Enews 1089 martedì 3 marzo 2026

Per capire che cosa sta accadendo in Medio Oriente non servono commenti banali e improvvisati, serve la politica estera. Non i tweet di aspiranti influencer.

Il mondo vive ore di grande preoccupazione per il conflitto in Iran.
Ed è normale: ci sono tanti elementi di incertezza, anche materiali. È immaginabile che nelle prossime settimane le difficoltà dei trasporti e sull’energia provochino un ulteriore aumento del costo della vita in un momento già difficile. Chi ha membri della propria famiglia o amici bloccati a Dubai conosce l’inquietudine di ore delicate come queste e certo non aiuta la mancanza di luoghi istituzionali di confronto. Sono consapevole dell’angoscia e della preoccupazione di tanti.
E tuttavia io vado controcorrente e dico che per la prima volta da 47 anni l’Iran si può liberare dal regime degli Ayatollah. Non è solo una questione legata a quella regione. Negli ultimi anni la minaccia dell’estremismo islamico è stata una minaccia esistenziale per il mondo intero.

Quando eravamo al Governo, dieci anni fa, gli attacchi erano costanti anche in Europa: ricordate Charlie Hebdo o il Bataclan, Bruxelles e Nizza, Londra, la Germania, la Spagna?
Raffinate centrali del terrore cercavano la radicalizzazione più esasperata ovunque.
Allora la comunità internazionale si concentrò sulla distruzione dell’ISIS che voleva realizzare un califfato islamico partendo da Siria e Iraq. Ma risolvere il problema Iran è sempre stato centrale nelle strategie della politica internazionale. Ci abbiamo provato in due momenti con il dialogo (a metà degli anni 90 e a metà degli anni 10) e non ci siamo riusciti nonostante gli sforzi, anche italiani. Anche noi ci provammo d’intesa con la Casa Bianca e anche io ho guidato una missione a Teheran, incontrando tutti i leader iraniani a cominciare da Khamenei.

La reazione in Iran è stata quella di un’escalation di radicalizzazione che ha portato a massacrare, torturare, impiccare migliaia di giovani colpevoli di aver chiesto solo libertà. Nel Paese, la Persia, che aveva inventato forme di democrazia persino prima della Grecia.
E l’Iran ha armato le tre H del terrore: Hezbollah, Hamas, Houthi che lottavano contro gli sforzi delle leadership arabe riformiste. Più Paesi come Arabia Saudita, Emirati, Qatar cercavano di spezzare ogni connessione con i fiancheggiatori del terrorismo, più l’Iran finanziava e sosteneva i gruppi criminali che puntavano alla distruzione di Israele e alla Jihad globale.

Dopo il 7 ottobre prima Hamas, poi Hezbollah sono stati colpiti duramente ma è con la morte di Khamenei che il mondo si trova davanti a un potenziale game changer storico.
Questo significa che è tutto risolto? No, tutt’altro. Sarà lunga e difficile. Ma per la prima volta c’è la possibilità di chiudere la lunga stagione degli Ayatollah che governavano in modo teocratico uno dei Paesi più ricchi di storia, di cultura e di valori anche economici nel mondo. Per questi motivi io oggi festeggio con i ragazzi e le ragazze di Teheran e piango le generazioni di studenti che sono stati uccisi nel corso degli anni.

Per darvi un riferimento: quando 17 anni fa sono stato eletto Sindaco il primo gesto che facemmo fu quello di mettere un drappo su Palazzo Vecchio per sostenere mediaticamente la battaglia dei ragazzi dell’Onda Verde. Nessuno si ricorda di quella vicenda ma 17 anni fa (e in tanti altri momenti) un’ondata di protesta di ragazzi fu spenta nel sangue dai guardiani della Rivoluzione. E io oggi penso alla memoria di quei giovani trucidati, alle lacrime delle loro mamme, ai sogni distrutti da un cappio dopo le torture a Evin. Dopo 17 anni non possono comunque riposare in pace ma i loro fratelli minori, forse, possono tornare a vivere. E questo è il motivo per cui non riesco a essere triste per la fine di Khamenei.

Ho cercato di spiegare in questa intervista a La Stampa come in queste ore si stia consumando l’epilogo dello scontro tra riformisti e radicali nel mondo islamico, scontro che diventa decisivo per il futuro del pianeta. Questa è la posta in gioco.
In Arabia Saudita e negli altri Paesi del Golfo si sono fatte strada leadership riformiste che certo non hanno nulla di democratico ma che hanno prodotto riforme civili, economiche, culturali di grandissimo impatto. In Iran no. L’Iran è rimasto il fulcro del terrore, isolato da tutto e da tutti: le timide reazioni di Russia e Cina, in queste ore, dimostrano quanto Teheran sia abbandonato anche da chi storicamente lo ha sempre sostenuto, anche sul piano economico.
E mi spiace vedere un dibattito politico italiano non all’altezza della gravità della situazione. Le parole di Tajani sono talmente banali da essere imbarazzanti: l’ultima chicca è stata raccomandare ai turisti italiani bloccati a Dubai di non affacciarsi alla finestra quando arrivano i droni. E questo fa il ministro degli Esteri, figuratevi gli altri.

La politica estera non si fa con i viaggetti a uso e consumo dei social: la politica estera è visione, studio, conoscenza. La politica estera non si fa per avere un like sui social, per fare una storia che dura 24 ore ma vive di complessità e di profondità temporale.
Ecco perché sono sconcertato dalla mancanza di analisi dei nostri rappresentanti al Governo. E non solo da questo.
Il Governo Meloni-Mantovano ha triplicato i fondi per i servizi segreti ma non si è accorto di niente: forse se anziché comprare dagli israeliani i trojan che finiscono casualmente a intercettare i giornalisti cerchiamo di capire dagli israeliani quando attaccano l’Iran ci risparmiamo plurime figuracce, a cominciare da quella di non avvisare il Ministro della Difesa di quello che sta per accadere.
 
Ecco, su questi temi sarebbe affascinante aprire una discussione non banale come quelle che introduce Tajani. Sarebbe bello parlare di storia e di prospettiva. Spero che potremo farlo. Io nel mio piccolo ci sono.
Nel frattempo Giorgia Meloni si dimostra mediaticamente fortunata: proprio quando i media coprono solo e soltanto (comprensibilmente) la vicenda iraniana, arrivano due colpi dall’Istat devastanti.

Il primo: la pressione fiscale batte tutti i record e supera il 43% già nel 2025 (era previsto che arrivassimo a quella cifra nel 2026, chissà a quanto arriveremo quest’anno). Questo è il governo Dracula, succhia il sangue delle tasse con voracità senza precedenti.
Il secondo: il deficit resta sopra il 3% e non usciamo – almeno pare – dalla procedura di infrazione. Giorgetti cercherà ora qualche trucchetto contabile ma la verità è che il Ministro ha fatto una legge di bilancio insulsa per stare con il deficit sotto il 3% e ha sbagliato i conti.
Sbagliano i conti al Mef, sono imbarazzanti alla Farnesina, lasciano partire il ministro della Difesa, usano i servizi segreti per regolare le loro partite ma non per capire che succede nel mondo: questo è il Governo Meloni. Poteva andare peggio? No.

Un sorriso,
Matteo