativa credibile all’attuale governo.
Per noi di Italia Viva una alternativa per bloccare le tendenze sovraniste della destra e massimaliste della sinistra c’è e si chiama riformismo.
4) L’Italia al centro
A differenza di molti che il Riformismo lo hanno solo invocato o professato, noi lo abbiamo praticato.
Il lungo elenco di riforme che abbiamo approvato durante la nostra esperienza di governo parla per noi: dalla riforma del mercato del lavoro, a quella fiscale, dalla scuola, alla pubblica amministrazione, da industria 4.0, alle unioni civili, dallo spreco alimentare al dopo di noi, passando per il caporalato e la cooperazione internazionale. Solo per citarne alcune.
E di quelle riforme siamo orgogliosi perché hanno consentito al Paese di uscire dalla recessione e dalla disoccupazione con cui ce lo aveva consegnato il governo guidato da Enrico Letta, ma soprattutto di vivere in un’Italia più equa e solidale.
Molte delle nostre idee sono nate da quel meraviglioso cantiere di libertà e bellezza che è la Leopolda: dalla dichiarazione precompilata al JobsAct, dalla riforma costituzionale al Family Act, dalla riforma del terzo settore fino alla legge sul dopo di noi, dalle unioni civili alla legge sullo spreco alimentare, dalla legge sull’autismo alla cooperazione internazionale abbiamo costruito dalla Leopolda occasioni di buona politica. E anche per questo è stato imbarazzante sentirsi dire che la Leopolda deve essere cancellata dal panorama politico perché suscita le invidie di qualcuno. Noi non rinunciamo alla Leopolda, noi non rinunciamo alla buona politica. L’incontro della Leopolda resta, poi, l’appuntamento centrale del nostro partito che lì ha scelto il proprio simbolo nel 2019. La Leopolda è il principale laboratorio di idee degli ultimi 15 anni, una fucina di talenti, una grandissima innovazione per la politica italiana, il cuore della nostra comunità, la casa del popolo di Italia Viva. Un appuntamento irrinunciabile ed incancellabile.
Oggi che siamo convintamente all’opposizione, siamo disponibili ad un confronto serio, di merito, senza ostilità pregiudiziali e demagogiche per offrire al Paese una architettura istituzionale più efficiente e una giustizia giusta.
Il contributo che possiamo dare al nostro Paese, che amiamo e sosteniamo, sono soprattutto le nostre idee.
Il nostro obiettivo è che Italia Viva sia sempre in prima linea per un’Italia che metta al centro:
- il lavoro come elemento di dignità umana oltre che di crescita economica. Un lavoro svolto in sicurezza, equamente retribuito che consenta di mettere a frutto le proprie competenze e capacità contro la politica del sussidio che rende i cittadini dipendenti dai politici di turno;
- uno Stato amico che non gravi cittadini e imprese con una burocrazia soffocante o una pressione fiscale insostenibile, ma che liberi le energie migliori riducendo anche il carico fiscale;
- una iniziativa economica privata sostenuta e non ostacolata, ma che sia capace anche di responsabilità sociale favorendo a livello fiscale le imprese che consentono ai lavoratori di partecipare agli utili e alla gestione;
- uno sviluppo sostenibile che rappresenti un giusto equilibrio tra la salvaguardia dell’ambiente e il progresso economico e sociale,
- una sanità che non sia privilegio per pochi ma diritto per tutti e ovunque, senza disparità territoriali, perché non c’è nulla di più ingiusto che consentire di curarsi solo a chi può permetterselo;
- una scuola aperta, inclusiva e moderna, che sia palestra di talenti, che garantisca a tutti le stesse opportunità e premi il merito;
- una università accessibile, che sia il punto di forza della crescita del Paese;
- una giustizia giusta, con tempi celeri, che assicuri il rispetto dei principi costituzionali e delle garanzie processuali di ciascuno perché tutti sono sottoposti alla legge, anche i magistrati;
- i diritti e i doveri che camminano di pari passo in una comunità di tutti e per tutti che non trasformi ogni desiderio in diritto;
- cultura come cuore pulsante della comunità, forza attrattiva del nostro paese, risorsa economica;
- legalità sempre declinata insieme alla cultura, con 1 euro speso in cultura per ogni euro speso in sicurezza, perché le comunità più sicure sono anche quelle più inclusive e coese;
- l’immigrazione e la natalità, affrontando il fenomeno migratorio non solo in un’ottica securitaria o umanitaria, ma con strategie di lungo periodo che tengano conto del calo demografico, delle esigenze del mondo produttivo, del multiculturalismo;
- innovazione come volano dell’economia e vera infrastruttura strategica;
- riforme istituzionali per riavvicinare cittadini e politica, semplificando lo Stato e favorendo la governabilità con il modello del Sindaco d’Italia e il superamento del bicameralismo paritario.
In sintesi, un riformismo che sappia sognare e far sognare, non vivere evocando paure e incubi. Un riformismo credibile e dal cuore caldo, non un algido tecnicismo.
5) La stagione congressuale e la maturità politica
Come Italia Viva siamo chiamati ad un impegno straordinario per il Paese e per l’Europa, per far crescere e radicare una visione e una pratica politica di carattere riformista, la sola vera alternativa al sovranismo di destra e al populismo di sinistra: la sola proposta politica che ha il coraggio di guardare lontano e di guardare non alle prossime elezioni, ma alle prossime generazioni.
Vogliamo fare sintesi di varie culture.
L’esperienza liberal-democratica di chi crede nel binomio inscindibile tra “democrazia politica economia di mercato”, senza alcun ammiccamento ad autocrazie o democrature e con la consapevolezza che il mercato, per quanto sia il miglior modo di allocare le risorse, non debba corrispondere allo stato di natura o alla legge della giungla. Una idea di sviluppo che sia basato sulla creazione di opportunità per tutti, senza rifiutare o demonizzare la globalizzazione, ma sfruttandola per allargare e distribuire le opportunità nel modo più eguale possibile. Una eguaglianza dei punti di partenza – e non dei punti di arrivo - che non mortifichi il merito e non lasci solo chi non regge la competizione.
L’esperienza riformista di chi sognava una sinistra blairiana e clintoniana, non una sinistra succube di Corbyn e Melenchon. Una cultura politica autenticamente riformista che non combatte la globalizzazione ma cerca di accompagnare le persone verso le nuove sfide anche tecnologiche facendo un grande investimento in educazione come elemento di mobilità sociale e nei servizi pubblici per ridurre le disuguaglianze. Una sinistra che non lascia alla destra i temi della legalità e della sicurezza, ma che li declina necessariamente insieme alla cultura e alla inclusione. Un progetto politico che si impegna per il progresso sociale e l’affermazione dei diritti civili senza però dimenticare i problemi legati al lavoro e all’economia. Che non costruisca una società in cui ogni desiderio diventa diritto, in cui il sussidio diventa la garanzia per tutti di non doversi impegnare, in cui la mano dello Stato interviene invasiva e onnipresente come prospettato dalla sinistra massimalista. Un riformismo che sa parlare al ceto medio sempre più in crisi e dimenticato da destra e sinistra, ma vero asse portante della nostra società e dell’economia. Un pensiero riformista capace di disegnare la società di domani verso cui tendere e traghettare verso il futuro, senza restare attaccati al passato fatto di conservatorismi e politiche protezionistiche di singoli centri di potere.
Ma il nostro progetto è aperto anche ai tanti moderati che, non avendo rinunciato alla grande sfida della modernizzazione europeista del Paese, sono attualmente ostaggio di un centrodestra a trazione sovranista e populista. Costoro non dovranno mai sentirsi ospiti di una tradizione culturale diversa, ma dovranno costruire assieme a noi una nuova identità politica dei riformisti italiani.
Per battere il populismo, il male dei nostri tempi, che si annida sia nella destra sovranista che nella sinistra massimalista, accanto al riformismo, non possiamo tralasciare anche l’esperienza popolare.
L’unico modo per bloccare il populismo è utilizzare la stessa radice terminologica ma con una enorme differenza culturale e concettuale: il popolarismo versus il populismo. Popolarismo che era stata la grande intuizione sturziana di alternativa democratica e sana al fascismo e che in ambito italiano è ben distinto dal popolarismo europeo che ha aperto le porte a Orban e oggi dialoga con la Meloni.
Un popolarismo che ha il grande merito di mettere al centro la persona con i suoi bisogni, le sue aspettative, i suoi sogni. Ma la persona, non l’individuo. Persona che si sviluppa non guardando solo a se stessa, ma in un tessuto di relazioni economiche, sociali, culturali, nell’ambito di una comunità solida e solidale.
Non è un caso dunque la tempistica che abbiamo scelto per la celebrazione del nostro congresso, del nostro primo congresso.
Un congresso che, proprio per queste ragioni, dovrà essere innanzitutto la prova della maturità e della consapevolezza politica che IV ha saputo costruirsi sul campo, con la propria capacità di essere un centro propulsore di una proposta politica autorevole, seria, credibile, di essere una forza in grado di dare forma ad una classe dirigente, a livello nazionale e territoriale e che oggi sceglie, per questo, di evolversi e strutturarsi ulteriormente.
Con il nostro Congresso fissiamo una tappa fondamentale del nostro comune cammino politico. Per la prima volta il Presidente passerà dal meccanismo della nomina a quello della elezione a tutti i livelli: nazionale, regionale, provinciale, comunale. Quindi un salto decisivo verso una dinamica democratica, oggi possibile perché, grazie all’impegno e al lavoro di tutti i nostri iscritti e rappresentanti, a tutti i livelli, IV è cresciuta radicandosi nel Paese. Un risultato che è frutto anche e soprattutto dell’impegno generoso dei nostri coordinatori, a tutti i livelli territoriali, che hanno saputo con spirito pionieristico e generosità strutturare una nuova esperienza politica, nonostante anche la difficile fase della pandemia che ci ha obbligato a nuove modalità di partecipazione.
Grazie alla forma organizzativa e alla dinamica democratica impressa dal Congresso, vogliamo far crescere il radicamento per essere sempre più presenti sui territori, per poterne rappresentare in modo più efficace le istanze, per arricchire e rafforzare la nostra proposta politica.
Siamo stati capaci di dare vita a una classe dirigente diffusa. Oggi con la nuova forma organizzativa di IV quella classe dirigente potrà avere più forza e sostegno, mettendo in rete le diverse esperienze, la comune ricerca di soluzioni ai problemi complessi e alle sfide che regioni, province, comuni oggi sono chiamati ad affrontare. Rete, scambio, progettualità condivisa: sono gli strumenti per ambire a rafforzare e sviluppare la nostra comunità diffusa di amministratori e dirigenti politici. E sono gli strumenti per meglio declinare anche sul livello nazionale la nostra proposta politica su temi centrali per il Paese, quali ad esempio sanità, sapere, dissesto idrogeologico e infrastrutture, economia, agricoltura.
IV con questo Congresso passa da un modello verticistico a un partito in cui le cariche, tutte le cariche, sono contendibili. Una scelta forte e coraggiosa, una scelta di apertura democratica figlia della forte consapevolezza e maturità che abbiamo saputo e dovremo continuare a mettere in campo.
IV dovrà fare la differenza anche da questo punto di vista. Un partito con una leadership forte e una seria dinamica democratica interna, un partito che non lascia spazio al fuoco amico, un partito non organizzato in correnti strutturate di potere. Perché - ne abbiamo fulgidi esempi attorno a noi - i partiti organizzati per bande e non sul confronto politico si isteriliscono e muoiono. E rinunciano imperdonabilmente alla loro missione suprema: fare politica, ascoltare e dare risposte ai cittadini, a tutti i livelli.
Per questo IV deve farsi promotrice anche di una riflessione di medio/lungo periodo su come le forme della politica potranno ripensare loro stesse. Non possiamo traguardare il nostro orizzonte solo alle prossime elezioni, eleviamo lo sguardo. Sembrano temi da futuro remoto ma sono oramai il presente: come l’intelligenza artificiale impatterà sulla vita delle persone e dunque anche delle forme della politica? Chi affronterà i nodi giuridici e filosofici dell’innovazione? Come resisterà la democrazia alla cultura pericolosa del sondaggio e pericolosissima dell’algoritmo?
Sono tutti temi affascinanti e attuali che ci ricordano di collocare il nostro agire in un contesto ampio, più ampio rispetto agli angusti spazi del chiacchiericcio quotidiano, ma soprattutto ci ricordano che l’investimento più importante che dobbiamo fare come partito è sulla formazione.
Possiamo dire con orgoglio di essere l’unico partito italiano che fin dalla sua fondazione offre ai giovani in modo strutturale una occasione di approfondimento e confronto, di crescita personale e politica attraverso la scuola di formazione “Meritare l’Europa”.
La scuola è un’opportunità importante per misurarsi con le grandi sfide dei nostri tempi, incrociando la propria esperienza con quella di centinaia di coetanei italiani ed europei, ma anche con spunti di riflessione offerti da personalità che provengono da mondi diversi. Scopo principale della scuola è aiutare i giovani a guardare fuori dalle finestre, anziché guardarsi allo specchio.
Il nostro intento è quello di potenziare la scuola di formazione e al contempo consentire alla straordinaria comunità di ragazzi e ragazze di “Meritare l’Europa” di restare connessi come parte di una comunità vivace che può aiutarci a portare freschezza e competenze nuove nel dibattito del nostro partito.
Sul modello della scuola di formazione coi giovani, vogliamo organizzare sul territorio, in modo diffuso, anche degli incontri di formazione tematica e confronto per gli amministratori locali, una occasione fondamentale anche per mettere a fattore comune importanti esperienze maturate amministrando regioni ed enti locali.
6) La sfida riformista ai populismi
Le elezioni europee del 2024 sono un appuntamento di eccezionale rilevanza per le conseguenze economiche e geopolitiche che avranno sulla base del loro esito.
Non è un azzardo dire che molto del futuro dell’Europa e del destino della democrazia liberale europea dipenda da quanto peserà il polo riformista: l’Europa o sarà governata al centro o sarà ingovernabile.
Per questo lavoreremo con ogni energia per l’affermazione di Renew Europe alle prossime elezioni europee.
Non possiamo limitarci a ricordare e difendere l’Europa dei padri fondatori, dobbiamo farla diventare l’Europa dei figli sognatori, della generazione Telemaco.
Per questo, dopo la inspiegabile decisione di Carlo Calenda - presa in modo personale e comunicata alla stampa senza alcun passaggio formale nelle sedi predisposte - di porre fine al partito unico tra Azione e Italia Viva e di escludere ogni possibile lista unitaria del Terzo Polo in vista delle europee, noi di Italia Viva ci siamo rimessi in cammino per costruire un progetto riformista forte. Ognuno si assumerà la responsabilità delle proprie scelte sapendo che nessuno può mettere in discussione, con ricostruzioni di comodo e fake news, la verità degli avvenimenti che si sono susseguiti nei mesi scorsi.
E tuttavia se alle Europee noi vogliamo dare un tetto ai riformisti, la vera sfida è non limitarci al tetto: dovremo costruire una casa. Dovremo accogliere, non solo dare riparo.
La costruzione di un progetto politico che possa essere un riferimento per i riformisti, liberal-democratici, repubblicani, cattolici popolari, socialisti, non si esaurisce con le elezioni europee ma diventerà il perno per creare una alternativa solida e credibile al populismo di destra e sinistra anche in previsione della sfida delle politiche del 2027 per ridare all’Italia un governo autorevole, europeista e riformista.
Questa è la sfida che abbiamo lanciato per dare vita ad un progetto che vada oltre Italia Viva, questa è la sfida del “Centro”.
Nei mesi che ci attendono dovremmo mettere tutte le nostre energie nella costruzione del Centro. Il centro come centro politico del Paese, alternativo al sovranismo di destra e al populismo di sinistra. Una forza riformista capace di chiamare a raccolta e dare una casa a liberal-democratici, repubblicani, cattolici popolari, socialisti e a tutti coloro che vogliono una politica coraggiosa, capace di misurarsi e ricercare risposte di governo credibili ai grandi temi del nostro tempo, a tutti coloro che vivono la politica come una missione alta e che non ne possono più della demagogia e della propaganda di questo finto derby tra sovranisti e populisti che sta soffocando, paralizzando e danneggiando l’Italia. Un particolare sguardo di attenzione sarà dedicato ai movimenti civici e ai sindaci. I sindaci d’Italia dovranno aiutarci a costruire la lista “Il Centro” ma anche il progetto politico per il 2027.
Un Centro che trova il suo riferimento naturale nel Partito Democratico Europeo e dunque in Renew Europe. E che dovrà fare l’impossibile per una grande affermazione della nostra famiglia politica europea che rappresenta un’alternativa di valori e di politica.
Un centro che sappia parlare ai tanti delusi del centro destra che vedono tradite le promesse elettorali di Meloni e Salvini, agli europeisti e garantisti di Forza Italia che non si rassegnano a veder cancellata la propria storia per inseguire i sovranisti, ai riformisti che si sentono traditi ed esclusi dal nuovo PD sempre più sesta stella del M5S, ai tanti delusi che hanno scelto di non andare a votare orfani di una proposta politica che parli a loro, con loro ma anche di loro, delle loro vite.
7) Il tempo di rimettersi in cammino
Di fronte alle sfide che Italia Viva ha innanzi a sé, ho scelto quindi di candidarmi alla carica di Presidente nazionale di Italia Viva per dare una mano davvero alla costruzione di un progetto riformista forte e credibile che vada oltre il nostro partito e possa rappresentare la vera novità delle prossime elezioni europee.
Il primo passo per la costruzione di una vera e propria casa riformista in vista delle politiche del 2027, che costituisca una alternativa alla destra sovranista e alla sinistra massimalista.
Io ci credo fermamente.
Proprio per questo mi metto in gioco in prima persona.
I prossimi mesi saranno complicati ed entusiasmanti al tempo stesso ed io voglio affrontare questa sfida insieme alla comunità di Italia Viva, con determinazione e tenacia. Il passaggio politicamente complicato che abbiamo davanti impone a tutti noi, me per primo, un surplus di responsabilità ed impegno.
Chi mi conosce che non mi sottraggo al confronto con il consenso, né nelle sfide apparentemente facili, né in quelle in salita secondo i pronostici. Molte volte ho vinto, altre volte ho imparato, citando Nelson Mandela.
Avrei preferito che l’elezione del Presidente nazionale si svolgesse dopo le europee proprio per consentire al partito di concentrarsi pienamente su un appuntamento così importante, evitando divisioni.
Tuttavia, per primo ho proposto all’Assemblea di Italia Viva di anticipare il Congresso nazionale quando è emersa, seppur in modo minoritario, questa esigenza da parte di alcuni di noi. Tutto quello che abbiamo fatto, anche la celebrazione del Congresso Nazionale, lo abbiamo fatto perché nessuno si sentisse escluso e chiunque volesse contendere la leadership nazionale potesse mettersi in gioco. Nessuna rendita di posizione, ma una leale competizione democratica.
E allora la mia candidatura non nasce dal bisogno di riaffermare il mio ruolo nella comunità politica che ho contribuito a far nascere e che sento casa mia, ma per investire con ancora più convinzione in Italia Viva, guidandola nella costruzione del progetto riformista del Centro.
Italia Viva è per me un partito aperto, composto da donne e uomini liberi. Le porte sono sempre aperte per chi vuole entrare a far parte di questa comunità nel rispetto dei nostri valori e sono aperte, con altrettanto rispetto, per chi sceglie di andarsene.
Non ritengo che un partito si debba basare sulla fedeltà e io non ne ho mai chiesta, se non quella al rispetto agli ideali che ci hanno spinto a metterci in gioco per il bene comune, non per tornaconto personale.
Né ho mai chiesto gratitudine che non ritengo una categoria della politica e che ho semmai preteso solo verso i nostri sostenitori ed iscritti.
Si fa parte di una comunità se si è orgogliosi della strada fatta insieme, delle promesse mantenute e di quelle che ci si batte per mantenere. Si è leali verso i valori che sono alla base di un patto comune.
Non accetterò mai, però, che Italia Viva diventi un partito diviso in correnti in cui qualcuno possa immaginare di avere un qualche vantaggio da una sorta di opposizione interna. Chi ha idee su cui confrontarsi, lo faccia: sarà il benvenuto. Ma le idee, non i piccoli risentimenti personali. Ho visto da vicino i danni che possono fare le correnti in un partito e subito sulla mia pelle le ferite del fuoco amico, per cui metterò tutto il mio impegno perché questo non accada nella comunità di Italia Viva.
Abbiamo davanti sfide epocali da far tremare i polsi. Ma noi siamo la generazione del Crollo del Muro di Berlino e di Tienanmen, quella delle ragazze e dei ragazzi degli anni 80/90.
Chi era giovane in quegli anni lo è rimasto per sempre, in forme inedite. Non per paura di crescere, ma per una irresistibile e vitale tensione al futuro. Il futuro dentro la caduta di quel muro, il futuro di un nuovo assetto politico tutto da immaginare e costruire, il futuro della musica di quegli anni che rompeva con tutti gli schemi.
E così la generazione degli anni più incerti e della fine delle ideologie ci ha provato, è caduta, si è rialzata e non smette di cercare, di immaginare, di tentare.
Mi troverete sempre e per sempre dalla stessa parte: quella di un uomo che ha promesso di porre il suo onore per meritare la vostra fiducia.
Con questo spirito, con questa voglia di correre, di mordere il mondo, di immaginare e costruire il futuro è tempo di rimettersi in cammino ed affrontare questa nuova bellissima avventura che ci attende, con il coraggio di sempre.
Matteo Renzi
Scriveva Charles Dickens nel “Racconto di due città” nel 1859:
“Era il tempo migliore e il tempo peggiore,
la stagione della saggezza e la stagione della follia,
l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità;
il periodo della luce, e il periodo delle tenebre,
la primavera della speranza e l’inverno della disperazione.
Avevamo tutto dinanzi a noi, non avevamo nulla dinanzi a noi;
eravamo tutti diretti al cielo, eravamo tutti diretti a quell’altra parte.
A farla breve,
gli anni erano così simili ai nostri,
che alcuni che li conoscevano profondamente
sostenevano che, in bene o in male,
se ne potesse parlare soltanto al superlativo”.
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